“Caminante, no hay camino, se hace camino al andar”, “Viandante, non c’è cammino,
il cammino si fa andando”. Le parole magiche di Machado mi accompagnavano come un viatico nel mio viaggio in Cile, dove mio figlio lavorava ormai da qualche anno presso l’Università di Arica, la città portuale più a nord del paese, ai piedi della cordigliera andina e del deserto di Atacama, a pochi chilometri dal confine col Perù.
Il Cile, le sue dolorose vicende, avevano segnato la formazione umana e politica di molti della mia generazione, dunque ero emozionato e curioso, e mi portavo dentro ricordi giovanili, un misto di canzoni degli Inti Illimani, racconti di Coloane e Sepulveda, poesie di Gabriela Mistral e Neruda, musiche di Violeta Parra e Victor Jara.
Ero atterrato all’aeroporto di Santiago il 13 novembre 2019, al mattino di una calda giornata di tarda primavera. C’era un’atmosfera elettrizzante in città, le piazze brulicavano di gente, soprattutto giovani che in capannelli organizzati e a volte improvvisati, protestavano per una nuova costituzione, che rinnovasse completamente quella di Pinochet, l’autore del golpe che nel 1973 aveva deposto il legittimo presidente del Cile Salvador Allende, instaurando una sanguinaria dittatura che sarebbe durata vent’anni. Le proteste avevano una forte connotazione sociale: riguardavano temi di eguaglianza nell’accesso agli studi, alla sanità, ai trasporti. Si respirava la fresca aria della speranza per il futuro e il contagioso entusiasmo dei giovani.
Passai alcuni giorni a Santiago, prima di riprendere il viaggio verso El Grande Norte, il Nord Grande del Cile.
Il Cile è il paese più lungo del mondo, compreso tra il 17° e i 56° di latitudine sud per circa 4300 km. Per coprire queste distanze si prende l’aereo, ma i più poveri e quelli che non hanno fretta, in assenza di una linea ferroviaria, viaggiano in comodi bus anche per distanze enormi. Il bus ha il vantaggio della lentezza, dell’osservazione del paesaggio e delle abitudini di chi si sposta per lavoro o per trovare parenti lontani, e con con i tuoi compagni di viaggio puoi fare amicizia perchè la curiosità umana abbatte le barriere linguistiche.
“De dónde eres?” mi chiese quello che sarebbe stato il mio compagno di viaggio nel bus che, in circa 22 ore, mi avrebbe portato a Iquique, laddove contavo di fare una sosta di due giorni per poi proseguire per Arica. Aveva un viso scuro e rugoso, più o meno la mia età, occhi neri e vispi. “Io sono italiano”risposi “Y de donde es ella?” “Llámame por mi nombre” disse. Voleva che ci dessimo del tu “Io soy dell’altiplano”, e per me non voleva dire molto, se non un richiamo favolistico all’altipiano immenso delle Ande che si estende da Nord a Sud nel Continente Sudamericano e abbraccia il Cile, l’Argentina, la Bolivia e il Perù, con il deserto costiero di Atacama che lo separa dal Pacifico.
Il Terminal San Borja di Santiago è un carnaio molto organizzato, frotte di persone si muovono come formiche con bustoni di plastica, trolley, o grosse valigie di vario tipo e grandezza, alcuni hanno il biglietto stampato in mano e bighellonano alla ricerca della piattaforma numerata, e relativo orario, da cui partirà il bus per la destinazione prescelta, altri smanettano sul cellulare dove lo hanno scaricato on line.
