Sunday 17th November 2019,
Equilibri Circolo dei lettori di Elmas

Frammenti di un discorso con qualche stravaganza

Scrivere
La scrittura è un fare, richiede un lavoro e allo stesso tempo è un dire. Nella pratica della scrittura fare e dire diventano tutt’uno. La scrittura – cioè le parole che si fanno impronta – è segno che dice e dura nel tempo.
L’identico delle culture è questo fare-dire. Anche le culture prevalentemente orali, sono come una scrittura sospesa che aspetta il tempo del segno. Questo segno può emergere dall’interno o venire dal di fuori. E ciò senza gerarchie, nell’incontro, nello scambio.
Il diverso sono le forme varie che le culture elaborano attraverso la scrittura, la molteplicità delle lingue – diversità feconde e benefiche: è il racconto polifonico e polimorfo dell’avventura dell’essere umano sulla terra.
Nutrimento della scrittura è il sentire. Ma un sentire attento con tutti i sensi, aperto ad accogliere. Se c’è una attenzione alle parole che si scelgono, a come vengono accostate e ordinate, al silenzio che a volte annunciano, a ciò che evocano, questo fare, questo lavoro, allora diventa poesia.

I primi segni
L’impronta che l’ominide africano lascia sul terreno, venendo giù dagli alberi, è già un primo segno di comunicazione seppure involontaria; e così le orme degli animali sul terreno sono già una primordiale e spontanea lettura per questo primitivo che diventerà Sapiens. Sopraggiunta la necessità di comunicare, avrà forse spezzato un rametto, affiancandolo o sovrapponendolo all’orma del piede; o, più evoluto, impresso la mano, sporca di succhi, su di una roccia o d’un albero…
Dall’Africa si dipartirono miriadi e miriadi d’impronte in processione per tutte le direzioni del globo terracqueo.

Tra la terra e il cielo
Si dice che i Fenici durante le loro navigazioni, guardando il volo degli uccelli, maturarono l’idea dell’alfabeto. Dunque la scrittura avrebbe avuto una matrice terrestre ancestrale e una aerea più recente ed evoluta.
La cultura genera dal rapporto dell’uomo con la terra, dal suo lavoro, ma guarda il cielo. Già semplicemente alzando una mano sul nostro capo veniamo a contatto con l’aria, con l’infinito. Tra l’occhio e le stelle, tra la mano e le stelle, benché a distanze siderali, pare non esservi ostacolo alcuno.
Siamo materia, il nostro cervello è materia, ma siamo materia pensante, materia che pensa sé stessa, che tende a trascendersi: ecco il linguaggio, la scrittura, la cultura. Ecco il Dire, il Fare, il Sentire.

Invarianza e diversità umana
Vedo il dito alzato di Giulio Angioni, non per imporre, ma lui maestro per chiedere, tra gli altri, la parola: una parola aperta al dubbio, mai definitiva. Ecco: “L’umanità è identificata dal suo essere culturalmente diversificata. Una conseguenza della pluralità dei modi di vivere è che si è tanto spesso implicati in situazioni di convivenza tra diversi universi culturali più o meno distinti e contrastanti, più o meno identici e inclusivi: è la compresenza della diversità, che pone il problema della relatività dei diversi modi di vivere, a parte che l’esperienza della diversità diventa spesso inferiorizzazione del diverso e pretesa di eccellenza per il proprio modo di vivere, com’è vizio sommo di noi occidentali. Il relativismo, la relatività storica dei modi di vivere, non è un pericolo […] Non è il male del nostro tempo. E’ il problema del nostro tempo”.

Schiavitù e razzismo – Buco nero della civiltà occidentale
E con lui su queste cose ragionavamo, quindi toccando il nervo scoperto del razzismo, della schiavitù e “del vizio sommo di noi occidentali”; il buco nero generato dalla nostra civiltà occidentale. Nella Grecia antica si elabora la, teorizzazione, la giustificazione filosofica, dunque l’accettazione della schiavitù come cosa buona, razionale e necessaria. “La necessità di mantenere l’impianto schiavistico poneva delle questioni morali, così che fu necessario convincersi che fosse giusto, morale, richiesto da un dio o dalla ragione”. E ancora “L’istinto non è mai cattivo. Il peggio di cui l’uomo ha dimostrato di essere capace è costruzione culturale”. Cosi un autorevole scienziato studioso di genetica e delle popolazioni umane.
Si può, dunque, dire che non fu il razzismo a far nascere la schiavitù, ma fu la schiavitù, sistema economico-sociale, a generare l’ideologia del razzismo.
Infatti ancora oggi, assodato scientificamente non essere mai esistite le razze umane, persiste tuttavia un razzismo subdolo e aggiornato.
Fare, dire, sentire: è il lavoro che porta l’uomo ad aggregarsi, a creare comunità e con la tecnica e la cultura, nel bene e nel male, a trasformare l’ambiente in cui vive.
Ambiente unico ( casa comune) e irripetibile nel cosmo.

