20 Luglio 2026
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“Centomila vite piantate nel vento”

“La lingua non basta più, ma non può tacere”. Ecco Francesca Mannocchi ci ammonisce, dalle pagine di “Crescere, la guerra”, che non si può tacere del male, del dolore incontrato nelle guerre.
E che però le parole devono essere quelle giuste, necessarie, “asciutte”: una scrittura filtrata dalla guerra. Una parola “esatta” carica di tutti i sensi. Fatta carne.
I luoghi di questo libro vanno dalla Siria a l’Afghanistan, dalla Palestina ai Campi profughi. E Gaza dove, in questo nuovo secolo, è tornato l’orrore del genocidio. E la Cisgiordania dove, con più violenza e determinazione, avanza una pulizia etnica perpetuata dai coloni sionisti, invasati messianici. Sconcerta pensare che dalla Nakba (l’esodo di più di settecentomila palestinesi) del 1948 siano passati ben 78 anni.
Le circa 70 pagine di questo denso libretto vanno lette e rilette con assoluta attenzione. In queste poesie c’è, infatti, il nocciolo e il senso del lavoro di Francesca Mannocchi: i suoi racconti di giornalista nella guerra, le interviste dei profughi in fuga, gli articoli, le analisi. La tragedia, il dolore soprattutto negli occhi delle bambine e dei bambini, nei visi delle donne.
Qui di seguito mi limiterò a riprendere alcuni versi che ho sottolineato durante la lettura.

Da “Il volto e l’invisibilità”
“Ogni volto è un Altro/ che mi supera/ e mi convoca./ Mi chiede conto/ della mia stessa esistenza./ Davanti a quei corpi/ ho sentito la voce muta dell’obbligo:/ Non giustificarti./ Non filosofare./ Resta./ Lascia che faccia male./ Scrivi.”
[…]
“E se un giorno mi chiederanno:/ che cosa hai visto?/ Risponderò/ ho visto il volto dell’Altro,/ e nel suo volto/ ho riconosciuto il mio.

Da “Abitare”
“Ho camminato fra tende tutte uguali/ […] Io le ho viste farsi città:/ centomila vite piantate nel vento/ […] nei campi la casa non è un luogo,/ è una costellazione di oggetti sopravvissuti:/ una tanica d’acqua,/ un lembo di coperta,/ un chiodo piantato nel Nylon./ […] si lava ciò che si può,/ si mangia ciò che non marcisce,/ si dorme in diagonale/ perché il corpo impari/ a essere meno del necessario.”

Da “Semi, per voce di Madre, per voce di Padre”
A Jenin:
“Nei campi, le tombe ringiovaniscono:/ anno dopo anno i numeri scendono./ Quindici, tredici, dodici./ Un conto alla rovescia di vite non vissute.”
[…] La pace non nasce dai convegni:/ nasce dai nostri figli/ che possono vedere il mare/ senza chiedere il permesso.”
A Jenin l’esercito israeliano uccide un ragazzo e i notiziari dicono: ucciso un terrorista e la parola tranquillizza un Occidente che sospende il perché.
A Jenin i bambini dormono con le mani alzate.

Da “La voce del non salvato”
“E non pregate per me./ Pregate per voi./ Perché/ il giorno in cui non proverete più vergogna,/ sarà il giorno in cui mi avrete ucciso davvero.”

Non c’è calo di tensione nella scrittura, né di attenzione per le parole che compongono tutte le undici poesie, più un prologo ed un epilogo di “Crescere, La guerra”.
La poesia può nascere anche tra la distruzione immane di Gaza. Una poesia che non si compiace di sé stessa, “austera”, come segno di verità e d’umanità che resiste. Una poesia che ha “chiesto” d’essere detta e che risuona in chi la legge.

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