Tuesday 07th July 2020,
Equilibri Circolo dei lettori di Elmas

Haiku e brevi riflessioni

È affannato

il respiro della terra

-ventose fronde

 

Lo vedo steso

Reclamante il respiro

-Uccello ferito

 

Alito e soffio

Tra sussurri  e sirene

-Respira il mare

 

Il respiro è il primo atto dell’uomo, e anche l’ultimo. Quando un bambino, cianotico, si affaccia al mondo, sa levadora o chi per lei gli dà una robusta sculacciata per il suo primo respiro. Non poteva che essere una donna a farlo, perché la vita è un dono materno.

E quando si esala l’ultimo respiro, sono le donne che cantavano i lamenti per elaborare il lutto.

Mai come in questi giorni il respiro è stato al centro dell’attenzione: “Mancano i respiratori”, si sentiva il concitato lamento dei medici, e quando i polmoni compromessi dal virus non ce la facevano, “dobbiamo intubare”, ma le terapie intensive non bastano per tutti, e dobbiamo scegliere…

E poi quando la bufera è passata si sentiva in giro “finalmente possiamo uscire a respirare”, “finalmente una boccata d’aria”, tutti a esaltare questo atto elementare, anche quelli che ritengono che l’inquinamento atmosferico sia una conseguenza da poco, rispetto al moloch del Progresso a tutti i costi, del “capitalismo senza alternative”, anche quelli che non credono ai cambiamenti climatici in atto, quelli che quando si devono prendere le decisioni le rinviano in nome del presentismo senza memoria e senza futuro, anche quelli che non credono alla Scienza eppure “quando manca il respiro” le danno tutti i poteri, salvo poi relegarla nei laboratori quando tutto sarà passato.

“I can’t breathe” si lamentava George Floyd in quei lunghissimi 9 minuti di agonia sotto il ginocchio del poliziotto americano. “Non posso respirare”, un diritto elementare ma non per gran parte dell’umanità diseredata in tante parti del mondo.

 

Tonino Sitzia

1 giugno 2020

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1 Comment

  1. Gabriele Soro 2 Giugno 2020 at 14:40

    Dall’introduzione di Giorgio Manacorda a “La poesia italiana oggi. Un’antologia critica”. Libro del 2004, Castelvecchi editore.
    “Nessuno commercia in aria – non ci sono negozi che vendono aria – come non ci sono negozi che vendono poesia. al massimo vendono un libro in cui forse c’è della poesia.”
    “Nel mondo, nel nostro essere al mondo, solo l’aria sembra avere le stesse caratteristiche della poesia. L’aria è certamente inconsistente, ma anche estremamente consistente, e non solo perché l’aria sostiene chi vola, ma anche perché l’aria sostiene chi vive […] L’ipotesi è che la poesia sia davvero come l’aria, proprio come l’aria che respiriamo. La poesia è creatività della lingua, cioè la forma del pensiero.” […] “Se la poesia è la forma della mente” – prosegue Manacorda – “ciò avviene in forza della lingua, e se la lingua non dovesse essere più creativa, che ne sarà della nostra mente?” Che ne sarà di noi esseri umani? Poesia come respiro, dunque, come qualcosa di primario che ci avvicina ad un terribile confine, ossia: “l’attimo in cui il respiro c’è e poi non c’è” e così via a fasi alterne – in ogni respiro c’è la vita che contiene il suo contrario.
    Se la mente è materia che pensa (dunque non è altro dal corpo) “il respiro del corpo o il corpo che respira” – conclude Manacorda – è anche il respiro della mente o, se volete, è la mente che respira”.

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