Avevo scelto di partire la sera tardi, perché viaggiare di notte consente di riposare e nel dormiveglia sembra che le ore passino più in fretta. Il Bus procedeva in direzione Nord percorrendo il tratto cileno della favolosa Panamericana, che in trentamila kilometri circa va dall’Argentina all’Alaska, seguendo la costa del Pacifico. Mi ero addormentato al respiro ritmico e profondo del bus, le luci interne erano spente e solo gli anabbaglianti illuminavano la strada che a tratti costeggiava il mare, poi “Amigo ya llegamos y tengo que saludarte” disse il mio compagno di viaggio scuotendomi dal mio torpore. Erano passate circa sei ore dalla partenza e stavamo entrando nel terminal bus di Coquimbo, dopo aver percorso oltre 450 km da Santiago. Era una sosta prevista: avevamo tre quarti d’ora per sgranchirci le gambe, andare in bagno, prendere qualcosa al bar. “Amigo italiano me tengo que ir pero te aconsejo que te alejes de la estación y observes el cielo…hola y buena suerte”. Avevo capito che era giunto a destinazione e lo salutai in italiano “Grazie a te buona fortuna…ciao amico cileno dell’altipiano…” Poi consultai il traduttore google e lo chiamai “ Espera un momento, seguiré tu consejo…buena suerte, ciao”
Mi ero sdraiato in una panchina lontana dalle luci della stazione e col mio zainetto sotto la testa osservai il firmamento sopra di me. Dicono che in Cile la volta celeste sia la più brillante e luminosa del’emisfero meridionale, ed ero rapito dalla vista della Via Lattea, della Croce del Sud e del Centauro, le stelle e le costellazioni con cui ci si orienta per individuare il Sud, mentre da noi il Grande Carro e la Stella Polare ci aiutano ad inviduare il Nord.
Riflettevo sul mistero del buio e dell’infinito che ha da sempre affascinato l’uomo, su quel manto stellato che per secoli ha fatto da guida a tanti marinai nella perigliosa e tormentata navigazione dei mari del sud, e mi ricordai di aver letto che presso i Mapuche, gli indigeni della Patagonia e delle Ande centrali, la Croce del Sud ha il magico potere di mettere in contatto il mondo dei vivi con quello degli antenati.
Il suono rauco del clacson del Bus mi avvertì che i quarantacinque minuti erano passati e che stavamo per ripartire. Notai subito che il posto dell’uomo dell’altipiano al mio fianco era stato occupato da una ragazza che aveva tutta l’aria di essere una studentessa universitaria. Un certo sentore di rose accompagnava le sue movenze mentre dal suo zaino aveva preso un computer. “Buonasera” – dissi – “Buenas tardes señor” – rispose – e senza tanti preamboli aggiunse “El cielo por la noche es como un museo al aire libre…Me di cuenta de cómo mirabas al cielo…” Aveva notato che mi ero perso nella visione del cielo stellato… e “Tienes mucha razón…Avete proprio ragione” – risposi- e mi piaceva l’idea del cielo nottuno come un museo a cielo aperto, e l’incanto era maggiore poichè era la prima volta che vedevo la costellazione della Croce del Sud, invisibile nel nostro emisfero…
La ragazza, con la velocità che solo i giovani possiedono, aprì google maps nel suo PC e mi fece notare che “En el Altiplano y en Atacama, a pocos kilómetros de aquí, se encuentra la mayor concentración de telescopios. Aquí el cielo está más limpio y las observaciones astronómicas muy favorables por la ausencia de nubes y oscuridad absoluta por la falta de fuentes de luz”. Era abbastanza facile intuire quanto diceva, ancor di più per me che venivo dalla Sardegna, dominata per quattro secoli dagli spagnoli e la cui lingua ne aveva condizionato la propria. Nella lingua italiana non esiste la parola falta, mentre per me era chiaro il senso, perché in sardo la parola farta, derivante dallo spagnolo falta, significa proprio “mancanza”.
Osservavo le mani della ragazza che smanettava sulla tastiera del PC e avevo notato che aveva le unghie perfettamente smaltate di blu, in perfetta sintonia con una ciocca dello stesso colore che risaltava nel nero dei capelli. Poteva essere mia figlia, pensai, tanto era giovane, e mi veniva voglia di chiederle tante cose, ma non avevo dimestichezza con la lingua e poi non era giusto interrompere la sua concentrazione, forse doveva dare un esame, oppure aveva una relazione da presentare al suo prof….chissà…ma fu lei a rompere il silenzio e “Where are you going?”, mi chiese in inglese, forse pensando di mettermi più a mio agio, avendo certamente intuito che non ero cileno e avevo difficoltà con lo spagnolo. In inglese ero ancora più scarso e risposi in italiano, convinto che avrebbe capito “Sto andando da mio figlio ad Arica, ma mi devo fermare a Iquique per due giorni, e lei?
