Tuesday 01st December 2020,
Equilibri Circolo dei lettori di Elmas

I dieci giorni di Whashington: una testimonianza diretta

10 giorni di risveglio a Washington DC

Domenica 7 Giugno 2020

Sono passati 15 giorni dall’assassinio di George Floyd a Minneapolis, Minnesota. Questo venerdì sarebbe stato il 27esimo compleanno di Breonna Taylor, brutalmente assassinata a Louisville, Kentucky, il 23 Marzo. George e Breonna. Lui, autista e buttafuori, era padre di 5 figli viene ricordato come un “gigante gentile”. Ucciso, strangolato, per essere sospettato di aver usato una banconota contraffatta da 20 dollari. Lei, tecnica di rianimazione, sognava di continuare a studiare e intraprendere una professione medica. Uccisa da 8 colpi di pistola perché sospettata di aver partecipato marginalmente ad un traffico di droga svoltosi nel suo vicinato. Uccisi prima di essere arrestati, prima di essere giudicati, privi di difesa. Uccisi per razzismo, brutalità, oppressione, totale assenza di umanità. Nel 2020. Le loro morti hanno dato vita ad un movimento per la giustizia sociale che ha interessato le maggiori città del paese e tante città minori. Mi sono trovato nelle circostanze di poter osservare e seguire da vicino l’emergere di questo grande movimento a Washington DC, e qui vi offro il mio parziale e incompleto racconto.

I nomi di George e Breonna si aggiungono ad una lunghissima lista di vittime della brutalità poliziesca negli Stati Uniti. Nel 2019 sono state 1098. Nel 1967 è stato introdotto a livello federale l’istituto giuridico conosciuto come “qualified immunity”, che garantisce l’impunità ad un poliziotto che durante il suo servizio o al di fuori del suo servizio commette un “errore di valutazione” arrivando ad un uso eccessivo della forza o appunto all’uccisione del sospetto. L’azione del poliziotto, teoricamente, potrebbe non essere mai messa in discussione. Se tuttavia qualcuno vuole farlo, può fare causa al poliziotto o poliziotti coinvolti che, servendosi della “qualified immunity”, vengono quasi sempre scagionati. Esistono migliaia di esempi. Nel 2020 però in tanti possiedono uno smartphone e le azioni della polizia, sia con intento di denuncia o per un voyerismo perverso vengono filmate e messe in rete. E questi filmati rappresentano prove inequivocabili, se non per i giudici, sicuramente per la comunità che le osserva e si chiede: perché lo stato protegge queste azioni? Un certo giornalismo anche in Italia si è messo a discutere di George Floyd malato di Covid, George Floyd con problemi cardiaci, George Floyd drogato: la polizia potrebbe infatti usare tutte queste motivazioni come attenuanti per difendere Derek Chauvin, colui che in compagnia dei colleghi J. Alexander Kueng, Thomas Lane e Tou Thao ha ucciso George Floyd. Ma tutti sanno e l’autopsia lo ha confermato che George Floyd è morto asfissiato perché Derek Chauvin gli ha messo il ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi, strozzandolo. Ad oggi gli autori di questo crimine sono arrestati e accusati ma ancora non condannati.

8 minuti e 46 secondi.

È mercoledì 3 giugno e per 8 minuti e 46 secondi sono sdraiato in terra assieme a migliaia di persone che urlano “qual’è il suo nome? George Floyd” e “non posso respirare”. “Non posso respirare”. Chi ha visto il video sa che queste, insieme a “mamma”, sono state le ultime parole di George Floyd. Io ancora non sono riuscito a vederlo. È il primo giorno che mi unisco alla protesta dopo essermi limitato ad osservare mantenendo una certa distanza. Siamo tanti, siamo di tutti i colori. Chi è nato e fa parte di una comunità bianca è semplicemente solidale, indignato, agitato, ma il razzismo non lo ha mai vissuto. Tutti gli altri, in primis gli afroamericani, hanno vissuto il razzismo sulla propria pelle e in piazza portano l’esperienza di quest’assurdità.

Tanti osservatori sostengono che la presenza di tanti bianchi rappresenti il vero elemento di novità di questo movimento. E’ mercoledì, la consapevolezza e il sostegno causa stanno crescendo e sempre più persone preparano un cartello e scendono in piazza. Da oggi, fino la domenica, un fiume di gente scenderà in piazza ogni giorno a protestare e chiedere giustizia immediata e cambiamento sistemico per il futuro. Si continua e si continuerà a stare in piazza ed agitarsi perché i crimini della polizia non si fermano e non si fermeranno nel breve periodo, ma soprattutto perché il silenzio che li ha accompagnati, come recitano diversi cartelli, “è un privilegio” (dei bianchi) ed e’ “violenza” (silence is violente). Nel giro di una settimana le dimensioni della protesta a Washington hanno continuato ad aumentare: come mai?

