19 Giugno 2021
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Giacomo Mameli Hotel Nord America (Il Maestrale, 2020)

25 giugno 1939. Prime luci dell’alba. Dal ponte della nave un gruppo di ventidue ragazze osservano il mare cristallino, l’isola di Tavolara e  il profilo della costa sarda. Stanno per sbarcare a Terranova, la futura Olbia.

25 giugno 1939

La Sardegna appare bellissima. Tra esse “Naldini Ida Modestina Raffaella, figlia di Giacomo, nata a Roccagloriosa (Salerno)”.  Sono fresche di età e del diploma di ostetriche che qualche giorno prima hanno conseguito presso la Regia Università di Bologna, in virtù dell’esame da loro sostenuto il 17 giugno 1939 – XVII dell’era fascista. Due giorni prima di quel 25 giugno il Prefetto Francesco Benigni aveva comunicato loro che sarebbero state assegnate a ricoprire le condotte di ostetriche in diversi comuni della provincia di Nuoro, in Sardegna. La mortalità neonatale nell’isola è tra le più alte d’Italia, e Sua Eccellenza Il Duce, così dice il prefetto alle giovani diplomate, vuole rimediare a questa triste piaga.

La Sardegna sarà pure bellissima, ma già dall’azzurro postale della Selas che collega Terranova a Nuoro, i primi disagi: i bagagli fissati con le funi sull’imperiale del postale, strada polverosa, curve, fermate, vomiti, varia umanità che sale o scende da e per i poveri stazzi della Gallura.

Giovani ostetriche

A Nuoro le giovani ostetriche sono attese in Prefettura nel primo pomeriggio per l’assegnazione delle sedi. “Angelini Anna a Urzulei, Barberini Dina a Bitti, Giulia Dozza a Siniscola, Elda Mambelli a  Gairo, arriva il mio turno, il Prefetto legge il mio cognome e i tre miei nomi, dice che Naldini Ida Modestina Raffaella è destinata a Pietra Ocu, storpia il nome, è l’usciere signor Mura si avvicina al Prefetto e suggerisce la pronuncia corretta: Perdasdefogu”. All’indomani ciascuna di esse avrebbe raggiunto il paese di destinazione e intanto avrebbero trascorsa la notte presso l’Hotel Nord America, “L’unico in città con un po’ di letti”.

Hotel Nord America

C’è uno strano andirivieni di uomini in gambali e basco, la sera, presso l’hotel, e le ragazze, dai loro colpi di tosse e toccate di gomito, intuiscono quello che essi dicono nel loro strano dialetto “Comprendiamo che parlano dei nostri sederi, di mammelle e di labbra…bette-cùlu, bettes-tìttas, bettes llàbras, bettes ffèminas”. L’hotel Nord America è anche altra cosa: “È un albergo del piacere -dice una delle ragazze- , e un’altra “Tu lo chiami piacere? È solo un casino…” Ci vorrà il pattugliamento dei carabinieri per far passare una notte tranquilla alle giovani ostriche, alle mastras de partu, alle maestre di parto che avrebbero salvato le vite di tante mamme e bambini, in diversi paesi della Sardegna, in quegli anni difficili, poi negli anni del dopoguerra, negli anni del boom economico, fino agli anni settanta.

Foghesu

A raccontare la storia è Giacomo Mameli, che attraverso la voce narrante di Ida, sua madre, narra le vicende di quegli anni. Per onestà intellettuale Mameli lo dice nella premessa. “Il libro nasce dopo aver ritrovato, otto anni prima, un registro dove si documenta la nascita di bambine e bambini, alcuni racconti di mia madre di cui nulla sapevo e ancor meno sospettavo…li ho letti con mia sorella Anna e con mio fratello Giampaolo e ci siamo sorpresi…” Poi evidentemente Mameli ci ha messo del suo, con le sue capacità narrative di riannodare i fili di vicende che vedono protagonisti donne e uomini del suo paese, Foghesu, il nome sardo di Perdasdefogu. Non esistono storie minimali per Mameli, e tutti i suoi libri lo dimostrano, e c’è poco da inventare: basta saperle ascoltare le storie delle donne e degli uomini delle tante Macondo in varie parti del mondo perché, come gli ha insegnato Carlo Bo, mitico rettore dell’Università di Urbino dove lui ha studiato “Ogni uomo, ogni donna sono monumenti della storia, bisogna scavarci attorno, e a lungo”.

