Tuesday 13th April 2021,
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Viola Ardone:  “Il treno dei bambini ”, Einaudi 2019

“Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me. Hanno pigliato le abitudini loro, hanno fatto altre strade, altri giochi.”

È l’incipit del libro di Viola Ardone, apprezzatissimo alla Fiera del libro di Francoforte del 2019, in via di traduzione in diverse lingue del mondo. E subito mi vengono in mente le frasi di Mordo Nahum, il saggio compagno greco di Primo Levi ne “La tregua”, il libro memoria del ritorno da Auschwitz: “Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso”.

Siamo nella Napoli del 1946, la guerra è appena finita. Nella città ferita e martoriata, ha subito circa 200 raid aerei dal 1943 al 1945, la fame e la povertà imperano, i bambini, dai 4 ai 12 anni, poveri e più di qualcuno orfano,  vagano per i quartieri popolari in cerca di cibo e provano a ricavarsi spazi di infanzia anche in condizione estreme.

Il romanzo ha come protagonista un bambino di otto anni, Amerigo Speranza, che come voce narrante racconta, con il linguaggio e cadenza tipici del dialetto napoletano, dei sentimenti, curiosità, dubbi e paure propri della sua età, di una vicenda, sconosciuta ai più, realmente accaduta nella Napoli del dopoguerra, dal 1946 al 1954.

Da un’idea del Partito Comunista Italiano, e di quello campano in particolare, con il sostegno dell’UDI, appena costituitasi, venne a crearsi, in quegli anni terribili, il “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli”: circa dodicimila di essi, vennero vestiti, nutriti, e temporaneamente ospitati, e mandati a scuola, da famiglie contadine del Nord Italia,  soprattutto delle campagne di Modena, Reggio e Bologna. L’intervento di solidarietà sociale, che negli anni si allargò ad altre regioni del Sud e del Centro Italia, coinvolse oltre 70.000 bambini.

Nella finzione letteraria Amerigo è uno di questi.  “Mia mamma Antonietta aspetta che questa Maddalena finisce di parlare, perché le chiacchiere non sono arte sua. Quella dice che ai bambini bisogna dargli un’opportunità”. Sono i pensieri di Amerigo quando Maddalena, una di quelle militanti che organizzarono quelli che vennero chiamati “Treni della felicità” cerca di spiegare il senso di quella iniziativa: ”Ai bambini bisogna dargli un’opportunità”, affermazione quanto mai opportuna, allora come oggi. Fu un esempio di come il Nord e il Sud potessero incontrarsi e conoscersi, superando ignoranza e pregiudizi.

Fanno sorridere i dialoghi tra i bambini nel treno che li porterà nel Nord. Uno di loro “con i capelli gialli e tre denti mancanti in bocca” ad un certo punto dice “Ma voi lo sapete che in Russia i bambini se li mangiano a colazione?”, e Amerigo “Allora a te ti rimandano indietro, tieni più ossa che pelle..,E poi, chi ve l’ha detto che dobbiamo andare in Russia? Io ho sentito dire al settentrione” (pag 43). Ancora Amerigo all’arrivo in una stazione del Nord laddove i bambini saranno adottati da qualche famiglia emiliana “Quelli dell’Alta Italia sono lunghi e larghi più di noi e hanno le facce bianche e rosa, io penso perché si sono mangiati troppo prosciutto con le macchie…(pag.61)

Fu una straordinaria epopea di solidarietà. Non mancarono certo le critiche malevoli da parte democristiana, di una certa destra, cattolica e non: “speculazione comunista”, “operazione politica”, qualche becera affermazione “perché i bambini non li portano in Russia?…” Per i bambini non fu una gita o una passeggiata.  Amerigo  personifica quello che possono aver provato: il distacco dal proprio ambiente e dai propri affetti, lo stupore per il nuovo, il dover ricominciare, l’essere divisi fra due dimensioni, l’arricchimento per le nuove esperienze, il trasmetterle al ritorno, gli affetti  che durano una vita.

L’interesse che il libro ha suscitato è dovuto all’universalità della storia: quella di un bambino, come ce ne sono tanti nel mondo dove oggi, come nel passato,  i bambini sono vittime delle guerre e dei soprusi.

Recensione a cura di Tonino Sitzia

 

 

 

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