 

Mercoledì 3 Giugno,  pomeriggio: Siamo sdraiati per 8 minuti e 46 secondi a commemorare George Floyd. Nel mezzo della folla, una macchina della polizia presidiata da un singolo poliziotto, afroamericano. Come si sara’ sentito?

 

 

Venerdì 29 maggio

Era nell’aria che la protesta scoppiasse anche a Washington DC. La giornata era grigia e umida, e come nei due mesi precedenti lavoravo da casa. La città entrava nella ‘fase 1’ della riapertura post-COVID-19, che ampliava sì la possibilità di spostamento dal proprio domicilio ma limitava l’assembramento ad un massimo di 10 persone. A fine giornata per curiosità ho fatto una corsa in direzione della Casa Bianca e sono arrivato fino a Lafayette Square (vedere mappa). Come sospettavo un piccolo ma agguerritissimo gruppo di persone protestava davanti all’ingresso della Casa Bianca,protetta da un cordone di poliziotti. Le urla erano fortissime, laceranti, esasperate e liberatorie. Venerdì 29 maggio è stata per la protesta di Washington DC soprattutto la giornata della perdita della paura. Il movimento ha trovato la forza di gridare l’ingiustizia in faccia a chi la esercita, senza temere le conseguenze. Due persone sono state arrestate e in vari punti del centro città sono comparse le scritte “ACAB” (tutti i poliziotti sono bastardi), “fuck the police” (fanculo alla polizia) e “fuck Donald Trump” (fanculo a Donald Trump).

Sabato 30 e Domenica 31

Sono state due giornate molto importanti nel definire il carattere delle proteste di Washington DC sia dalla parte di chi protestava che dalla parte della polizia e dello stato. Le transenne sono state gradualmente allontanate dalla casa bianca e avvicinate alla città e la polizia è diventata più aggressiva. Domenica mattina nei pressi della casa bianca qualche vetrina era a pezzi e c’erano scritte dappertutto. Tra i messaggi si leggeva “eat the rich” (mangia i ricchi), “abolish capitalism” (abolizione del capitalismo) e “people not profit” (persone non profitti).

Mi era chiaro da una parte che quello che vedevo era solo un contorno di ciò che stava succedendo, mentre dall’altra parte iniziavo a capire che questo movimento non aveva un solo obiettivo ma puntava a ridiscutere le strutture della società alla base dell’ineguaglianza e ingiustizia che distruggono l’unità sociale e la salute pubblica in America. Per dare un esempio si pensi che negli USA circa il 60% delle moltissime vittime del COVID-19 sono afroamericane, anche se gli afroamericani rappresentano circa il 13.5% della popolazione. Domenica è stata la giornata in cui i toni in città hanno iniziato a prendere una piega più autoritaria, marziale, e il presidente scriveva su twitter “Law and order!” (Legalita’ e ordine!) ( Twitter è il giardinetto in cui Trump scrive senza vincoli quello che gli passa per la testa, spesso sono falsità, spesso sono proclami che non si realizzeranno ma sempre danno l’idea di cosa bolle sotto quella parrucca). L’amministrazione cittadina, pur esprimendosi in difesa del diritto di manifestazione ha imposto il coprifuoco alle 11 di sera. Ho deciso di seguire la manifestazione in diretta internet. Ho visto che il tutto si è svolto in modo pacifico almeno fino alle undici e che in prima linea c’erano soprattutto giovani. La prima linea dei manifestanti si accalcava davanti alle transenne che li separavano dai poliziotti e dalla casa bianca, e la telecamera li inquadrava. Alle spalle di questa prima fila, d’un tratto, sono partiti dei fuochi. Quella sera sono state bruciate una casetta di servizio nella piazza Lafayette, l’ingresso della chiesa di Saint John e vari cassonetti. All’inizio dei fuochi è coinciso l’inizio delle cariche della polizia, sempre condite da lacrimogeni, spray, raffiche di proiettili di gomma e poi dagli arresti.

La protesta si è espressa in tre forme, quella della protesta pacifica, quella della rivolta (coi fuochi e le vetrine spaccate e le scritte) e quella dei saccheggi. Le tre forme sono tutte nate dalla stessa matrice, ovvero la necessità di sovvertire le gerarchie sociali esistenti tra gli oppressori che hanno in mano l’economia americana e sono quasi esclusivamente bianchi e gli oppressi afroamericani. Le vetrine, soprattutto nelle vie del centro, mettono in mostra beni che un afroamericano non potrà mai sperare di possedere nella propria vita, per cui quando le vetrine sono rotte la voglia di prendersi ciò che le proprie condizioni di vita materiale non permettono di avere, o semplicemente rubare un pasto perché si ha fame prevalgono. Lo sapeva bene De Andrè quando cantava “La mia ora di libertà”: “ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane/ ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”.