” Nací y vivo en Iquique y estudio Economia en la universidad Arturo Prat…you know Arturo Prat?” “I dont know but se gli hanno dedicato un’università deve essere un personaggio importante…” “Claro, para Chile es como Garibaldi para ti…” Aveva capito che ero italiano e chiesi “Dunque un eroe nazionale?” “ Exactamente, porque Prat murió en la batalla decisiva de la guerra entre Chile, Bolivia y Perú que tuvo lugar en Iquique el 21 de mayo 1879…”. Ancora riflettevo sulle interferenze e assonanze tra il sardo e lo spagnolo: da noi “su logu” significa posto e deriva sicuramente da lugar spagnolo, così come usiamo “sa battalla” per battaglia, proprio come in castigliano.
Le ore notturne passarono nel dormiveglia e cullati da cuore lento del bus, lungo la favolosa Ruta 5 Panamericana Norte. Nel buio della notte l’oceano, che risultava sul lato sinistro della carreggiata poiché si procedeva verso Nord, si intravedevano in lontananza i lumini delle navi, poi la luminosità del mattino avanzò e sulla destra si stagliava all’orizzonte il panorama della cordigliera della Costa, con i suoi colori tra il rosso e il giallo e i primi lembi di Atacama. Seguivo sulla carta della mia guida lo scorrere delle località scandite dalle indicazioni stradali con scritte in bianco su sfondo verde …Bahia Inglesa…Charanal…Parque National Pan de Azucar…Taltal…Cerro Paranal dove in pieno deserto di Atacama ha sede l’ESO, il grande e super tecnologico Osservatorio Europeo Australe…Antofagasta, porto minerario tra i più importanti del Cile. È nella regione di Antofagasta, a circa 250 km dalla città che si trova Chuquicamata, la minera di rame a cielo aperto più grande del mondo.
Pensavo ai tanti lavoratori che, qui come altrove, hanno legato il loro destino e quello delle loro famiglie al lavoro nelle miniere, ed era facile cogliere le somiglianze con la Sardegna, con i lavoratori delle miniere del Sulcis iglesiente, laddove si estraeva il carbone, eppure le difficilissime condizioni del lavoro, lo sfruttamento, le paghe da fame, le malattie professionali, erano le stesse. Mi ero ricordato, come un flash nella memoria, la scena del film “I diari della motocicletta”, quando proprio a Chuquicamata il giovane Guevara litiga con il tipo che sceglie i minatori come fossero merce senza alcun rispetto della loro dignità di uomini. È lì che il Che divenne rivoluzionario e ricordo solo il titolo di un libro di uno scrittore cileno, il cui nome mi sfugge, che descrive quell’inferno “Chuquicamata, la tumba del chileno”
A questo pensavo, ed è proprio del viaggio in bus fantasticare con la mente nello scorrere dei kilometri, dimenticare il tempo e a volte lo spazio. Così accadde in quelle ore interminabili, e quando ormai si avvicinava la meta, la ragazza si svegliò dal suo torpore e dalla sua borsetta prese un piccolo specchietto bifacciale e con un fazzolettino profumato si ripulì il viso e gli occhi, poi un contenitore di rossetto con cui si lucidò le labbra. Capii che eravamo vicini a Iquique e la salutai “Buongiorno signorina, stiamo per arrivare, giusto?” “Sí, llegaremos pronto a nuestro destino…Iquique no es muy interesante, pero hay un lugar imperdible, Humberstone” “Entiendo…” Improvvisai in spagnolo…”La città fantasma, la città dei morti, la città nel deserto di Atacama…lei la conosce suppongo…”Mi bisabuelo paterno trabajó tan duro que mi nombre es Laura en memoria de la mina Santa Laura que está justo en el gran distrito minero de Humberstone”…”Chissà quante storie di uomini e di donne” -esclamai-
“Tienes razon” rispese mentre il bus entrava nel terminal bus Balmaceda di Iquique. Ci salutammo con una stretta di mano “Buona fortuna Laura” le dissi “Buena suerte y saludos Humberstone”. Rispose.