Monumenti della storia

Così attraverso la voce di Ida ripercorriamo la storia di un paese, attraverso i miracoli della nascita, della vita che scorre, e le cerimonie della morte, in un angolo remoto della Sardegna, poverissimo, laddove alla fine degli anni trenta non c’era la corrente elettrica, ma ancora steariche e candele a carburo, non c’era l’acqua potabile nelle case.

Ida osserva questo mondo senza alcun pregiudizio, è una donna, ed entra subito in empatia con la gente del paese, con i suoi ritmi, le sue usanze, in suoi problemi, e ne viene ricambiata. Si sposerà con Orazio Mameli, il gentile ed elegante uomo a cavallo che andava a Lanusei per la levata del tabacco da vendere nella sua bottega.  Dopo il matrimonio Ida viene raggiunta  dai suoi genitori, babbo Giacomo e mamma Anna, che vogliono stare vicino alla figlia e che a loro volta si integreranno facilmente nella comunità.

La nascita di Grazia

Ida, gode del rispetto  dovuto a chi ha il compito di aiutare al parto, in condizioni spesso difficili, come lei stessa racconta nei 20 capitoli del libro. Il diciannovesimo, dal titolo “L’elicottero di Grazia” è un capolavoro. In una notte da tregenda, con pioggia e vento da diluvio universale, Ida viene avvertita dai Carabinieri di una telefonata dei loro colleghi di Villaputzu di una donna che, in località Baccu Locci, sotto Monte Cardìga, potremmo dire in su corr’e sa furca, deve partorire. L’ostetrica di Villaputzu non ci può arrivare per lo straripamento del Flumendosa, e l’unico modo per arrivare in quel luogo è con un elicottero che partirà immediatamente dal poligono militare di Foghesu: “Deve intervenire lei. Lo ha deciso il Pretore di  Muravera, noi dobbiamo eseguire quell’ordine..”. Ida si porta dietro la valigetta con i suoi attrezzi, non ha mai viaggiato in elicottero, “comincio a sentirmi un ostetrica  da tempo di guerra, non da tempo di pace”, e così nella sua libellula di ferro viene portata nella casa del signor Ottone Bassu dove la signora Novella adagiata in una povera stuoia, nella stanza tugurio dove dormono  i suoi tre bambini, con il marito che si prodiga a scaldare l’acqua e tenere accesa una lampada a carburo, nasce una bambina. “O ba’, come la chiami?” “La chiamo Grazia, Grazia come Grazia Deledda. Sta bene con te che sei Omero, con lui che è Virgilio, col piccolino che è Enea”. I bambini del signor Basssu non vanno a scuola e la signora Novella al perché di Ida risponde “Come maestro hanno mio marito, lui ha la quinta elementare ma ha letto l’Odissea, l’Iliade, l’Eneide e la Gerusalemme Liberata e conosce tutti in libri di Grazia Deledda”.     

In che anno siamo? Siamo nel 1972, sono passati trentatré anni da quando Ida è arrivata in Sardegna, e sembra che in un’unica notte la preistoria abbia incrociato la contemporaneità, come a volte capita in Sardegna.

Il racconto termina nel 1979. Ne è passata di acqua sotto i ponti, Perdasdefogu è cambiata, il dopoguerra, il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica, la costruzione del Poligono interforze (1956), l’acquedotto, la corrente elettrica, la Tv, la Scuola Media Unica, il continuo intersecarsi tra la Storia Locale e la Storia Universale che percorrono tutto il racconto.

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