28 Gennaio 2023
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Feste e povertà

C’è in questi giorni di fine d’anno, specialmente qui nel nostro “Occidente”, un fervore miscela di consumo compulsivo, di tradizionale ricorrenza religiosa (riti millenari e di “fede” assediati da questa società mercantile), di finta gioia più ostentata che vissuta, di povertà e sofferenza che inducono moti di “carità”.

La scalinata imponente di Bonaria a Cagliari ricoperta interamente di doni per i poveri – visione impressionante e rivelatrice di profondo malessere  questa cascata di pacchi.

Riprendo e integro certe mie considerazioni, sulle stesse questioni,  già apparse nel sito.

Ma che società è mai quella che, ricca e prospera, genera povertà in espansione. Ma che società è quella nella quale i centri di aiuto volontari divengono permanenti, perché permanente è la povertà. Una società nella quale solo forme, più o meno strutturate e storiche, di ‘elemosina’ ancora la tengono, traballante, in piedi. Una verità semplice, ma sempre rimossa come se fosse cosa ‘naturale’, è che questa società – dove tutto è merce (anche i corpi, specialmente quelli delle donne); dove tutto, e oltre le cose, è ridotto a mercato; dove centrale e preminente è il profitto – non può strutturalmente, per sua intrinseca natura, assicurare a tutti un lavoro dignitoso e stabile.  Questa verità, semplice e aspra, è che la società capitalistica (continuo a chiamarla così perché,  nonostante sia altamente capace di adattamento e di mistificazione, l’essenza del suo nocciolo duro è rimasta viva) questa società non può eliminare la disoccupazione.  Sistema, ormai globale, dove permane una contraddizione insanabile tra il lavoro, fatto sociale, attività collettiva, e il profitto che ne consegue appropriazione privata. Il costo non appariscente e acre di questa situazione sono le umiliazioni, la dignità logorata di una massa sempre crescente di persone, di cittadini. E allora le Caritas, i centri San Vincenzo e i tanti altri (laici o d’altra ispirazione) di aiuto volontario tendono a diventare da strumento il Fine  – dato il permanere della povertà, anche con punte estreme di miseria. Tante volte ho visto la gioia, la soddisfazione – invece che un proporsi pensoso, ripiegato – di chi da, di chi aiuta. Se io che possiedo, do a chi non ha e non può ed è costretto per sopravvivere a stendere la mano, dovrei anch’io, guardando e immedesimandomi nell’indigente che chiede, sentire tutta la sua umiliazione, dunque a mia volta sentirmi a disagio in questo rapporto. Invece chi aiuta, anziché turbato, si sente in pace con la sua coscienza, appagato. Forse, inconsciamente, è soddisfatto per la fortuna di non essere a sua volta povero. “Fa bene aiutare chi ha bisogno” – quante volte abbiamo sentito queste parole rivelatrici, all’apparenza innocue ma terribili. Torno alla domanda iniziale: ma che società è mai questa, ripeto ricca e prospera, che genera povertà? Non dovrebbe il suo compito principale essere quello di andare alla fonte, alle radici profonde delle cause che generano povertà, miseria, disoccupazione e porvi rimedio? Non dovrebbe dedicare tutte le risorse necessarie e tutto l’impegno per rimuovere per sempre la povertà una volta per tutte – una rivoluzione insomma: mica sorrisi e quanto siamo stati buoni! Anch’io aiuto, anch’io do: non è il caso di girare la faccia e ritirare la mano in situazioni estreme. Non mi annovero tra quanti sono soliti colpevolizzare la povertà – “ sei povero, ben ti sta,  la colpa è tua!” Sta di fatto però che così stando le cose, la parte ricca si conferma e rinnova in un benessere talvolta sfacciato e indecente, mentre quella povera continua a restare tale. A complicare le cose interviene quella economia prevalentemente di carta, finanziaria che considerando il danaro alla stregua di qualsiasi altra merce (la ricchezza proviene dal lavoro) si illude di creare benessere con il far soldi con i soldi.

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1 commento

  1. Dallo “Zibaldone” di Leopardi: “La compassione, la quale io dico che è l’unica qualità e passione umana che non abbia nessun mescolanza di amor proprio.
    L’unica, perché lo stesso sacrificio di sé all’eroismo, alla patria, alla virtù, alla persona amata, e così qualunque altra azione la più eroica e più disinteressata, si fa sempre perché la mente nostra trova più soddisfacente quel sacrificio che qualunque guadagno in quell’occasione.
    Ed ogni qualunque operazione dell’animo nostro ha sempre la sua certa e inevitabile origine nell’egoismo, per quanto questo sia purificato, e quella ne sembri lontana. Ma la compassione che nasce nell’animo nostro alla vista di uno che soffre è un miracolo della natura che in quel punto ci fa provare un sentimento affatto indipendente dal nostro vantaggio o piacere, e tutto relativo agli altri, senza nessuna mescolanza di noi medesimi.
    E perciò appunto gli uomini compassionevoli sono così rari, e la pietà è posta, soprattutto in questi tempi, fra le qualità più riguardevoli e distintive dell’uomo sensibile e virtuoso.
    Se già la compassione non avesse qualche fondamento nel timore di provare noi stessi un male simile a quello che vediamo. (Perché l’amor proprio è sottilissimo, e s’insinua dappertutto, e si trova nascosto nei luoghi più reconditi del nostro cuore, e che appaiono più impenetrabili a questa passione).
    Ma tu vedrai, considerando bene, che c’è una compassione spontanea, del tutto indipendente da questo timore, e interamente rivolta al misero”.
    Leopardi, acuto filosofo, oltre che grandissimo poeta, ad inizio di questo passo dello Zibaldone dice che “la compassione è l’unica qualità e passione umana che non abbia nessun mescolanza di amor proprio”. L’amor proprio dunque è quel sottile velo di ipocrisia che ci fa provare pietà nel timore che noi stessi possiamo diventare come chi soffre o è povero, L’amor proprio, per Leopardi, è connaturato all’uomo, il quale ricerca il piacere, che altro non è, in questa valle di lacrime, che attenuazione del dolore. Com-patire, in senso pienamente laico, invece dovrebbe portarci a solidarietà, certo, ma anche a indignazione verso una condizione “insopportabile” e dunque a superare una società che, di per sé, produce la povertà, oppure attivare tutti quei possibili meccanismi (vedi lavoro, reddito minimo, ecc…) per attenuarla. Compito della politica, dello Stato, dei comuni, senza deleghe ad associazioni, benemerite, che possono solo tamponare un emergenza, che non risolve il problema di struttura.
    Pienamente condivisibili, dunque, le argomentazioni di Gabriele, più volte dibattute in questa sede. L’insopportabile clima di consumismo, di sorrisi bonari, di pacche sulle spalle, di pietismo a buon mercato, finalmente hanno termine con l’Epifania, per ripresentarsi puntualmente con il prossimo Natale.

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