24 Gennaio 2026
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Bastiana Madau “Maestre dell’università sconosciuta” (Soter editrice, Villanova Monteleone, 2023)

 

Basta violenza, lasciate in pace le ragazze…esse saranno le vostre Maestre. Potrebbe essere l’incipit di una recensione al bellissimo libro di Bastiana Madau, un itinerario tutto al femminile tra saperi, intelligenze, canti, poesie, ninne nanne, ricordi di avvenimenti pubblici e familiari, memorie tramandate. Si alternano nel libro, agile (122 pagine) ma non meno profondo, Maestre che, ci tiene a dirlo l’autrice, non sono tali perché esercitano un comando, un’autorevolezza che sfiora l’autoritarismo o la coercizione, ma perché sono gentili e generose nel dare e trasmettere i propri saperi e le proprie competenze nei vari campi dell’agire femminile e dell’agire umano. Molte di queste Maestre sono conosciute, si sono nutrite del proprio mondo di appartenenza culturale e sentimentale e lo hanno trasmesso al mondo intero contribuendo a far conoscere la Sardegna in ambiti sovraregionali, perché toccando temi sardi si toccano temi della umana condizione.

La Madau fa i nomi di Eleonora D’Arborea, con la sua Carta de Logu “Giudicessa che la promulgò nel 1392, considerato il primo codice moderno di leggi, rimasto in vigore fino al 1827”, poi Grazia Deledda, che “Attuò la sua operazione artistica, facendo sì che l’isola dei sardi diventasse la “terra del mito”, ed entrasse così a far parte dell’immaginario europeo, o ancora Nereide Rudas, “Prima donna in Italia a fondare, nel 1978, e dirigere una clinica psichiatrica. La Rudas nel suo capolavoro “L’isola dei coralli. Itinerari dell’identità” (Carocci, 2004) ragiona sui grandi e ancora discussi e irrisolti temi dell’identità e della cultura dei sardi, tra creatività e depressione, fornendo chiavi di lettura, dal suo punto di vista, di come tale creatività si sia manifestata in Deledda, Gramsci, Salvatore Satta, Lussu. Quei grandi non sono solo soli, perché dopo di loro, la creatività dei sardi si è manifestata in altri scrittori e artisti. “Mi sono domandata – sono parole della Rudas – come mai un gruppo umano così poco numero­so, così isolato e così disperso sul proprio territorio, avesse potuto espri­mere tanti talenti creativi nei diversi campi del pensiero e dell’ arte”.

Queste tre donne, Eleonora, Grazia, Nereide sono Maestre conosciute e riconosciute, ma il libro rende omaggio anche a Marianna Bussalai, nata a Orani nel 1904, compaesana della Madau, sardista e antifascista della primora, poetessa, amica di Montanaru, della quale si raccontava, tra gli altri aneddoti, di quando nascose Lussu nella botola sotterranea del sua casa, quando la polizia andò a cercarlo.

La Madau vuole dare voce alle tante Maestre dell’Univesità sconosciuta, quelle che  hanno fatto parte di quell’univesità non formale che ha creato il mondo su cui siamo nati e cresciuti, e che ci portiamo dentro come un retaggio antico. Sono loro, le cantadoras  che hanno tramandato le filastrocche, i duru duru, i contos, le anninnias, che hanno fatto  crescere le bambine e i bambini, e che spesso accompagnavano chi lasciava questa terra, con sos attitos, i lamenti funebri del dolore e della perdita. A pagina 56, in un capitolo intitolato “A scuola delle Cantadoras” l’autrice afferma “Attribuisco grande importanza alla pratica narrativa tradizionale rivolta ai bambini e alle bambine in età prescolare anche per quanto concerne la formazione del desiderio di leggere…” Certo, si chiede la Madau, siamo negli anni ’50 del Novecento, i genitori erano per gran parte analfabeti e non c’erano tanti libri nelle case dei piccoli centri dell’Isola, eppure tante persone sono diventate e diventati grandi lettori e lettrici.

Due capitoli del libro sono particolarmente interessanti, uno parla della Poesia, soprattutto delle donne in poesia, dal titolo “Uno scavo luminoso” l’altro del Pane dal titolo “Mastras de pane”. Il primo è dedicato alla poetessa Piera Cilla, più nota come Pedra Tzilla, che io non conoscevo, prematuramente scomparsa nel 2021, poetessa, femminista, animatrice culturale, responsabile del settore ragazzi della Biblioteca Comunale di Sassari, autrice di “ Sa poesia de sas fèminas dae su ‘700 a sos annos chimbanta de su ‘900”. In quel libro Poiera Cilla scrive “Ispero de ammustrare, chi mancari in palumbrinu, sa ‘oghe de sas fèminas bi fit sempre, e tenzo aficos de torrare carchi sonu a sas cantadoras nostras restadas chena ‘oghe” “Spero di dimostrare cge, magari in penombra, le voce delle donne era sempre presente, e ho idea di restituire qualche suono alle nostre cantadoras rimaste senza voce.

Per capire il significato materiale e simbolico del pane, del fare il pane nella tradizione sarda, al suo accompagnare i cicli della vita, perfettamente spiegato nel capitolo dal titolo “Mastras de pane”, con riferimenti agli studi di Alberto Maria Cirese, il maestro dell’Anropologia culturale italiana (il pane come segno e come alimento…) la Madau riporta una frase di Maria Lai (pag. 86): “La mia prima accademia l’ho frequentata con le donne che facevano il pane a casa mia. Era bellissimo, ogni porzione di pasta si trasforma in modo imprevedibile, come seguendo una propria legge interna alla materia”.

Oggi più che mai quell’incipit alla recensione ha un suo senso ” Basta violenza, lasciate in pace le ragazze…esse saranno le vostre Maestre”

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