23 Ottobre 2021
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La ragazza con il violino di Giulia Mafai

Nell’aprile 2011, nel recensire per il sito di Equilibri la biografia di Eva Mameli Calvino di Elena Macellari (“ali&no editrice”, 2010), facevo una riflessione sul ruolo spesso misconosciuto o sottovalutato delle donne in tante vicende pubbliche e private di tanti personaggi del 900. Le “madri di”, “le mogli di”, le “sorelle di”, sono protagoniste di autonome e a volte straordinarie vicende che uniscono il personale e il contesto storico, spesso tormentato, che hanno attraversato.
Così in questi giorni, alla notizia della morte di Stephane Hessel (l’autore del famoso “Indignez vous!”, pubblicato in Italia da ADD nel 2011, con il quale, lui novantaduenne, invitava i giovani ad un motto di ribellione per una società migliore), ripensavo alla sua biografia, alle figure mitiche del padre Franz, scrittore e critico di origine ebraica, traduttore in tedesco assieme a Walter Benjamin della Recherche di Marcel Proust, e soprattutto della madre, la pittrice Helen complessa e affascinante ispiratrice del romanzo autobiografico “Jules e Jim” di Henry-Pierre Roché (1953, in Italia pubblicato da Adelphi) e dell’omonimo film di Francois Truffaut (1962).

In questo contesto di biografie al femminile, segnate dall’emigrazione alla ricerca del senso di sé nell’arco dei primi, tumultuosi e terribili,” 50 anni del ‘900, è di particolare interesse il libro di Giulia Mafai dedicato alla madre Antonietta Raphaël. Giulia è la terza delle tre sorelle Mafai, dopo Miriam e Simona, figlie di Mario Mafai, tra i più grandi pittori del primo ‘900 italiano, e di Antonietta Raphaël, anch’essa pittrice e scultrice, fondatrice assieme al marito della “Scuola romana”, detta anche “Scuola di via Cavour”, l’appartamento-studio dei coniugi Mafai crocevia di tanti artisti del periodo.

Nata a Kovno, villaggio lituano nei pressi di Vilnius, dal rabbino Simon e da sua moglie Kaja Horowtiz il 25 luglio 1895, Antonietta è segnata dai tratti della diversità ebraica, “yiddsh-.mama” come la madre di Elias Canetti, di Stefan Zweig, di Isaac B. Singer, di Andy Wharol o Woody Allen. Dopo la morte di rabbi Simon, per sfuggire ai pogrom contro gli ebrei orientali scatenatisi nella Russia zarista del tempo, nel 1905 Kaja e Antonietta emigrano a Londra.

Nella capitale inglese, dove vivrà per circa vent’anni in una modesta casa dell’East End, la ragazza con il violino studia alla Royal Academy of Music e si diploma in pianoforte.
Irrequieta e ribelle, libera da ogni convenzione, femminista per natura, dopo la morte della madre lascia Londra e nel 1924 si reca a Parigi; dopo pochi mesi è a Roma dove incontrerà l’uomo della sua vita, il pittore Mario Mafai, a cui sarà legata con alterne vicende per tutta la vita. Da allora in poi in un continuo confronto/scontro in cui si intrecciano vicende artistiche, famigliari e politiche la Raphaël orienta la sua autonoma ricerca nel campo della pittura e soprattutto della scultura, in cui lascia una traccia originalissima e indelebile.

Giulia Mafai ne accompagna le vicende, ricostruisce il contesto storico in cui la madre si trovò ad agire, la vita col padre, con lei e le sorelle nella Roma imperiale e fascista, la fuga a Genova per sfuggire alle leggi razziali del ’38, la guerra e il ritorno a Roma, l’8 settembre ’43, l’antifascismo militante nella Roma città aperta, l’amicizia e la condivisione di progetti e speranze con la migliore intellighenzia del tempo (Guttuso, le sorelle Rodano, Maria Antonietta Macciocchi, Maurizio Ferrara, Marisa Musu, Citto Maselli, Trombadori, Forges Davanzati…), il dopoguerra, gli anni ’60 e ’70 con i successi nelle varie mostre in tante parti del mondo.

Può il ritratto vivo e affettuoso di una figlia rendere la complessità di una madre speciale quale fu Antonietta Raphaël? Al lettore la risposta poiché l’autrice, già dalle prime pagine del libro, mette le mani avanti…” Mia madre era una strega, ho sempre pensato che lo fosse, profumava di latte borotalco e arancio come una bimba, rimase fresca e rosea anche negli ultimi anni, ma sotto quell’aspetto di latte zucchero e miele nascondeva un’ armatura d’acciaio brunito degna di un guerriero vichingo. Misteriosa e affascinante, dura, inflessibile e al tempo stesso lontana e distante, invincibile”.

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