L’Isola nostra – Diversità
Tra il dire e il fare si sa che c’è di mezzo il mare. Ed è proprio il mare, abbracciandola, che fa d’una terra un’isola. Come la Sardegna impronta scabra e compatta in mezzo al Mediterraneo…
Terra forte di rocce e d’arbusti, in prossimità del mare ricca di distese lagunari.
Quest’Isola – il mare con il suo continuo sonoro che la cinge, il vento che la percorre, la luce e il silenzio di spazi solitari, e i villaggi sparsi e i resti antichissimi di possenti costruzioni disseminate per tutto il territorio…
L’Isola, può essere che in qualche modo ci abbia ad essa assimilati.
Sobrietà e compostezza possiamo dire essere tratto caratteristico della gente di Sardegna: un intreccio di cultura, storia e natura. Peculiarità del fare, del dire, del sentire dei Sardi.
Leggo una intervista ad Elena Ledda dove si parla delle differenze artistico-culturali, tra la Sardegna e il Sud Italia.
“In Sicilia, a Napoli, in Puglia, sento che la cultura del Sud è lontana da noi […] Loro sono molto più carnali, quasi fisici, nel racconto drammatici…”
I Sardi più sobri, niente sceneggiate, più misurati si potrebbe dire.
Elena Ledda si rifiutò di cantare un testo di un autore molto importante, testo del quale pure riconosceva il valore. “Non mi rappresenta come identità, come donna. La mia tradizione è diversa; una donna sarda non direbbe mai quelle cose […] Io non ho necessità, per dire una cosa forte, di andare sopra le righe”.

Di una guerra, di una città, di un libro
Grande capacità di resistenza, di adattamento, di tenace sopravvivenza, a fronte del tempo che erode e travolge, ha rivelato la scrittura.
Le città, forti di mura massicce, di storia e di gloria, sono state in realtà molto più effimere e infine sono franate. Se non del tutto scomparse di loro oggi rimangono solo silenziose rovine.
Dov’è la città di Troia, la sua acropoli, le sue mura imponenti?
Sono cambiati gli alfabeti, si sono avvicendate le lingue e l’Iliade, questo grande libro, ecco è ancora qui tra noi vivo e fecondo…

Il Mediterraneo
Itaca e Ulisse ci dicono del ritornare; d’un viaggio lungo e periglioso. Delle Sirene che se le ascolti ti danno l’oblìo (gli scogli biancheggiano delle ossa dei marinai ammaliati dal canto), di Scilla e Cariddi, mostri inesorabili. E i venti contrari che vietano a Ulisse la terra della patria.
Penso alla Grecia che s’allunga di frastagli sulle acque, come una mano che sparge nello Ionio e nell’Egeo gli arcipelaghi; a Europa, formosa fanciulla, che perplessa s’allontana sopra un magnifico toro bianco, avvolta dal salino…
Miti, racconti che pur qualcosa vorranno dire e che ci risuonano dentro.

I naufraghi
Ma c’è oggi un mare dello svago, delle vacanze, il mare dell’estate che volge al termine.
Sul far della sera una spiaggia s’è fatta solitaria e il mare color della cenere inquieta.
Già nell’onda di risacca, già nelle sabbie delle dune s’avverte qualche sfumatura d’autunno…
Ma a sud di questo mare c’è altra sponda da dove s’imbarcano genti e qui può accadere che si spiaggino i naufraghi o si riversino corpi già morti…
Non si può più ora guardando l’orizzonte marino rimuovere quella sponda, non pensare a quelle genti…
Bambini dagli occhi sgranati, donne e uomini che portano sulla pelle e negli sguardi la fatica estrema, l’angoscia, l’umiliazione, le violenze patite, il lutto di cari caduti lungo i deserti, o presi dall’onda…
Il mare è lo stesso che ci accomuna, salato e amaro, bello o spaventoso.
Com’è il mare che distanzia il dire dal fare?
Se è quello della comunicazione, degli scambi, del cammino dell’incontro, allora il dire s’avvicina al fare e ciò è cosa buona; altrimenti il mare frapposto è pelago sconfinato ed ostile: il dire e il fare saranno falsi e nefasti.
E’ necessario, allora dunque, un mare del sentire. Un mare non chiuso, attento all’ascolto. Un sentire con tutto il corpo, oltre il mero udire di suoni e di voci.

Genocidi e Shoah
Ma gli Stati, le Nazioni si sono scontrati fieramente; e dentro le stesse comunità, una parte ha oppresso l’altra incarcerando, torturando e ammazzando.
Nel Cinquecento una stirpe educata alla tecnica, venuta dalla civile Europa, con la croce e la spada, si avventò sulle popolazioni native del Nuovo Mondo, le quali considerava di quasi uomini e dunque adatte a servire in schiavitù, così come Dio aveva predisposto…
Il dire era la predicazione religiosa, il fare l’oppressione, la riduzione in schiavitù, il dare morte…
Le così dette guerre indiane negli Stati Uniti – siamo nell’Ottocento – sono una fase del genocidio degli Indiani culminato nel massacro di Wounded Knee.
Ma ancora nel 1982 un testimone di un massacro di Indiani del Guatemala a opera di militari riferisce: “Bambini, due anni, quattro anni li prendevano e li sventravano fino a squarciarli in due”.
Agivano forse in silenzio; o, è più probabile, che i militari guatemaltechi, esecutori truci, pronunciassero tra le risa parole terribili. La missione, il fine era ripulire la popolazione. Un male così estremo potrebbe mai trovare adeguata giustizia per chi lo ha subito?
E’ una domanda che mi assilla soprattutto quando ripenso alla Shoah: un crimine d’intensità atroce, senza paragoni, perpetrato con razionalità industriale e fredda pianificazione. In Europa, nella civile e progredita Germania, una élite culturale e scientifica ha prima appoggiato il nazismo e poi organizzato e realizzato lo sterminio…
Quale riparazione, quale giustizia? Le vittime temo rimarranno in eterno senza risposta. Anzi già noi per loro sentiamo incombere l’oblìo.
E questa sospensione pesa e peserà su di una umanità smarrita.
E’ come se l’intera umanità portasse uno stigma del quale non potrà liberarsi.

* Elaborato finalista al Premio Letterario Giulio Angioni 2019
dedicato quest’anno ai racconti, sul tema “Fare, Dire, Sentire:
l’identico e il diverso nelle culture”

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