Sunday 17th November 2019,
Equilibri Circolo dei lettori di Elmas

Le umili piante de Su Stani

Tonino Sitzia 19 Ottobre 2019 Racconti 2 commenti su Le umili piante de Su Stani

Santa Gilla: capanna di falasco. Foto del grande linguista e antropologo Max Leopold Wagner che visitò più volte la Sardegna tra il 1905 e il 1927

“Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque
subitamente là onde l’avelse .
(Dante Alighieri, Purgatorio Canto I)

Un tempo, quando gli uomini passavano leggeri su questa terra, i bambini di Elimu avevano paura de Su Mommoti e de Sa Morti Pillosa, de Maria Farranca e de Su Carr’e Nannai. Il tempo era scandito dal cammino del sole ed era colto chi rispettava l’incolto. Sulle rive della laguna, prestando molta attenzione, nel silenzio della natura interrotto dal garrire dei gabbiani, si sentiva, nel frusciare del vento, il dialogare delle umili piante di Su Stani. Nel dialogo si reclama il loro posto nel mondo, perché tutto ha un senso.
– Io sono stata alla mensa dei Vichinghi – diceva Comare Salicornia – sono ricca di vitamina C, sono robusta tanto che cresco e colonizzo ambienti che altre sorelle rifiutano. Sono cicciottella e non mi piace quando mi definiscono carnosa. Con i miei colori allieto queste lande, sono verde ad inizio di stagione poi rossa.

Salicornia

Da queste parti mi chiamano Sossoini e mi rispettano perché dove ci sono io c’è il sale, che si usa in tutta l’isola sandaliota per condire e conservare gli alimenti, e perché gli elimesi hanno paura, non usandolo, di diventare bambus, così dicono nella loro strana lingua.
– Io sono esile ma duttile – intervenne Comare Canna – mi piego al vento e alla volontà degli uomini. Non capisco il detto in uso presso gli elimesi “Cirdinu cumenti una canna”: che senso ha opporsi con orgoglio al destino, meglio essere duttili e pronti ad affrontarlo con umiltà, certo senza piegare la testa!

I poveri cristi che vivono da queste parti mi hanno da sempre utilizzato per la pesca, per costruire le loro rustiche tettoie che essi chiamano incannizzau, per gli umili letti che essi chiamano stojas…

Tifa e Cannuccia

– O Gommai canna no siasta pallèra…lo sai bene che is stoias sono fatte dalle mie foglie, tanto che quelli che tu chiami poveri cristi mi conoscono da sempre come folla de stoja, e mi utilizzavano per i loro letti, per imbottire materassi e per impagliare le damigiane…

-Ha ragione – riprese Comare Canna – ma siccome gli uomini e le donne non vivono di solo lavoro e amano su ballu tundu faccio presente che fin dall’antichità mi hanno usato anche per costruire quegli strani strumenti musicali che essi chiamano launeddas, e che suonano cun is trempas prenas convinti che quell’armonia unica potesse rabbonire Dio, le cavallette e i tanti invasori.

– Io vi assomiglio compagne – prese a dire Compare Giunco –  sono esile e snello, molle e flessuoso, umile, è vero, ma anche pungente. Vabbè piegarsi alla natura , comari, ma bisogna anche pungere per difendersi dagli animali, dalle intemperie e dalle male lingue.

Quanti naufraghi esausti si sono adagiati su di me per dimenticare le proprie tragedie! E quanti si sono nascosti, tra i miei cespugli, po tirai sa perda e cuai sa manu.
– Quanti amori, felici e infelici, giuramenti e frastimus, sono stati da noi protetti perché sappiamo conservare i segreti – In coro le umili piante.
– Sono stato calpestato dai fenici e dai Romani, da Museto e dall’Infante Alfonso, dagli Spagnoli, dai Piemontesi, dagli Italiani… tante genti sono da qui passate e ne passeranno ancora provenienti da chissà dove – riprese il pio giunco – Ho visto morire città e guerrieri in questo lembo di terra che i sandalioti chiamano Santa Gilla…
– Ne abbiano visto passare di acqua sotto i ponti e a volte, con periodica ricorrenza, sopra i ponti quando s’unda manna accompagnava il diluvio e trascinava a valle uomini e cose.
Noi siamo piante industriose, ci siamo da sempre prestate al lavoro degli uomini, ci siamo fidate delle loro abili mani che ci trasformavano per le loro esigenze –
– É vero – ancora comare Salicornia,– pensa che nella seconda metà del 1700 gli elimesi si innamorarono di me e di mia cugina salsola, l’erba Kali cara a Nettuno; alcuni di questi massaius presero a coltivarmi perché i loro terreni erano adatti alla mia crescita e dalle mie ceneri si ricavava la soda per il sapone.

