Anche quest’anno, negli Stati Uniti, il 12 ottobre scorso si è celebrato il Columbus Day, in ricordo dell’arrivo di Cristoforo Colombo nel nuovo mondo, che avvenne appunto il 12 ottobre 1492. Nello stesso giorno i nativi americani celebrano l’Indigenous Peoples’ Day, riconosciuto da diversi stati della federazione, una sorta di contro celebrazione a ricordo di come l’impresa di Colombo abbia segnato l’inizio della colonizzazione, spesso brutale, del continente americano da parte degli europei, e nei secoli successivi del Colonialismo e Imperialismo in senso lato.
In Cile il Columbus day è celebrato come Día del Encuentro de Dos Mundos, e in altri paesi latinoamericani si parla di Día de las Américas, Día de la Resistencia Indígena, Negra y Popular, Día del Respeto a la Diversidad Cultural. In Italia dal 2004 è stata istituita la Giornata nazionale di Cristoforo Colombo, in Spagna Fiesta Nacional de España o Día de la Hispanidad.
Dunque si tratta di una data controversa, che genera discussioni e riflessioni, e l’alone eroico, e quasi mitico, che ha sempre avvolto la figura di Colombo è sottoposto e ridimensionato alla luce della storia.
“Fu vera gloria?” si chiedeva Manzoni sull’epopea di Napoleone, e sospendeva il giudizio “Ai posteri l’ardua sentenza…”: nel caso di Colombo i posteri sono molto severi. È quanto fa Giosuè Calaciura nel suo romanzo “L’Ammiraglio”, dedicato a Cristoforo Colombo, presentato a Cagliari il 1° settembre 2026 presso la sede della Fondazione di Sardegna nell’ambito del festival diffuso Éntula. Romanzo per linguaggio, fantasie, richiami letterari ed avangelici, e non saggio storico, per quanto le vicende narrate siano basate su documenti storici, quali il Diario di Bordo e gli atti del processo a Colombo da parte dell’inquisitore reale Francisco Bobadilla del settembre 1500 che, attrraverso testimonianze, accusò Colombo di crudeltà, pratiche di tortura, condanne a morte sommarie sia verso gli indios che verso castigliani che erano con lui, e infedeltà alla corona spagnola. A seguito di quel processo Colombo venne privato dei titoli di viceré e governatore e l’Ammiraglio finì imbarcato in catene alla volta della Spagna.
Nel libro di Calaciura Il viaggio di Colombo verso le Indie, nelle tre fasi della concezione quasi visionaria, nella descrizione dell’infinito attraversamento dell’oceano sconosciuto, nell’approdo e conseguente contatto con le popolazioni indigene, viene raccontato, in prima persona plurale, da un noi, cioè dai marinai e ufficiali di bordo imbarcati con lui nella Marigalante, così si chiamava la Santa Marìa, nella Pinta e nella Niña, che gli furono a fianco nell’impresa. Sono loro l’io narrante della storia.
“Ci presentarono un marinaio- così si legge nelle prime righe del romanzo – conoscevamo quell’uomo di mare, straniero, avvolto senza grazia nel mantello di velluto regalo della regina. Mai ne aveva posseduto uno..” Colombo dunque è inizialmente un marinaio, poi gli fui concesso il Don e poi fu Ammiraglio. “Ma – dicono i marinai – anche lui come tutti noi era stato pirata dei suoi stessi concittadini e danarosi commercianti.”
Colombo è in preda al delirio del folle volo, quello stesso che prese l’Ulisse dantesco, quell’illusione che gli avrebbe procurato l’oro per cui i reali spagnoli gli dettero credito, ammaliati dal suo eloquio. Aveva la ferocia del comando, che esercitava in modo spregiudicato servendosi di suoi fidi che controllavano i recalcitranti dell’equipaggio quando vedevano che il mare non finiva mai. Eppure quegli stessi marinai ne riconoscevano una capacità unica, e rara per quei tempi “Lo conoscevamo quel marinaio che da poverissimo aveva trovato credito e stima in Portogallo, in Francia e persino in Spagna. Aveva un’unica qualità accertata: sapeva leggere. Leggeva durante le navigazioni, leggeva mentre ordinava di cambiare bordo, leggeva nella burrasca e nella calma dei porti in attesa dell’imbarco. Leggeva misurando l’angolo delle stelle”.
Nello scorrere dei trentuno capitoli, intervallati da cinque intermezzi in corsivo, quelli che l’autore definisce siparietti, attraverso una scrittura non facile, onirica e a tratti poetica, Calaciura segue la pazzia del navigatore, il suo oscillare tra sogno e realtà, il suo favoleggiare sul mito dell’oro e delle ricchezze delle Indie, la sua ferocia nel perseguire il suo scopo di conquista, di un qualcosa di inaferrabile che solo lui percepisce, la sua brutalità, mancanza di pietà ed empatia, verso gli indios che si fidano di lui, che lo accolgono con stupore e innocente semplicità, e di cui nega cultura e umanità nel nome del Dio di cui si fa portavoce fino allo sterminio e al genocidio. Nel capitolo quattordici del libro si richiama, quasi emblematico esempio, quanto già detto da Edoardo Galeano nel suo “Le vene aperte dell’America Latina”: “Tre anni dopo la scoperta Cristoforo Colombo in persona dirigeva la campagna militare contro gli indigeni dell’isola Dominicana. Un pugno di cavalieri, duecento fanti e un certo numero di cani particolarmente addestrati all’attacco decimarono gli indios. Oltre cinquecento di loro, mandati in Spagna, furono venduti come schiavi a Siviglia, e morirono miserevolmente”
Il libro, di alto spessore letterario, è un richiamo alla storia che è stata, ma soprattutto un richiamo all’oggi, una sorta di metafora dell’occidente, nella sua ansia di conquista e sopraffazione, illusione del progresso che non conosce limiti, colonialismo e imperialismo, che nelle forme delle tecnologie in poche mani permangono nella travagliata geopoliticha contemporanea.

