23 Febbraio 2024
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“Cassandra a Mogadiscio” di Igiaba Scego (Bompiani, 2023)

Il titolo del libro di Igiaba Scego, scrittrice italiana di famiglia somala, evoca la figura di Cassandra, la mitica figlia di Priamo che, inascoltata, predisse la distruzione di Troia. Il mito della città distrutta, con le sue mura, i suoi vicoli, la sua rete di relazioni, le sue memorie, assume il senso di una maledizione eterna. Come una moderna Cassandra, la Scego vede “la sciagura approssimarsi” e la sua Mogadiscio, la città dei suoi genitori e dei suoi antenati, potrebbe essere Bagdad, Kabul, Aleppo, Damasco, Sana’a, Kiev, una delle tante città che nel corso della storia, recente e meno recente, hanno subito la stessa sorte, tutte travolte da un male, la guerra, che sembra connaturato alla natura umana. 

Per le vittime, per gli esuli e gli spatriati, le vedove e gli orfani, non resta che la malattia, una forma di malessere esistenziale, che ti porti dentro per sempre, come prodotto delle guerre. In lingua somala tale malattia ha un nome: Jirro, e non a caso è la parola ricorrente in tutto il romanzo. Esso racchiude e assume le forme del razzismo, della violenza, del maschilismo.        

Igiaba Scego, scrittrice italiana di famiglia somala, attraverso la forma narrativa delle lettera alla nipote Soraya, che vive in Canada, racconta le vicende complesse e a volte drammatiche della propria famiglia, e della Somalia, il tormentato stato, che è parte del Corno d’Africa, assieme a Eritrea, Etiopia e Gibuti. “Siamo il naso dell’Africa – dice Igiaba Scego nel libro Quello che rende infinito il continente nel suo allungarsi verso l’India” .

È una storia che ha attraversato il Novecento e si affaccia al Duemila. È un modo per riannodare i fili tra generazioni frantumate da storie spezzate, pesantemente segnate dal retaggio coloniale, dalla dittatura di Siad Barre, dalla diaspora, e dalla trentennale guerra civile, che ancora oggi persiste, dalla nostalgia per la propria terra ferita e dal futuro estremamente incerto. 

È una storia che ci tocca da vicino, perché in quella parte dell’Africa l’Italia ha esercitato il suo dominio coloniale con poche luci e moltissime ombre perché, dice Igiaba “Gli italiani, durante il fascismo, ma anche prima, non erano brava gente con gli africani…”, riprendendo il noto concetto di Angelo Del Boca, non siamo brava gente, ma brutali colonizzatori, esattamente come gli altri. Tra le ombre, pesanti e relativamente recenti, c’è da ricordare la famigerata operazione Ibis in Somalia (1992/1994)

Ma questo è un romanzo, non è un saggio storico, sebbene la Storia si incrocia inevitabilmente con la storia delle famiglie, e ne condiziona e determina i destini. Igiaba vive a Roma, dove è nata nel 1974, e dove i suoi genitori erano fuggiti nel 1970 dalla dittatura di Siad Barre.

Il libro comincia con un episodio: Igiaba ha sedici anni, è la notte di San Silvestro del 1990, esce di casa per partecipare alla festa di Capodanno con i suoi compagni di classe. È emozionata come tutti gli adolescenti di quell’età. La sua Hooyo, la madre, è a Mogadiscio, il suo Aabo, il padre, è in salotto, incollato davanti alla TV che dà notizie concitate dalla Somalia. Dal suo viso corrucciato e dagli occhi incavati capisce che è in preda al Jirro.  L’organizzatore della festa è M, suo compagno di classe, di cui lei potrebbe innamorarsi, e da cui si sente attratta. È solo una suggestione, perché la sua testa è altrove, il ballo è monco, i piedi non seguono il ritmo, è preoccupata come se intuisse che qualcosa stava succedendo in Somalia, e anche lei è preda del Jirro. Al suo rientro a casa apprende che nel “suo” paese è scoppiata la guerra civile: è caduto Siad Barre e il paese è nel caos, nessuna notizia di sua madre.

Il romanzo si dipana seguendo i tanti fili dei percorsi di vita dei protagonisti: Aabo, il padre, già sindaco di Mogadiscio, ambasciatore e ministro prima dell’esilio a Roma, nel 1970, a seguito dell’avvento della dittatura di Barre, il dover ricominciare da zero, la madre, la pastora nomade trasferitasi in città all’età di dodici anni, lei che ha conosciuto gli orrori del colonialismo, gli stupri, le mani che ti frugano, lei inghiottita e irrintracciabile nei primi mesi della guerra civile e punto fermo nella vita di Igiaba, i fratelli, le zie e gli zii, memorie orali  e archivi da interrogare e mettere sulla carta.

Igiaba Scego si sente italiana, usa perfettamente la lingua di Dante, quella dei colonizzatori, ma conosce il somalo e lo usa abbondantemente in forma traslitterata dall’alfabeto latino. È la lingua italiana che, nel divagare armonico della storia raccontata tra pubblico e privato, le permette di entrare nelle vicende della sua famiglia e del popolo somalo, come nell’intimità e nei segreti della sua persona. Racconta dell’anoressia, del glaucoma, dei problemi delle donne, e qui il linguaggio si tinge di rosso, il colore delle mutilazioni genitali femminili (“In Somalia, dice la Scego, il novantotto per cento delle donne che oggi sono sopra i cinquant’anni ha patito questa pratica”), il colore delle ferite e della morte in guerra.

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