Sunday 11th April 2021,
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ANNALENA E LE ALTRE: “alla donna era stato impedito di pensare” – Recensione di Gabriele Soro

Se si vuole capire il mondo (la realtà in cui siamo immersi e interagiamo; il complesso dei rapporti sociali…) bisogna guardarlo dal ‘punto di vista delle donne’. Allora, con le donne protagoniste, comincerà a prendere forma e sostanza un mondo più giusto, più bello. Ecco, “ANNALENA E LE ALTRE. Il Novecento con occhi di donna”. E con occhi di donna, appunto, nel libro di Paola De Gioannis, in 23 capitoli snelli si dipana una storia raccontata in prima persona da Annalena che incontra le altre: Maria Antonietta, Amanda, Teresa, Maria, Chiara, Ilaria, Marianna, Anna, Virginia, Maria Sole.
Una scrittura intensa dalla quale balzano storie ed emozioni, e certe pagine che risuonano in chi legge con il respiro della poesia.
Come nel capitolo “Annalena e il dolore”: “Quello fu un Natale dolcissimo. Avevo disposto un po’ dovunque minuscole candele rosse e un alberetto con le luci colorate fra i vasi della veranda”. Più avanti: “Traversammo il Terrapieno e superammo la porta che conduce alla città alta. Sotto una luna nascosta, l’Anfiteatro romano mostrava le sue pietre pallide e secolari”. Ma ogni lettore tante altre ne potrà trovare.
Paola D. G. Ha la capacità di intrecciare fatti locali e quotidiani con l’andamento del mondo grande e terribile; di intrecciare questioni, problemi specifici della Sardegna, di Cagliari con l’Europa con il mondo.
I luoghi, l’ambientazione sono prevalentemente quelli dell’isola, della Sardegna con le coste fantastiche e le bellezze selvagge dell’interno. (Ma c’è anche l’incanto di Praga, la Roma dei tramonti sui ruderi e Parigi…)
E Cagliari, alta che guarda dai terrapieni il mare e le lagune intorno, più in là le colline. La sua luce incantata.
Su questa città, la città del Golfo degli Angeli s’avventa la guerra, i bombardamenti e la tragedia degli abitanti che dovettero fuggire lasciandosi dietro le macerie delle loro case.
La guerra poi finisce e la città pian piano si riprende. Ma c’è anche la violenza, quella del così detto tempo di pace, che permane, sconvolge, lascia segnati, attoniti, tristi. Come la triste vicenda di Gavina (amica di Teresa) umiliata, straziata nel corpo e nello spirito, perché povera e indifesa: uno stupro di gruppo, rimasto impunito, di giovani rampolli arroganti d’una Cagliari ‘bene’ e prepotente.
C’è la politica, l’impegno sociale, il ricordo del ’68 con considerazioni ed osservazioni mai banali e utili alla comprensione di quel periodo importante della nostra storia. Poi gli anni detti di piombo, gli anni cupi d’un terrorismo specifico, nostrano che ha sconvolto l’Italia, l’uccisione di Aldo Moro…
La crisi dei grandi partiti di massa, il loro venir meno tra gli scandali; i fatti del mondo sempre più interconnessi e le guerre con le loro tragedie.
“Il Novecento aveva finito per omologare l’intero pianeta a un sistema di valori regolati dal profitto e nella religione del mercato, aveva dato vita a un compiuto ecumenismo, ed ora che il vento della storia se lo era portato via, nella dittatura del profitto che si profilava c’era qualcosa che mi sfuggiva”.
E sempre Annalena parlando in prima persona della TV: “In quella scatola-mercato in cui tutto era ridotto a merce, predominavano immagini di donne-oggetto, e l’esasperazione dell’immagine si alternava con la cultura dell’aggressività, dalla quale era sempre più difficile difendersi”.
Ci sono gli amori, le amicizie, quindi le gioie, ma anche il passare di queste cose, il comparire della malattia, quindi l’ansia, l’angoscia.
C’è il vuoto dell’assenza irreversibile che si porta la morte, spesso dopo la solitudine e la malattia. E i morti sono soltanto i ricordi che di loro ci sono rimasti, e i rimpianti. In finale di certi capitoli, dove qualcuno muore, si ha un’accelerazione della scrittura che si fa più essenziale così come si addice all’approssimarsi della morte.
Il penultimo capitolo è quasi interamente occupato da una lettera che Annalena, nella solitudine della sua casa, aggredita dal dolore fisico e dallo sconforto, scrive a Dio: “Preghiamo soltanto per chiedere. E’ una forma, ripetuta all’infinito, di accattonaggio. Per questo ho pensato di parlare direttamente con Te, senza chiederti nulla”. In questa lettera viene delineato un Dio sconfitto, impotente di fronte al male del mondo, o peggio indifferente. Incapace comunque di dare risposta agli interrogativi del fine, del senso dell’esistenza che rimangono sospesi.
Questa lettera che non trova il destinatario è come se ritornasse al mittente.
Del Novecento, di questo secolo, è la morte di Dio. Ma se Dio è morto significa che non è mai esistito: è morta la creazione fantastica che la mente dell’uomo s’era costruita, spaventato della sua solitudine nel cosmo. Comunque, nella sua presunzione, l’uomo non poteva accettare l’assenza d’un ‘disegno’ d’un ‘fine’ divino…
L’ultimo capitolo si chiude, percorso da mestizia, con la morte di Annalena e le sue ceneri sparse nel mare tanto amato della sua isola.

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