Salsola

Forse si montarono la testa pensando di potersi affrancare dalla miseria esportando un materia prima che costava poco, era molto richiesta nelle corti europee, ed era utile po cunfundi su fragu de is arricus e dei is poburus.
I sabaudi però non ne vollero sapere, imposero una bella tassa sull’esportazione della soda e così gli elimesi abbassarono la testa e ripresero a coltivare il grano e la vite.

-Scusate se mi intrometto…deu puru bivu innoi…Comare Canna mi conoscit. Mi nanta cruccùri, e is continentalis falasco. Non sono nobile come le spighe del grano, ma un po’ le assomiglio, e sono utile come loro. Gli uomini mi usano nelle stalle po isterrimentu, po allui fogu e fai scarteddus. Sono un tipo solitario e arrevesciu, vivo con i mie familiari ma gli uomini mi accoppiano cun sa canna  po fai barraccas, che, graze a me, sono calde e impermeabili d’inverno, e fresche d’estate. Il mio profumo allontana gli insetti e nci bogat su priogu…credetemi, da queste parti non è poca cosa.

Cruccùri (Carice)

Mi piace come gli uomini sistemano le loro baracche: con la porta a facc’e mari, di fronte a su stani, così ne controllano gli umori, i capricci e i chiari di luna.

– I sardi, nella loro strana lingua, mi chiamano giuncu, molti di essi utilizzano una particolare varietà che chiamano allu de aqua po istòias.
Gli elimesi hanno una particolare abilità nel prepararmi. Mi raccolgono in primavera quando l’infiorescenza, posta all’estremità dei culmi, quasi a ridosso dell’aculeo terminale, matura e si essica.
Si sistemano al centro del cespuglio, spostano con i piedi gli steli, con una mano afferrano i culmi alla base e con l’altra li tengono a mesu trettu, poi strappano con forza; quando ne hanno raccolto un certo numero lo mettono ad essiccare, lo conservano per una settimana circa in luoghi asciutti e con poca luce.
Ogni stelo viene diviso manualmente in fibre utilizzando su puntarolu, e s’arresoia, con la quale si ripuliscono i residui del midollo spugnoso; in questo lavoro di sfibratura, cioè a mulli giuncu  gli elimesi erano davvero bravi; l’ultima operazione consisteva nello sbiancamento delle fibre, che si faceva al forno o con vapori di zolfo, finché diventavano giallo paglierino.

Giunco

Infine, forse perché mandronis o fadiaus dalla malaria, mi affidavano alle abili mani degli artigiani dei paesi del campidano  che mi trasformavano in crobis, canistettedus, crobeddas, e in tutti i diversi cestini che fanno su strexu de fenu.
Anche se apparentemente fragile, aiuto gli uomini a costruire le nasse, a legare le verdure negli orti e i tralci di vite nelle vigne, e appartengo alla comunità, quando essa ha il senso del limite; e quando, ai primi dell’800, il podatario del feudatario volle trasformarmi in merce, pretendendo di far pagare quello che era di tutti, fu la comunità a ribellarsi, perché io faccio parte de su connottu.
– Io sono una modesta canna palustre e reclamo, come voi,  il mio posto nel mondo, anche oggi che gli ambienti in cui abbiamo vissuto sembrano ostili ai moderni.
Nella loro corsa forsennata e distratta, divorati dalla febbre dello sviluppo, si fermeranno prima o poi ad ascoltare e osservare.
Il loro orecchio, ormai sordo, avrà bisogno dei sonus de canna, le loro mani rattrappite lavoreranno la canna per continuare a costruire launeddas, sagomare le ance dell’oboe e del clarinetto; riprenderanno a costruire le fresche stojas, e la utilizzeranno per proteggere e isolare le loro case; Comare Salicornia accompagnerà le loro mense tornate frugali e i nidi degli uccelli acquatici continueranno a dormire sonni tranquilli nel suo grembo; in autunno i loro occhi scopriranno incantati la sua livrea rossastra che anticipa l’inverno; il giunco, ora che la malaria non c’è più, metterà nuovamente alla prova uomini e donne nelle loro abilità artigiane.
Così le umili piante de Su Stani ragionano nel loro ambiente salmastro, laddove, nonostante le ferite impartite dall’uomo, e chissà fino a quando, continueranno a reclamare il loro posto nel mondo.