Il tempo di riposare in albergo e la mattina seguente di nuovo in bus: direzione Humberston, 50 chilometri da Iquique. Dopo pochi chilometri la città non si vede più, e man mano che si sale sull’altipiano i brutti palazzi che si affacciano alti sull’oceano svaniscono. Quando oramai eravamo vicini ad Humberstone chiesi all’autista di farmi scendere un po’ prima perché volevo arrivarci a piedi, e vedere la città da lontano. L’autista mi guardò stranito, come per dire “Questo è matto…chissà cosa pensa di trovare…”, “Está bien” disse e mi fece scendere. Aveva ragione. Il deserto di Atacama, un luogo inospitale ed estremo, mi aveva inghiottito ed ero solo nel cammino. All’orizzonte il colore giallognolo e rossastro del deserto, polvere, mulinelli di sabbia al vento del deserto, e mentre camminavo seguendo la strada che aveva percorso il bus per evitare di perdermi, intravidi all’orizzonte la carcassa arrugginita di una locomotiva. Non era un miraggio perché seminascoste e sommerse dalla sabbia si intravedevano delle traversine ferroviarie. Erano le poche tracce rimaste della linea ferroviaria a scartamento ridotto che collegava Humberstone al porto di Iquique. Poi intravidi la città. Le case con i tetti di lamiera arrugginite dove un tempo vivevano i lavoratori, erano perfettamente allineate, perpendicolari alle strade che le separavano da una parte e dell’altra. Qui il tempo si è fermato e la sabbia del deserto ha come pietrificato ciò che è stato, come un fermo immagine che dura per sempre. Qui era il Klondike del salnitro, il caliche, come dicevano da queste parti, l’oro bianco del Cile, il nitrato di potassio che, attraverso il porto di Iquique, veniva esportato in tutto il mondo e usato come fertilizzante e come componente fondamentale per gli esplosivi. L’epopea durò sessant’anni circa, dal 1872, quando James Thomas Humberstone, ingegnere chimico inglese, scoprì il processo di raffinazione del caliche e lo produsse su larga e florida scala, fino alla metà del XX° del secolo scorso. Nell’epoca d’oro, in questa particolare città aziendale e nella vicina e attigua officina di Santa Laura, fianco a fianco con i dirigenti, con i tecnici, e le loro famigle, in una comunità eterogea, vivevano i Pampinos, i lavoratori della pampa de Atacama, che in migliaia dal Cile, dalla Bolivia, dal Perù, lavoravano, e producevano la materia prima naturale che avrebbe consentito la rivoluzione agricola in tante parti del mondo tra la fine del XIX° secolo e i primi del XX°, e favorito la ricchezza del Cile.
La città viveva di vita propria, c’erano la chiesa, l’ospedale e l’infermeria, la scuola, il teatro, la piscina. Tutto è perfettamente conservato, come se all’improvviso gli abitanti abbiano di colpo abbandonato questi luoghi. Nelle piccole case, con muri di fango e tetti di lamiera, con infissi approssimativi, è possibile visitare le camere e con i rispettivi arredi, testimonianza di quanto la vita dei pampinos fosse grama e difficile, nel caldo insopportabile di giorno che si alternava al freddo pungente della notte. In questo silenzio, rotto solo dallo scricchiolare delle lamiere battute dal vento, dallo sbattere di qualche porta o finestra, dal mulinare della sabbia nel vento del deserto, si può immaginare la vita che un tempo brulicava, le voci dei bambini, l’abbaiare dei cani, il canto delle donne, il calpestio dei passi dei lavoratori, le grida di protesta, i mugugni per la paga con le fichas, sorta di buoni moneta valida solo nella fabbrica, con l’obbligo di acquisto dei generi alimentari solo negli spacci aziendali.
Ad Humberston, che è un vero museo a cielo aperto, riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità, vivevano e lavoravano fino a 3700 persone, in grande spirito comunitario e solidaristico, perché la vita nel nulla del deserto, è dura e faticosa, e non è un caso che qui si svilupparono le lotte per una maggiore giustizia sociale.
Nel cammino tra le rovine di Humberston, dove il deserto ha cristallizzato i luoghi e i passi sono attutiti dalla polvere, echeggiano le vite delle persone e se si sta attenti si possono sentire le loro storie. A questo pensavo quando in tarda serata ripresi il bus per fare ritorno ad Iquique, accolto dall’autista che mi salutò “Todo esta bien señor? Encontró lo que estaba buscando?” “Si tutto bene grazie”.
Tonino Sitzia
Note di redazione. Il racconto, tra i finalisti del Premio Barnaba 2025, è stato pubblicato dalle Edizioni Museo Galileo – Progetto Museo Galileo e Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. La premiazione è avvenuta a Pieve Santo Stefano il 18 settembre 2026. Nella premessa del libro si legge “In quanti modi diversi si può raccontare un’opera d’arte, uno strumento scientifico, un libro? Quali ricordi, curiosità, fantasie, può accendere la visita ad un museo?”

