“La guerra a pezzi”, qua e là nel mondo, ha ripreso, in questi ultimi anni, con più vigore criminale, una pratica terroristica colpendo soprattutto le popolazioni più inermi e indifese. Colpendo le ambulanze e gli ospedali, di proposito. Certo la guerra non nasce dal male che si annida nel cuore dell’uomo come istinto innato. È la pratica della guerra a determinare l’aggressività non l’inverso. E le cause della guerra sono, al fondo, di carattere economico-sociale. Sono la risposta a pressioni demografiche, lo scontro per l’accaparramento delle risorse, per il controllo dei mercati, dei traffici. Forse un poco deterministiche e “meccaniche” queste considerazioni iniziali, ma credo possano aiutare a capire. A rimettere nella giusta sequenza cause ed effetti; a svelare nascondimenti ideologici.
Se un sistema economico globale permea di sé gli Stati, i governi e le società, data la sua intrinseca natura, per perpetuarsi, per necessità, per “vivere” genera le guerre (quelle “locali” e quella mondiale con il rischio dell’Apocalisse atomica), allora è fatica di Sisifo nel movimento pacifista se non si vede, se non si affronta con un contrasto radicale questa causa. Ossia il capitalismo.
Dico del sistema capitalistico (nella sua fase imperialista) nella sua fase storica attuale cioè industriale finanziaria , con la finanza preminente in posizione egemone; con la padronanza assoluta della tecnologia digitale, della A.I. (così detta Intelligenza artificiale) in mano ad un ristretto e assai ricco e potente gruppo di uomini, che con le loro Imprese private e multinazionali
controllano gli Stati o direttamente li determinano.
Se non si supera, se non si sostituisce questo Assetto, “questo Ordine economico mondiale”, a poco valgono, movimenti, slogan, bandiere, preghiere, fiaccole, veglie e marce della pace.
Sento anche parlare di una efficace azione diplomatica per poter addivenire alla pace: cosa buona e giusta. Ma la diplomazia comunque interviene dopo il conflitto per cercare di porvi fine. Intanto prima è dilagata la guerra con i suoi orrori, i morti, le distruzioni, i feriti e le macerie. E i bambini, anche loro, mutilati atrocemente.
Ben vengano comunque movimenti, azioni, voci per la pace, contro la guerra.
C’è un libro “La guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo”, nel quale l’autore, David Harvey, sviluppa la sua tesi. Non ho certo la competenza storico-economica, né una cultura geopolitica per parlare di questa analisi complessa e autorevole. Ma con le parole dell’autore stesso può ben essere sintetizzata: “anche in questa fase il capitalismo ha necessità dell’accumulo per espropriazione. Il suo sviluppo non ha mai rinunciato alle brutalità dell’accumulazione primitiva e deve rinnovarle ogni volta che il meccanismo della riproduzione allargata tende a incepparsi. La necessaria continuità del sistema sarebbe garantita solo dalla costante possibilità di una guerra”.
Il nuovo imperialismo ha necessità della guerra per perpetuarsi.
Sconcertante, sconfortante: c’è una via d’uscita? Non è detto, forse non c’è. Difficile, in questo tempo, pure intravvederla , immaginarla.

