ll Consiglio Regionale della Sardegna con la Legge Regionale del 14 Settembre 1993, n. 44, ha istituito “Sa die de sa Sardigna”, nominandola la “Giornata del popolo sardo”
Antefatto
27 gennaio 1793: una flotta francese, composta di 27 navi da guerra e 42 da carico, con 6000 tra fanti e volontari corsi e provenzali, si affaccia sul golfo di Cagliari. Nei giorni precedenti i francesi avevano occupato Carloforte e Sant’Antioco. L’arcivescovo Filippo Vittorio Melano dal Bastione di Sant’Efisio invoca la protezione del santo e, a vittoria ottenuta, se ne attribuirà parte del merito. Le milizie cittadine, pagate dalla nobiltà con 5 soldi a giornata, si sono organizzate per resistere ai francesi e suppliscono all’inerzia delle truppe regie piemontesi, che delegano ai sardi la difesa della città.
Sulla spiaggia di Quartu si costruiscono fortini e sul colle Sant’Elia prende forma il forte di Sant’Ignazio. La città viene bombardata una prima volta il 28 gennaio, poi il 15 febbraio per ben 12 ore, e poi ancora il 16 febbraio. Alcuni tentativi di sbarco vengono respinti dai miliziani, guidati da Girolamo Pitzolo, per esempio quello sul Margine rosso sul litorale di Quartu. Il 20 febbraio la flotta francese lascia il golfo di Cagliari: la conquista della Sardegna è fallita.Il merito è tutto dei sardi, che hanno combattuto per se stessi, e per reclamare i loro diritti presso la corte piemontese.
Il re nelle ricompense per la vittoria privilegia i piemontesi. In tutta la Sardegna, e a Cagliari soprattutto, montano la delusione e il malumore. Nel marzo del 1793 si riuniscono gli Stamenti, che non si riunivano dal 1699: quello militare (in rappresentanza della nobiltà), quello ecclesiastico (il clero), e quello civile (delegati delle città regie, Cagliari, Sassari, Iglesias, Oristano, Bosa, Alghero e Castelsardo).
Gli Stamenti preparano le richieste da formulare al re, che saranno presentate da una delegazione che si recherà a Torino. Sono le famose 5 domande, che in forma di petizione, e per punti sono le seguenti:
1) il ripristino della convocazione decennale dei Parlamenti, interrotta dal 1699;
2) la riconferma degli antichi privilegi, soppressi pian piano dai Savoia nonostante il Trattato di Londra;
3) la concessione ai Sardi di tutte le cariche, ad eccezione della vicereale e di alcuni vescovadi;
4) la creazione di un Consiglio di Stato, a fianco del viceré, per la gestione degli affari ordinari;
5) la creazione a Torino di un Ministero per gli Affari di Sardegna.
Vittorio Amedeo III riceve i deputati sardi solo dopo tre mesi, le cinque richieste vengono tutte respinte, salvo la 4. L’irritazione dei sardi è palese e molti ritengono che non si otterrà nulla se non si cacciano i piemontesi dall’isola.
8 aprile 1794
Era una bella giornata di sole, quel 28 aprile 1794, era di lunedì e la città riprendeva la sua normale vita di tutti i giorni. Cagliari aveva allora poco più di 25.000 abitanti e, per chi ci abitava, ma anche per chi veniva da fuori, si presentava come divisa in due, castedd’e susu, dove c’era il Palazzo viceregio, la sede del potere del Vicerè , il piemontese Balbiano e del vescovo, la guardia regia, e castedd’e basciu, dove brulicava una umanità di lavoranti, piscadoris che ormeggiavano le loro barche, bastaxius che scaricavano le navi, piciocus de crobi con le loro ceste a vendere il pesce e scherzare con le popolane che lo compravano, panetteras arremangadas e cun su pannieananti, carri di contadini che venivano a casteddu dai paesi vicini, is biddaius. Tutti guardavano castedd’e susu col naso per aria, dove spiccavano le torri e il profilo della cattedrale, perché era così da sempre, da quando i Pisani nel XIII° secolo avevano fortificato quel colle calcareo a circa 100 metri di altezza sul livello del mare, dopo aver distrutto Santa Igia, la capitale del Giudicato di Cagliari.
Castedd’e susu era circondato dai quartieri popolari di Stampace, Villanova e la Marina, come un cuore che ha le arterie che lo fanno vivere, ma i Piemontesi, i Savoia, che avevano ottenuto la Sardegna nel 1720, a seguito del Trattato internazionale de L’Aia, non se ne accorgevano, guardavano i popolani dall’alto in basso, erano sprezzanti e altezzosi e in senso dispregiativo li chiamavano molentis, asinacci, non sapendo che su molenti, e i contadini sardi lo sapevano bene, è un animale nobile, affidabile e instancabile, proprio come i sardi.