Dall’inizio delle proteste che a macchia d’olio si sono espanse da Minneapolis verso il resto degli Stati Uniti Donald Trump non ha mai saputo riconoscere le ragioni sociali di questo movimento. Si è limitato ad un commento sulla morte di George Floyd di cui però non ha riconosciuto il contesto più ampio, quello della brutalità, ineguaglianza e razzismo sistemici. È probabile che nessuno si aspettava che lo facesse ma la sua strategia è stata quella di ignorare le proteste, additare come responsabili presunti gruppi anarchici/ antifascisti e dichiarare di volerle sopprimere con la forza. Come vedremo più avanti questa strategia è stata controproducente perché ha spinto ancora di più la gente a partecipare.Il suo comportamento è stato quello di un paranoico. Per prima cosa, venerdì sera si è rifugiato nel bunker della Casa Bianca. Questo gesto ha suscitato parecchia ilarità e gli è valso il nomignolo di “bunker bitch” (cagna da bunker) ad indicare la sua pavidità ma anche il suo distacco dalla realtà: 1000 civili disarmati non saranno mai in grado di entrare alla Casa Bianca se non invitati. A questa prima risposta passiva è seguita la risposta attiva che ha fatto pensare a molti osservatori e cittadini americani che il presidente stesse dichiarando guerra alla sua stessa nazione: Trump ha infatti invocato l’utilizzo dell’esercito per sedare le proteste e riportare l’ordine e la legalità nelle strade della città. Se “l’insurrection act” che limita l’utilizzo dell’esercito dentro i confini nazionali a situazioni di estrema gravità finora non è stato utilizzato, il dispiego e la direzione delle forze nella giornata di lunedì a Washington ha sicuramente rappresentato il climax nella strategia della tensione che è stata costruita.

 

 

Domenica 31 Maggio mattina: Lafayette Square, la piazza verde davanti alla casa bianca e normalmente accessibile, è bloccata dalle transenne

 

 

 

Lunedì 1 Giugno

Washington è stata conciata come una città sotto assedio, ed io ho continuato a seguire da casa. Coprifuoco alle 19, tensione palpabile e i negozi che sbarravano le vetrine col compensato. Tutto il campionario delle sigle militari e poliziesche è stato messo in campo: c’erano poliziotti a piedi, in bici, in moto, a cavallo, in volante, in furgone, in blindato, sui tetti, in borghese. Gli uni allenati ai golpe militari in America latina, gli altri alla ‘lotta al terrore’ in Medio Oriente, stavolta tutti assieme per proteggere il privilegio capitalista bianco dalla lotta dei neri e dei poveri dentro i propri confini. La zona attorno alla Casa Bianca è stata totalmente circoscritta da cordoni di polizia di modo che superato l’orario del coprifuoco i manifestanti potessero essere rinchiusi nell’area e virtualmente tutti arrestati. I numeri e mezzi a disposizione dei militari erano ovviamente sproporzionati rispetto al numero e alla forza dei manifestanti rimasti nella zona dopo le 19. Alle 18:30, senza nessun motivo apparente, la polizia schierata davanti alle transenne ha iniziato di punto in bianco a sparare lacrimogeni, proiettili di gomma e granate stordenti per liberare lo spazio davanti alla Casa Bianca. I manifestanti si sono dispersi nelle vie circostanti. Si è poi scoperto che il procuratore generale Garr aveva ordinato di sgomberare l’area per permettere al presidente Trump di farsi fare una foto con una bibbia in mano davanti alla chiesa di Saint John. Poi, è tornato a casa, ed è calata la notte. I manifestanti erano sparsi nella zona circostante e vagavano da un cordone di polizia a un altro senza scampo. I lacrimogeni, granate e proiettili di gomma hanno continuato a scoppiare e, per completare il delirio, un elicottero militare ha volato a 10 metri da terra stordendo i manifestanti e costringendoli a girarsi faccia al muro per evitare di essere accecati dalla polvere e pezzi di vetro che le eliche sollevavano. Il resto della città osservava stordito il continuo volo di droni, elicotteri e il passaggio di cordoni infiniti di volanti e mezzi militari. La notte è continuata e tantissimi manifestanti sono stati feriti e arrestati e spesso entrambe le cose. Le informazioni dalla strada arrivavano solo da pochi streaming indipendenti e da lontano si potevano solo vedere gli elicotteri volare basso. Ad un certo punto (verso le 11:30 di notte) gran parte dei manifestanti erano stati fermati, e quasi nessuno streaming ha continuato a raccontare gli eventi. Per qualche momento è sembrato che si stesse davvero facendo sul serio, che sul serio potessero riuscire a reprimere in modo così brutale e sistematico la protesta. Da subito però la popolazione di Washington ha mostrato solidarietà alla protesta in tutte le sue espressioni.