Note

– “Passavamo sulla terra leggeri” è il titolo di un romanzo di Sergio Atzeni, Il Maestrale 1999
-Nelle loro lunghe navigazioni i Vichinghi portavano con sé le salicornie, riconoscendone le proprietà antiscorbutiche
-Renzo Ferru in  “Elmas – Storia di una comunità di artigiani, contadini, pescatori”, pag.140, ricorda la febbre della Salicornia che colpì Elmas e il Campidano nella seconda metà del ‘700, ricavandone la fonte da F. Cherchi Paba,  il quale nella sua monumentale “ Evoluzione storica dell’attività industriale, agricola, caccia e pesca in Sardegna” (Cagliari, 1974), nel terzo volume, a pag. 263 afferma che a un certo punto “la coltura della salicornia divenne febbrile tanto che venne abbandonata quella del grano”. Questo perché “una così vasta produzione di ottima soda, dati i terreni  favorevolissimi del cagliaritano per una simile coltura, determinò un vasto movimento commerciale di detta erba, specie nei mercati più ricchi di Marsiglia e di Nizza, per cui il porto di Cagliari fu intensamente praticato dai velieri della Provenza e del Nizzardo, come anche della Toscana, in particolare di Livorno”; e ancora “L’esportazione della soda venne sottoposta a speciale dazio doganale stabilito in 7 reali  il cantaro. Perché si abbia ragione di tanta febbre per la salicornia basti considerare che, secondo i detti prezzi, sulla banchina di Cagliari, un cantaro di soda veniva pagato una volta e mezzo un cantaro di formaggio,  fiore sardo, che nel 1782/88 si pagava all’ingrosso sulle 10 lire sarde, mentre la soda la si pagava 12 e 15 lire”.
– Una descrizione della lavorazione del giunco la si può leggere in “Elmas paese di  Sardegna” di Antonio Asunis,  pag. 257

– Falasco: nome comune usato per indicare varie erbe palustri appartenenti ai generi Carex, Ciperus e Sparganium, usate per lavori di intreccio (in “Sapere.it”);

-Nel disciplinare  dell’Intreccio artigiano della RAS si legge “Oltre al giunco propriamente detto (in sardo su zuncu de zinnìgas), largamente impiegati sono gli steli di altre varietà di erbe palustri: il cipero (sèssini o sèssene), il falasco (zinnìga o sinnìga o anche sega didus, ossia taglia dita), il saracchio (craccùriu o craccùli), il giunchetto o scirpo (zinnìga o tinniga) ed il biòdolo o giunco fiorito (o allu de aqua po istòias).

-Per alcune parole in lingua sarda “Dizionario Universale della lingua di Sardegna!” di Antonino Rubattu in Sardegna Cultura.it

-Foto realizzate nello Stagno di Santa Gilla

Tonino Sitzia

Ottobre 2019

Autore

2 Comments

  1. gabriele soro 19 Ottobre 2019 at 20:58

    Dovremo soffermarci di più ad ascoltare le piante, sopratutto quando le visita il vento.
    Ecco “Le umili piante de su Stani”, articolo ricco di informazioni, dove le care piante si intrattengono in piacevoli ed istruttive conversazioni, così da ricordarci che non c’è solo l’uomo ad abitare il pianeta Terra.
    Le fotografie accompagnano opportunamente le parole scritte.
    Tutto lo ‘Stagno’, ricordo era contornato di cespugli d’alimo.
    Qui a Elmas era, ed è ancora, chiamato émbua: nome che non compare nei dizionari.
    Ho trovato, infatti, sette modi di dire in sardo alimo: èlamu, élima, élimu, elma, éluma, émua, eramu.
    S’èmbua era diffusa anche in certi terreni sabbiosi nella zona di moguru (che significa terreno rialzato, piccola altura) lungo i sentieri e ai margini delle vigne d’un tempo.

  2. Rosa Pina Mura 8 Novembre 2019 at 23:26

    Mi piacerebbe tanto avere da leggere qualche pubblicazione che riguarda il territorio di Elmas, la prossima volta che sarò in ferie mi informerò in biblioteca…

Scrivi un commento