Wednesday 26th June 2019,
Equilibri Circolo dei lettori di Elmas

Premiato il racconto “La Fenice” di Tonino Sitzia

Il racconto La Fenice, scritto da Antonio Sitzia in rappresentanza di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas – che opera dal 2009 nel campo del volontariato culturale – è stato tra i premiati al Concorso “PromuoviAmo il volontariato”, indetto dal CSV Sardegna Solidale. La premiazione si è tenuta a Cagliari l’11 aprile 2019.

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Ci stavamo interrogando da tempo sul nostro ruolo di volontari per i libri, di animatori per la lettura, di missionari laici delle cause perse, giacché tutti gli indicatori confermavano inesorabilmente che in Italia si legge troppo poco o non abbastanza per avvicinarci agli standard dei paesi europei più avanzati. Del resto perché eravamo nati, nel 2009, se non per contribuire, nel nostro piccolo, a invertire tale tendenza?

“Ita funti is librus? Cos’’e pappai?” dicevano gli scettici che incontravamo per strada o nei diversi bookcrossing che organizzavamo nelle piazze del paese, increduli sull’utilità di un volontariato per la cultura, vale a dire perdere il proprio tempo per un qualcosa di impalpabile e inafferrabile.

Dopo anni di presentazioni, di incontri con autori, di dibattiti  in una sala attigua alla biblioteca comunale, decidemmo di tentare qualche esperimento diverso, percorrere qualche strada insolita, secondo il motto, per nulla originale, “Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna”. Sul suo significato, in un dizionario dei modi di dire, si legge “Andare a cercare qualcuno di cui non si hanno notizie o che non aderisce all’invito di chi lo cerca. In senso lato, procurarsi da sé qualcosa che ci si aspettava da altri, o intervenire in una situazione che si pensava si risolvesse da sola”.

Così un giorno di tardo marzo di qualche anno fa, previo accordi di qualche giorno prima con i responsabili della struttura, ci siamo recati in una casa di riposo per anziani non autosufficienti, armati di alcuni libri. L’idea era quella di leggere dei racconti brevi ad un gruppo di essi, in gran parte donne, che sedevano ordinatamente a semicerchio nella grande sala riunioni del centro, accompagnati da alcuni assistenti, evidentemente pronti ad aiutarli e a garantire l’ordine pubblico.

Ci eravamo sistemati in due sedie di fronte agli anziani e stavamo per cominciare a leggere quando una signora, in elegante vestaglia da camera e con un portamento molto dignitoso, mi si avvicinò e, senza che uno degli assistenti potesse fermarla, mi abbracciò “Tui ses su fillu de Boiccu Picciau…de candu est ca no du biu a Boiccu…non mi nerist ch’est mortu?”Interdetto e sorpreso sul momento non feci in tempo a rispondere “Nossi, non seu su fillu de ziu Boiccu…forsis s’assimbillaus…” Non  feci in tempo nemmeno a dirle che Ziu Boiccu era morto da qualche anno perché uno degli assistenti la prese sottobraccio e…”Zia Bonaria sezzassì ca immoi depint liggi…”.

Avevamo portato con noi Marcovaldo di Italo Calvino. Ci sembrava che tra i venti racconti brevi di quel libro, legati al cambio delle stagioni, qualcuno potesse piacere a quel particolare pubblico. Scegliemmo una novella primaverile intitolata “La cura delle vespe” e  una autunnale “La pioggia e le foglie”. Certo non potevamo immaginare che le letture potessero scatenare sentimenti di immedesimazione tali da provocare continue interruzioni, con buona pace nostra e degli assistenti.

Già alla prima lettura un vecchietto in pigiama, ciabatte e papalina, si era evidentemente identificato col signor Rizieri, il pensionato solo al mondo e abbandonato da tutti che Marcovaldo cercava di consolare dai suoi acciacchi, reumatismi, artriti e lombaggini. Il vecchietto, che evidentemente soffriva degli stessi mali, si era alzato e con una camminata claudicante si stava dirigendo verso di noi “Du bieis?…Deu puru tengu doloris, cumenti a cussu ziu de su libru…e ita deppu fai? Bosatrus ita mi consillais?”. “Signor Cesare stia tranquillo! Torni al suo posto. Si sieda e lasci finire il racconto – disse un assistente – Anche noi cercammo di calmarlo “O ziu Cesare chi fustei ascuttat su contu chi seus liggendi forsis calincunu cunsillu ndi bessit a foras…”.

La lettura riprese non senza qualche commento a voce alta “Le api sono pericolose!” “Fogu d’as pappint a is espis”…”Perou su mebi fai beni…e serbit puru po fai durcis…”  Custu contu non serbit a nudda!”.

