Friday 14th December 2018,
Equilibri Circolo dei lettori di Elmas

Un’intervista impossibile. Colloquio con Don Gabriele Asquer, Su Bisconti – I capitolo

Su Bisconti è ancora oggi il nome della pineta visibile dalla strada provinciale che da Elmas porta a Sestu, o anche dalla S.S 131 nei pressi del bivio per Sestu. Sino agli anni ’70 del secolo scorso la pineta era meta di gite domenicali e scampagnate primaverili ed estive per gli abitanti dei paesi più vicini. In altri periodi dell’anno era spesso frequentata come luogo salutare per combattere la tosse e per le proprietà terapeutiche che si attribuivano alla resina dei pini. Per i bambini addentrarsi in quel luogo nelle prime ore del mattino o la sera al tramonto era come entrare nel bosco incantato delle favole. Oggi quel sito è molto cambiato, curato e pulito ma ormai inacessibile alla pubblica fruizione. Qualche anno fa uno di quei bambini, seguendo l’onda dei suoi ricordi, ha osato introdursi furtivamente nella Pineta. Racconta di aver incontrato un fantasma…

Giochi in pineta, primi anni ’60

Ero riuscito a trovare un pertugio nella rete di recinzione, e penetrare all’interno di quella che noi da bambini chiamavamo La Pineta, e che per tutti i masesi era nota come “Su Bisconti”: cosa difficilissima di questi tempi, perché la nostra Pineta è oggi un inaccessibile fortilizio, restaurata, ripulita, con un ampio viale di accesso video sorvegliato, asettica come un prodotto in vitro. Io la preferivo come era un tempo. Certo era più sporca, ma aperta a tutti, democraticamente disordinata, i suoi rovi e cespugli non facevano sconti alle magre gambette nude dei bambini e bambine che vi scorrazzavano dentro, e le famiglie vi trascorrevano le loro gite fuori porta, con le prime radioline ad ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto”, con tanto di cestini pieni di roba da mangiare, di bottiglie d’acqua e di vino, come in una hyde park dei poveri. La Pineta era un bosco a tratti impenetrabile, ci si poteva nascondere, isolare ad ascoltare i rumori degli alberi scossi dal vento, lo scricchiolio dei rami, l’ansimare di qualche cane randagio, lo svolazzare repentino dai cespugli di qualche quaglia o pernice, provare la paura di un fantasma nascosto dentro il rifugio o all’interno della vecchia casa padronale. Nel bosco poi si aprivano le radure dove si poteva giocare a pallone, a spezza catene, a cuaddus fortis, a mammacua, a cassai, a luna e monta, a biriglias, a sartai sa funi, a zacca e poni. Tutto assorto in questi pensieri, e mentre mi tornavano alla mente immagini di bambini e ragazzi sbiadite come i vecchi negativi fotografici, mi ero ormai addentrato per un certo tratto all’interno della nuova Pineta, dimentico del fatto che prima o poi qualcuno mi avrebbe fermato e bruscamente invitato ad andarmene. Avevo come la sensazione di non essere solo in quello spazio ormai quasi sovratemporale. Magari era il custode che mi seguiva furtivo, per vedere fin dove volevo arrivare. Sentivo come un leggero calpestio, il rumore tipico delle frasche sfiorate da un corpo, e più volte mi girai per vedere se c’era qualcuno, finché, per vincere una certa apprensione, “C’è nessuno?” esclamai . – Sono io che devo chiedere se c’è qualcuno, dal momento che io sono il padrone L’uomo aveva un portamento fiero e un po’ altezzoso, come di uno abituato a comandare, a imporre i suoi voleri, e farli rispettare, ma allo stesso tempo sembrava desideroso di parlare e aprire un dialogo. – Non mi pare che abbia un padrone, so che è stata acquistata da una importante società che si occupa di design – Non conosco questa parola, ma le dico che, senza discussioni, io sono il padrone di queste terre, che al momento dell’acquisto, parlo del 1807, erano per la gran parte incolte e senza alcun valore intrinseco. Fui io a valorizzarle. – Mi dica il suo nome, così, forse, riesco a orientarmi … sa, è passato tanto tempo… – Sono il Cavaliere Don Gabriele Asquer di Cagliari, maggiore del Reggimento di Sardegna, Cavaliere della Sacra Religione e Cavaliere dell’Ordine Militare dei SS. Maurizio e Lazzaro – Ah, lei fa parte di quella folta genìa di feudatari spagnoli che hanno affamato la Sardegna per quasi quattro secoli… – Come osa parlarmi in questo modo? Lei mi deve soddisfazione…se è un uomo d’onore, e se ha un po’ di fegato, l’aspetto domani all’alba, ne va della mia onorabilità. Si cerchi un padrino, lascio a lei la scelta dell’arma, o spada o sciabola, io non ho problemi… e si ricordi che io sono di origine ligure e non spagnola! Con queste parole girò le spalle e fece per andarsene. A questo punto ero io ad avere problemi, data la mia totale inabilità e imperizia nell’usare qualsiasi tipo di arma…il colloquio stava prendendo una brutta piega… – La prego si fermi, non volevo assolutamente offenderla, non conosco la sua storia, la sua famiglia, i suoi meriti o demeriti, ho espresso solo un giudizio a caldo sugli spagnoli, verso i quali il giudizio dei sardi è unanime e senza appello…forse sono stato ingannato da quel predicato che lei ha usato…quel Don baronale…anzi su questo argomento, sulla feudalità spagnola intendo, mi piacerebbe sentire anche il suo parere… (Continua a leggere)

Tonino Sitzia

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3 Comments

  1. Anna cogoni 18 aprile 2018 at 10:53

    Bellissimo..mi sono immersa nel racconto
    Anche io ho conosciuto la pineta, visitato in parte la casa..le grandi cantine.
    Il conte e di casa nei nostri discorsi dei tempi andati.

    • Tonino Sitzia 20 aprile 2018 at 7:29

      Grazie Anna del tuo commento. Il racconto voleva appunto suscitare ricordi, momenti di vita collettiva, conoscenze di luoghi e, magari, contribuire ad una loro valorizzazione e apertura al pubblico.

  2. Marina Cozzolino 20 aprile 2018 at 19:45

    Quante giornate piacevoli nella nostra “hyde park dei poveri”… Bravo Tonino e che fantasia!

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