Tuesday 01st December 2020,
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Da una finestra

Gabriele Soro 30 Ottobre 2020 Racconti 1 commento su Da una finestra

Da una finestra

Dalla finestra che si apre a ponente, nel pomeriggio inoltrato, entra tutto l’oro del sole. È la luce che avvolge del suo silenzio l’intera casa. Ancora una giornata che volge al termine.
Là dal primo piano, alla finestra aperta sul mattino, sento le tortore e i merli dal becco giallo nel folto di grandi alberi di limone dentro piccoli cortili. Le tortore scandiscono un verso quasi lamentoso; i merli invece ne fanno uno chiaro, aperto, breve come uno schiocco.
È già qualche mese che non vedo più i gatti scavalcare i muri, gironzolare tra i tetti e i giardini. Sai come sono i gatti: a volte ingaggiano zuffe furibonde con miagolii impressionanti, e batuffoli di pelo cadono tutt’attorno. Nei loro più che affinati sensi hanno forse percepito nell’aria e negli amici umani il virus Covid-19. Forse qualcuno dei felini ha contratto la malattia? O che per istinto – tra loro basta un cenno d’intesa – si siano ritirati in regime di gattesca quarantena? Se è così non conteranno di certo i giorni, ma quando sentiranno che il morbo in parte si sarà acquietato per una tregua e in parte infiacchitosi, allora torneranno eleganti a muoversi sui muri, a sostare sdraiati e beati sui tetti; torneranno ad azzuffarsi con gran clamore e agli amori felinamente lamentosi e rudi…
Per ora non si sentono più – silenzio inquietante.
Sembra che i gatti abbiano un magnetismo che li fa sornioni frequentatori dei nostri sogni notturni. Sospetto che da essi emani una qualche carica elettrica e che ciò favorisca la loro presenza onirica.

Cerco distese, trovo ostacoli.
L’isola-casa, isola di pareti – senza mare, senza orizzonti. Tuttavia il pensiero prende comunque a vagare. Torri lungo le coste dove il mare risuona incessante. Luoghi solitari in un’ora della sera quando la sabbia dei lidi si fa più pallida. E gigli bianchi appena mossi dall’alito marino. Tornano allora a rivedersi, tra cielo e terra, i folletti dell’infanzia con le loro fugaci epifanie – ciascuno ha i suoi, trovi il modo fantasmatico di incontrarli ancora.
Però a cercare oltre con immaginazione ci possono aiutare anche i libri delle nostre case, lì che aspettano. Nei giorni della restrizione domiciliare ho dedicato del tempo alla rilettura, aprendo di nuovo libri rimasti chiusi da tempo: saggi, racconti, romanzi, poesie. Passaporti, vele per gli altrove.
I libri custodiscono tesori di parole e pensieri.
Ecco: “C’è un solo mondo ed è crudele, corruttore, senza senso. Un mondo così fatto è il vero mondo. Noi abbiamo bisogno della menzogna per vincere questa verità; per vivere l’uomo deve essere per natura un mentitore, deve essere prima d’ogni altra cosa un artista. La verità è brutta, insopportabile: abbiamo l’arte per non perire a causa della verità”- in una pagina dove è citato l’autore di “Così parlò Zaratustra”.
Giacomo Leopardi è sopravvissuto all’orrore del Nulla grazie alla sua poesia: aveva già capito tutto anticipando il grande tema di Nietzsche – “Le illusioni sono condizioni indispensabili della vita”.
Potrà apparire contradditorio, ma Leopardi uomo meditativo e dolente compone endecasillabi ‘leggeri’, ariosi, si potrebbe dire volanti. E osserva e considera gli uccelli, queste creature aeree, i meno vessati dalla natura. La sua poesia non è discorsiva, greve di pensiero, come ci si potrebbe aspettare, ma è un canto. Il poeta di Recanati si costruisce un “altrove” – l’altrove come illusione consapevole.