Nel racconto Marcovaldo si lascia convincere dal Rizieri che il veleno contenuto nel pungiglione delle api guarisce i reumatismi e altri mali. Decide così di collezionarne in barattoli per usarle come cura, ricavarne qualche soldo con i pazienti creduloni, non senza aver sperimentato prima sui di sé, su sua moglie e sui suoi bambini l’efficacia delle loro punture. Quando Marcovaldo finisce in ospedale vittima delle api che voleva catturare da un alveare, ziu Cesare scoppiò a ridere e commentò “Una cosa diaci non d’appu mai intendia…ma de siguru est capitau de calincunu cuaddu o calincun omini ca in su sartu est mortu po essi stettiu spizzuau de is espis”. “Ziu Cesare chi bolit di portaus unu bottisceddu de espis po sanai de is reumatismus…” Così ci rivolgemmo al vecchio alla fine della lettura, ma la risposta fu immediata “Lassai perdi piccioccus…cussu libru est tottu faulas!”

Dopo una breve pausa in cui ci venne offerto del caffè zia Bonaria continuava a chiedere di ziu Boiccu…”Est mortu… non si d’arregordada zia Bonaria?” feci in tempo a dirle. Trovavo strano che zia Bonaria non si ricordasse  della morte di ziu Boiccu, avvenuta qualche anno prima. Le persone di quella generazione, quando il paese era ancora piccolo, si conoscevano tutte e nessuno mancava a s’interru di qualcuno di loro passato a miglior vita. “Non dovete meravigliarvi dell’insistenza di zia Bonaria – ci disse un assistente – soffre di vuoti di memoria…malattia assai comune alla sua età ”

La pausa era finita e passammo alla seconda lettura: La pioggia e le foglie. Leggevamo di come Marcovaldo scrutasse il cielo in cerca delle nuvole che finalmente avrebbero portato quella pioggia benefica per le sue piantine, e si sentivano commenti del tipo “non c’est che s’àcua de su celu po is mattas e is froris…” e una signora “Io raccolgo l’acqua piovana in una bacinella e poi innaffio…nulla va sprecato!”. Poi, nel corso della lettura, parlando di  nuvole bizzarre che vanno e vengono, spruzzano e fuggono, una signora esclamò “Ma s’ind’arregordais de s’alluvioni?” E un altro anziano “e cumenti fadeus a si ndi scadésci” e di nuovo zia Bonaria “Deu mi d’arregordu sa notti de s’unda…su celu nieddu pariat chi toccàda sa terra… su celu fiat nieddu che sa pixi..”

Cittadini di Elmas raccolgono le loro masserizie dopo l’alluvione del 26 ottobre 1946

Tra i presenti non tutti erano di Elmas, eppure ascoltavano con attenzione le battute dei loro coetanei. “Deu immoi seu beccia e scibuddia, ma mi d’arregordu cumenti chi siat oi…su binti ses de ottobre de su mille noiscentus corantases, sa notti de s’unda…tottu cuss’àcua de s’arriu de Sestu, s’arriu Matzeu, e tottu cussus mortus, is domus de ladini sciarroccadas…”“Deu m’arregordu de su pippiu de zia Luigina…fiat unu frori de cuattru mesis…portau in crabettura po du salvai est liscinau e s’unda  ndi d’at pigau…”. Ziu Cesare ricordò di come i giornali dell’epoca parlarono di quella tragedia…  “Ant’arregotu meda dinai finzas in continenti po aggiudai is familias…”

Gli assistenti cercarono di riportare l’ordine, ormai stravolto dai ricordi  “Signori, i nostri amici vorrebbero finire la lettura…” Noi ascoltavamo le loro storie, alcune già sentite dai nostri genitori o dai nostri nonni. La terribile alluvione del 26 ottobre 1946 colpì i paesi di Sestu e di Elmas, dove ci furono 22 morti, con enormi danni materiali. La tragedia si tramanda, dai sopravvissuti ormai anziani, come “Sa notti de s’unda”.

Non ce la sentimmo di interrompere quei racconti. Anzi a dire il vero eravamo contenti del fatto che i libri possono favorire la comunicazione tra le persone, e fu anche per noi, come dice il vocabolario dei modi di dire, l’occasione per andare a cercare qualcuno di cui non si hanno notizie. 

Non  sapevamo che ziu Cesare, zia Bonaria e altri anziani fossero finiti in quel centro. Curiosamente quel centro si chiamava  “La Fenice”, che ricorda il favoloso uccello mitologico che risorge dalle ceneri, e che simboleggia anche la resistenza alle avversità e alla morte. Magari il raccontare è un modo per sopravvivere, come quegli anziani ci hanno insegnato. (Tonino Sitzia)

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