I piemontesi sonnecchiavano, ma il vicerè Vincenzo Balbiano mandava dispacci preoccupati al re Vittorio Amedeo III, e al ministro per gli affari di Sardegna Pietro Granieri, perché si concedesse qualcosa ai sardi, qualche contentino per evitare possibili proteste. Ma Torino era lontana e si riteneva esagerata la preoccupazione del vicerè. Giuseppe Manno così lo descrive: “I tempi cominciavano a diventare fortunosi, e il Balbiano non era l’uomo che potesse porre felicemente la mano al governarle… non aveva la sagacità necessaria a giudicare rettamente delle cose di stato, non la perizia a trattarle….” Il viceré aveva un atteggiamento altezzoso e sprezzante, era monocolo e orbo da un occhio, e il popolo, ricambiando il suo disprezzo, lo chiamava “”su visurrey baiocu“, il viceré orbo.
Si vociferava di una possibile sollevazione popolare, ordita da magistrati, nobili, ecclesiastici, artigiani, popolani, tali erano il malumore e del malcontento che covava da tempo, come un fiume sotterraneo, o come un vulcano dormiente ma pronto a esplodere. Qualcuno accennava anche ad una data già stabilita, il 4 maggio, che era il giorno in cui la statua di Sant’Efisio, in forma solenne e scortato dai miliziani, tornava da Pula. Si facevano anche i nomi di chi poteva guidare la rivolta , per esempio il capopopolo Girolamo Pitzolo, che faceva parte dello Stamento Militare e che era stato, con Vincenzo Sulis, a capo dell’esercito sardo che nel 1793 aveva respinto il tentativo francese di invadere la Sardegna.
Sa dì de s’acciappa (seconda lettura – Angelica)
Tirilì tirilà, crepino i sardi
Noi piemontesi restiamo qui
Tirilì tirilà. Crepino i sardi
Noi piemontesi restiamo qua
Si racconta che questa filastrocca venisse cantata dai funzionari piemontesi che circondavano il viceré, e questo non faceva che aumentare la tensione, già altissima in città. Ma certo non è una canzone a far esplodere una rivoluzione, in tutta la Sardegna già da tempo si protestava contro il permanere degli insopportabili tributi feudali, contro la fame strisciante, ed era diffusa ormai l’idea che in un secolo di dominio piemontese le cose non fossero granché migliorate rispetto al periodo spagnolo. Si era agli albori delle istanze autonomistiche che sono all’ordine del giorno ancora oggi.
Era una bella giornata di primavera, quel 28 aprile 1794, era di lunedì e il sole era già alto quando intorno alle 12 si cominciarono a rafforzare i corpi di guardia alle porte di entrata in Castello e alla Marina, poi intorno alle 13, quando gran parte del popolo è a pranzo, un rullìo di tamburo battente fa capire che sta succedendo qualcosa: i soldati del reggimento svizzero Smith, una ventina circa, al comando di un Capitano Tenente, due Aiutanti di campo e il Maggiore di Piazza, si recano nel quartiere di Stampace per procedere all’arresto di Vincenzo Cabras, avvocato assai stimato in città, il genero, avvocato Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che sfugge alla cattura perché non in casa in quel momento.
I primi due vengono condotti alla torre di San Pancrazio, mentre come una scossa elettrica la notizia si diffonde in città. Efisio Luigi Pintor percorre a cavallo le stradine di Stampace e fa suonare a martello le campane della chiesa di Sant’Anna a cui seguono quelle degli altri quartieri cittadini. Il popolo è in rivolta, insorge tumultuoso, sfonda le porte che dividono i sobborghi tra loro, urla “Ajò a Castedd’e susu!”..”Ajò tottus impari” “Ajò ca ci ddus bogaus”, abbatte la porta di entrata al Castello, brucia la porta di Sant’Agostino e si ammassa sulla Porta Cagliari, nei pressi della Torre di San Pancrazio, che diventa come una sorta di Bastiglia cagliaritana, chiedendo l’immediata liberazione dei due prigionieri.
La folla continua a dilagare per le vie di Castello, si canta
“Tirilì tirilà,
piemontesi via di qua”.
In pochi attimi si impossessa delle armi, avendo facilmente ragione delle deboli resistenze dei soldati piemontesi. Poi la marea si dirige verso il Palazzo viceregio e dopo poche fucilate lo conquista. Lorenzo Balbiano, “su visurrey baiocu”, si rifugia nell’arcivescovado, che viene risparmiato dalla furia popolare. I portavoce degli insorti chiedono che i Piemontesi tutti, uomini e donne, compreso il viceré, lascino immediatamente la Sardegna, non ci sarà spargimento di sangue, anche se nella concitazione e tra i più esagitati, si sentono voci che gridano “buttiamoli a mare tutti”, “maladittus”. Lo scontro non fu particolarmente cruento: tra i soldati e popolani ci furono una decina di morti e un centinaio di feriti.