Nella notte, un gruppo di 100 e più manifestanti è riparato nella casa del signor Rahul Dubey in Swann Street che ha aperto le sue porte, subito al di fuori della “zona rossa”. Essendo la serata di gloria per tanti poliziotti e militari ma soprattutto per il presidente tutto sembrava possibile e la casa di Rahul è stata bombardata coi lacrimogeni, e mentre i ristoranti e punti di raccolta solidali con la protesta facevano arrivare cibo, acqua e materiale medico, i poliziotti li bloccavano. La cosa è andata avanti fino all’alba, quando i manifestanti hanno potuto lasciare la casa.

 

 

Esempio di tenuta antisommossa: da sinistra verso destra si possono notare le bombolette di spray urticante nella giacca del soldato 1, la maschera antigas in quella del soldato 2 e il fucile per sparare i lacrimogeni nel soldato 3

 

 

Questa operazione è stata unicamente simbolica. I numeri della protesta lunedì, infatti, non giustificavano l’utilizzo di un tale numero di poliziotti, militari ed elicotteri. La protesta non andava sedata perché si era svolta in modo completamente pacifico. Si voleva solo dimostrare che il dissenso nella più grande democrazia del mondo (gli americani stessi non credono sia così, non oggi) è punito con la forza, e che la forza può essere usata in modo arbitrario sulla popolazione. I fatti di lunedì 1 Giugno a Washington saranno materiale per libri, inchieste e cause giudiziarie, e il dibattito a riguardo continua intensamente.

Martedì 2 Giugno- Domenica 7 Giugno

Da martedì 2 giugno in poi è stato chiaro che l’operazione paura non ha spaventato nessuno e ancora più persone si sono presentate in piazza giorno dopo giorno. Pacifiche ma agitate e solidali. La gente continua imperterrita anche oggi, Domenica 7, a urlare, fino a tarda notte, la sua rabbia e il bisogno di giustizia sociale. La realtà sta bussando alle porte della Casa Bianca e non lo sta facendo in punta di piedi. Lo sta facendo attraverso un movimento bellissimo che non ha paura dello strapotere militare di uno stato che ha costruito e custodisce violentemente una tragedia sociale.

 

 

 

Sabato 6 Giugno, pomeriggio: proteste davanti alla Casa Bianca

 

 

 

 

Questa settimana è stata una grande scossa.

Ho cominciato a vivere nella città di Washington DC da metà febbraio e poco più di un mese dopo è iniziato l’isolamento sociale a causa del COVID. È una città che conosco poco nel suo tessuto sociale, meglio nei suoi spazi verdi. I miei amici sono soprattutto colleghi di lavoro, stranieri come me. Il COVID aveva interrotto la mia socializzazione e la vita politica e sociale della città non mi si erano ancora rivelate. Ma in questi giorni ho visto molta gente partecipare, in tanti modi. In vari punti della città si raccoglievano snack, bottiglie d’acqua e materiale medico per i manifestanti, incluse mascherine e gel per le mani. Diversi degli edifici che sono stati danneggiati, inclusi ristoranti e farmacie, hanno dichiarato pubblicamente il loro supporto alla protesta. Ho avuto l’impressione che almeno una parte di Washington DC sia consapevole dei problemi che rendono gli Stati uniti un luogo così surreale contraddittorio, sviluppato ma intrinsecamente ingiusto, sbilanciato, violento. Mi sono sentito meno solo e ho visto una generazione di miei coetanei e di ragazzi più giovani pronti a vivere di là dalle barriere esistenti nella società e nella politica ereditata dai padri.

Per concludere mi limiterò a tradurre la lista dei punti cardine e dei temi che vengono portati avanti dal movimento Black Lives Matter nel 2020:

ingiustizia razziale, brutalità poliziesca, riforma del sistema giudiziario, immigrazione nera, ingiustizia economica, diritti LGBTQIA e diritti umani, ingiustizia ambientale, accesso alla sanità, accesso all’educazione, accesso al voto

Nell’immagine sottostante, una stampa che ho trovato appesa su un pannello in centro: è contenuto un messaggio importante per il futuro: mentre l’occhio dell’opinione pubblica e di buona parte della politica si concentrerà sulle forme più estreme assunte dalla protesta, il messaggio originario rimarrà sullo sfondo. Spero col mio racconto di aver suscitato l’interesse  del lettore e orientata la sua attenzione a capire il vero senso  di questa protesta.

Giacomo Sitzia*

*L’autore dell’articolo si  trova a Washington per svolgere attività di ricerca nell’ambito delle Neuroscienze.

11 giugno 2020

 

 

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