6 Giugno 2026
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La cattiva coscienza dei fisici – Carlo Rovelli

Non passa giorno che non si parli di guerra. Ogni notiziario e ogni prima pagina dei quotidiani riportano continuamente aggiornamenti sulle attuali guerre in atto facendo spesso riferimento alla minaccia nucleare e lo scorso mese è stato ricordato l’anniversario di quanto avvenuto a Chernobil 40 anni fa: Energia atomica e bomba atomica. In un momento come questo è importante ricordare quanto lo stimato fisico teorico Carlo Rovelli racconta nel suo libro “ La cattiva coscienza dei fisici” (ed. SOLFERINO, RCS MediaGroup S.p.A., Milano, 2026): un avvincente saggio che esplora i dilemmi etici, gli errori di valutazione politica e le responsabilità collettive degli scienziati in relazione all’energia nucleare, dalle prime ricerche di Fermi alla minaccia odierna della guerra atomica. Il fisico dichiara che “L’umanità ha un solo nemico: la propria stessa irrazionalità …” ed è questo che ha portato anche in passato a scelte drammatiche. Il rischio di un conflitto nucleare è sempre tra noi e non è mai stato così alto come oggi, nemmeno ai tempi della guerra fredda.
Ci sono stati dei momenti della Storia nei quali siamo stati “salvati dalla disobbedienza” di singoli ufficiali che si rifiutarono di obbedire agli ordini; nel libro se ne citano tre. Uno di essi riguarda la crisi di Cuba degli anni ’60: il Comandante di un sottomarino russo si convince che sia scoppiata la guerra tra USA e Russia e dà l’ordine di lancio della testata nucleare, ma il protocollo prevede che il lancio sia approvato da tre ufficiali e uno di loro si rifiuta. Questa “disobbedienza”, in quel frangente, ha salvato il mondo.
Il punto di partenza del libro è il paradosso di Enrico Fermi. L’autore riporta che Fermi, dopo aver eseguito alcuni esperimenti sull’Uranio, credeva di aver scoperto nuovi elementi, “battezzati” Ausonio e Esperio”, che vengono da antichi nomi dell’Italia. Fu un omaggio alle glorie italiche decantate da Mussolini. Ma il fenomeno fisico non era questo, bensì la radiazione spezzava gli atomi di uranio in due più piccoli: lo scienziato Fermi aveva in realtà innescato la fissione nucleare. Ad accorgersi dell’errore fu una chimica tedesca, Ida Noddack, ma per diversi anni non venne presa sul serio. Era una donna, e gli uomini si sentono superiori alle donne; era una chimica, e i fisici si sentono superiori ai chimici; e Fermi aveva un Nobel, e chi ha riconoscimenti scientifici è considerato più affidabile di chi non li ha. Soprattutto, l’idea che un atomo, il nucleo di un atomo, potesse spezzarsi in due pezzi non sembrava plausibile. Invece aveva ragione lei.
Rovelli ripercorre la storia dello sviluppo nucleare, concentrandosi in particolare su eventi cruciali come il Progetto Manhattan, le ingenti risorse investite nel progetto, e i terribili bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, avvenuti a guerra ormai “finita”. Evidenzia le tragiche occasioni mancate per gli scienziati di schieramenti opposti di comunicare e fermare l’imminente catastrofe, esaminando in particolare il misterioso incontro del 1941 tra i fisici Werner Heisenberg e Niels Bohr a Copenaghen.
La rilevanza moderna: Il saggio mette in discussione la comoda illusione che l’umanità abbia imparato a evitare il conflitto nucleare. Tracciando parallelismi con i cambiamenti geopolitici, Rovelli sottolinea la natura precaria della deterrenza nucleare e ricorda ai lettori una realtà agghiacciante dei giorni nostri: negli ultimi anni, il rischio di un’apocalisse atomica ha raggiunto un livello mai visto dai tempi della Guerra Fredda. Conoscenza e responsabilità: la questione centrale del libro è profonda: qual è la responsabilità individuale e collettiva degli scienziati quando la loro conoscenza viene sfruttata per la distruzione di massa? Rovelli smaschera il pacifismo romantico, sostenendo invece un approccio rigoroso e razionale per prevenire una catastrofe globale.

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1 commento

  1. La bella e utilissima recensione di Anna e Mariano del libro di Carlo Rovelli mi ha fatto ripensare a un editoriale di Giovanni De Mauro apparso su “Internazionale” del 21 marzo 2025. De Mauro ci ricorda che, secondo vari esperti, in Italia ci sono all’incirca 50 basi americane, e forse più, e poi ” Segreto è il numero di testate nucleari che queste basi ospitano come previsto dall’Atomic stockpile agreement 28 firmato dall’Italia nel gennaio 1962. Nella base di Ghed, a venti chilometri da Brescia, le bombe atomiche statunitensi sono probabilmente venti. E altre trenta sarebbero ad Aviano, vicino a Pordenone”. Dai dati ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) del 2022 negli Stati Uniti ci sono 5.550 testate nucleari, nel Regno Unito 225, in Francia 290, in Russia 6255, in Israele 90, in Pakistan 165, in India 156. Due anni dopo, a Oslo, (con buona pace di Trump…) il premio Nobel per la Pace 2024 era stato assegnato alla Nihon Hidankyo, la confederazione dei sopravvissuti ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki del 6 e 9 agosto 1945, fondata nel 1956. Sono gli Hibakusha, letteralmente “coloro che sono stati colpiti dal bombardamento”. Essi, ormai pochi, e molto anziani, oltrechè provati nel corpo e nell’animo, ci richiamano alla Memoria della storia, al ricordo vivo di quanto è stato. Dal proliferare degli armamenti, dai lauti guadagni delle industria bellica, dal cortocircuito tra tecnologia e morte tramite IA, l nostro presente appare come un inesorabile incedere verso l’abisso.

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