La Reale Udienza, massima autorità di governo in quel momento e secondo le leggi del regno, si riunisce d’urgenza e in permanenza con la sola partecipazione dei membri sardi, tra cui si segnala Giovanni Maria Angioy, che sarà protagonista delle vicende sarde due anni dopo. La Reale udienza decide di distribuire pane al popolo e alle milizie, e il pronto imbarco dei piemontesi, con eccezione dell’arcivescovo Melano per rispetto alla chiesa. Si riuniscono anche gli Stamenti, quello militare, quello ecclesiastico, e quello civile, e viene deciso lo scommiato dei piemontesi, vale a dire la loro cacciata dalla Sardegna.
I giorni tra il 28 e il 29 sono quelli de ”s’acciappa”, si cercano in piemontesi, per invitarli a raccogliere le loro cose e abbandonare l’isola. Si racconta che molti di essi venissero identificati con la formula “nara cìxiri” poiché era facile identificare chi non essendo sardo non sapeva come pronunziare la x e molti infatti dicevano cicsiri, o cichiri o cicciri e a chi non rispondeva a tono i popolani dicevano “Tui a cunventu!” Infatti era nei conventi di Santa Rosalia, San Michele e San Francesco da Paola che vennero sistemati i piemontesi prima della definitiva partenza, che avvenne il 30 aprile 1794.
Quel giorno tutti i piemontesi residenti a Cagliari, in tutto 514 persone, compresi mogli, alcune sarde, e figli. Non erano pochi… il 20% della popolazione. I carri con le masserizie dei partenti discesero da Castedd’e susu fino al porto, e solo i carri del viceré Balbiano erano una ventina. Non ci fu violenza o ruberie, e quando qualcuno dei più esagitati volle tentare l’assalto ai carri “poita cussa est arroba nostra”, il beccaio Francesco Leccis si scagliò contro di loro per consentire il passaggio dei carri. Il Manno riporta le parole del popolano “Fermatevi! non si dica mai che la Sardegna ha bandito gli stranieri per ingordigia di preda piuttosto che per insofferenza di dominio”.
Nei mesi seguenti alcune delle richieste sarde vengono accolte, il re approva l’istituzione del Consiglio di Stato e accorda la riserva, seppure parziale, degli impieghi per i sardi, l’8 luglio viene concesso il condono per quanto accaduto il 28 aprile e gli Stamento danno l’assenso formale all’arrivo del nuovo viceré Filippo Vivalda.
Ripubblichiamo il contributo di Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas a Sa Die de sa Sardigna che si era tenuta Elmas, presso il Teatro Comunale il 28 aprile 2022. Il testo è di Tonino Sitzia, le letture erano state a cura di Angelica Piras


Bene ha fatto Tonino a riproporre quelle vicende storiche, svoltesi nella città di Cagliari, verso la fine del 1700 che hanno visto i sardi ribellarsi ai nobili piemontesi.
Due sono le date specificamente ricordate: 27 gennaio 1793 (tentativo francese di sbarcare nell’Isola); 28 aprile 1794 (i piemontesi scacciati da Cagliari, a furor di popolo, costretti a imbarcarsi e lasciare la Sardegna).
Due anni dopo l’entusiasmante avvio d’una insurrezione rivoluzionaria capitanata da Giovanni Maria Angioi: i moti antifeudali del triennio 1793 – 1796 che interessarono tutta la Sardegna.
Insurrezione che venne meno, ripiegò e fu sconfitta. Angioi costretto alla fuga, riparò nella Francia repubblicana.
Mi sono chiesto: che cosa succedeva, oltre la Sardegna, in questo torno di tempo?
Ecco alcune date: del 1789 è l’inizio della rivoluzione Francese; il 21 settembre 1792 la proclamazione della Repubblica francese; 21 gennaio 1793 l’esecuzione del re Luigi XVI.
Ma già nel 1776 con la dichiarazione d’indipendenza l’America del nord sanciva la sconfitta dell’Inghilterra al termine della rivoluzione iniziata nel 1763.
Altre date: agosto1791 a due anni dall’inizio della rivoluzione francese ha inizio la rivolta degli schiavi neri a Santo Domingo, colonia francese nelle Antille. Evidentemente la trinità Libertà, Uguaglianza, Fraternità era valida soltanto per i cittadini francesi, non per Santo Domingo.
Nel 1789 la colonia francese di Santo Domingo forniva alla madre patria i due terzi del suo commercio internazionale e rappresentava il massimo mercato della tratta europea degli schiavi.
La rivolta guidata da Toussaint Louverture ex schiavo durò 12 anni di durissime lotte fino all’indipendenza ottenuta nel 1803.