I greci antichi con i miti, con gli dei avevano costruito il loro altrove – un inganno, ma necessario, indispensabile.
I cristiani credono fermamente che il loro Dio sia l’unico e veramente esistente. Che sia la verità – l’assoluta e definitiva verità. Ora questo Dio pare sia morto alle soglie del Novecento.
È morta infatti la creazione fantastica che la mente dell’uomo si era costruita per arginare il terrore dato dalla sua solitudine nel cosmo. Comunque nella sua smisurata presunzione l’uomo non poteva accettare l’assenza d’un disegno, di un fine divino, l’esistenza senza un senso trascendente.
Consideriamo Dioniso, il dio dell’ebbrezza, che tuttora agisce tra gli umani ad ogni latitudine. Dioniso non può essere definitivamente sconfitto, eliminato. Con esso occorre scendere a patti, e, se pure con misura e grande cautela, trattare.
Possiamo forse mettere in dubbio Eros altro dio “falso e bugiardo”? Come sempre vivace e potente percorre la terra. – “Eros dio pagano che più reprimi, più devasta”.

Poi ritorna, con una radio accesa, sfogliando i giornali, e si impone l’eco della cronaca quotidiana. Sospesi tutti i riti funebri (i morti numerosi vengono portati via con i camion dell’esercito); ospedali stravolti e impotenti; chiuse le scuole; sospese le messe nelle chiese; chiusi gli stadi, interrotti i campionati di calcio; la popolazione in casa, le strade deserte, e ancora morti e l’ansia…
Allora fingo di rivolgermi all’agente infettivo alieno e pandemico, che si espande su tutta la terra, con considerazioni anche stravaganti.
– Chi sei Covid-19, alias Coronavirus? (Permettimi di darti del “tu”, anche se dovrei tenere in tutti i sensi le debite distanze), ma tu naturalmente non rispondi e dubito che starai ad ascoltarmi. Sei nuovo, semisconosciuto ci dicono gli esperti forti della loro scienza.
Alcuni di loro hanno la capacità di parlare e spiegare ai non “addetti” cose essenziali e utili circa la tua identità patogena.
– Che idea mi son fatto sul tuo conto? Sono consapevole che le mie osservazioni potranno esserti indifferenti, o del tutto incomprensibili, perché dettate da un sentire (o anche ingenuità) umani.
Intanto ti immagino come una moltitudine di moltitudini invisibile; come una nebulosa che si espande vagando a mezz’aria, orizzontale su tutto il globo terracqueo – la nostra e unica terra. Nominandoti però ti riduco, per semplificare, da moltiplicato a individuo e così ti attribuisco, se posso dire, alcune caratteristiche dell’umano agire.
Inibisci la respirazione (ossia la cosa più naturale e vitale che ci sia) fino a impedirne del tutto il suo moto continuo. Sembra tu sia rispettoso dei bambini – e ciò attenua il giudizio sulla tua malignità – ma rimani comunque imprevedibile. Te la prendi di più con i maschi che con le femmine della nostra specie – Ah! Maschi così altezzosi, così arroganti, così “virili” per quei pendagli testicolari che vi ritrovate? Vi faccio vedere io invisibile chi ha più palle! Qualche protervo salito al potere politico lo hai visitato di proposito e ridimensionato. Altri leader li lasci increduli nell’impotenza mentre falcidi la loro gente. Imperversi su ricchi e poveri, su potenti e umili. Ma più sui poveri. Di ciò non ti si può del tutto darti la colpa. Intanto perché i poveri sono in numero di gran lunga maggiore rispetto ai ricchi. E i ricchi e potenti che comandano hanno ridotto, in vaste aree del mondo, le masse dei poveri in condizioni di disagio abitativo, alimentare e igienico fino ai limiti estremi lungo una china di degradazione. Non sei certo responsabile se, attraversate lande deserte, trovi nel tuo passaggio queste contrade. Dove certe raccomandazioni stridono – lavarsi spesso le mani, quando non c’è acqua neppure per bere. E altre ridicole e beffarde, come quella di non uscire di casa rivolta ai senzatetto. L’insensatezza della prima raccomandazione si riferisce soprattutto a estese aree dell’Africa. Continente che, per vie misteriose e ancestrali, sentiamo risuonare dentro di noi. La beffa della seconda esortazione tocca, eccome, le grandi e ingiuste metropoli del nostro Occidente ricco e contradditorio. Di questa nostra Europa grassa e irrancidita…
Hai colpito anche il personale medico degli ospedali – è nelle cose, però anche in questo caso hai delle attenuanti. O non tutto è merito tuo – vedi un po’ tu.
Quanti medici e infermieri sono stati mandati allo sbaraglio: come se si fosse comandato un esercito in un fronte gelido con scarpe di cartone. Questa è una metafora bellica, ma la pandemia occorre dirlo non è una guerra (le guerre rimangono monopolio esclusivo degli umani), si tratta della natura.
Ti sei accanito in particolar modo con i vecchi: anche in questo caso hai trovato certe RSA sguarnite e aperte alle tue incursioni. Ma in generale, quando tu arrivi, trovi organismi nei quali il tempo ha segnato e rifinito e rese deboli le capacità di risposta. È anche una questione di stanchezza, di meno vivacità nella resistenza. Stanchezza che si è insinuata nelle ossa e nei nervi dei vecchi – Che ci posso fare? Sembra tu voglia dire, Covid-19.
Alla fine dai laboratori sortirà un vaccino e la tua campagna pandemica avrà un termine. I governanti degli stati e delle nazioni diranno che, grazie a loro, la guerra è stata vinta: “tutto è andato bene”, nonostante centinaia e centinaia di migliaia di morti. L’esito più probabile sarà che si addiverrà ad un equo e giusto armistizio. Il vaccino proteggerà gli umani, mentre tu Covid-19 te ne starai buono e continuerai a vivere (come moltitudine e come specie in un tuo ciclo immane e incessante di nascita e di morte), non sarai definitivamente eliminato. Magari elaborerai qualche variante con la tua capacità di trasformazione e adattamento, preparandoti per nuove venture incursioni. Manterrai la possibilità di visitare le più varie specie di animali e non disdegnerai, se ti sarà possibile, i mammiferi umani. Oppure saluterai un tuo simile nuovo e sconosciuto che si affaccia inesorabile sulla terra e tu andrai in sonno.

Le giornate susseguendosi cominciano ad allungarsi – dalla finestra già avverto i segni dell’estate imminente. E i pensieri riprendono il largo. Ah! Lo spirito vagabondo e marino di Corto Maltese!
C’è un piccolo chiosco con tavolini sotto ombrelloni di foglie di palma ai piedi delle dune e a pochi metri dal mare. Penso quel luogo che ogni tanto frequento d’estate.
Un pensiero immagine, un pensiero desiderio: i barbagli del mare, il sonoro continuo sulla battigia, gli azzurri dell’acqua e del cielo, la cresta bianca delle onde, qualche nuvoletta chiara che va, i gabbiani dal volo planato, la salsedine mista all’odore del ginepro…
Desiderio di trascorrere mezz’ora al tavolino di quel chiosco bevendo una bella birra dorata – nient’altro.
Ma so che non sarà per quest’estate 2020 che presto evolverà andando incontro all’autunno, quest’anno ancor più presago di malinconie. Forse – fattomi saggio e consapevole dell’imperscrutabile futuro – forse sarà per l’estate 2021. Forse – perché ho già notato da qualche stagione alzarsi il mare e occupare buona parte del litorale – perché il mondo è sempre più ristretto in sé stesso e inglobato e si salva o si danna tutto insieme. E non v’è certezza di salvezza o di dannazione, e anche la condizione di stallo tra le due cose non è un bel vivere.
D’altronde nell’inimmaginabile infinito di infiniti di galassie, nell’immane pulsare del cosmo chi, che cosa siamo noi umani terrestri? Meno, molto meno dello sbadiglio di un colibrì.

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1 Comment

  1. Marina Cozzolino 3 Novembre 2020 at 17:52

    Bellissimo racconto ricco di profonde riflessioni.
    Quanto siamo piccoli noi umani e quanto é piccola la terra: “l’aiuola” la definì Dante nel Paradiso.
    L’uomo può violentare e sfruttare la natura ma un terremoto o una pandemia ci ricordano quanto siamo fragili. E allora forse gli uomini dovrebbero prendere coscienza delle loro fragilità e, come ci ricorda Leopardi, che tu hai citato, unirsi per fronteggiare insieme le difficoltà dell’esistenza.

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