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26 Maggio 2024
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Una lapide, una storia

I vecchi cimiteri hanno un loro fascino. Sarà il silenzio, o la particolare dilatazione del tempo che suggeriscono, saranno i filari dei cipressi, le tombe più consunte adagiate sulla terra, le lapidi di pietra, le foto ingiallite, le api che in qualche vecchio loculo fanno l’alveare, a testimoniare come la vita e la natura fanno il loro corso, oltre noi e oltre la morte.

Più di quanto non si faccia in età giovanile, ci si ferma a salutare i propri defunti e gli altrui, a ripercorrere e riconoscere volti e storie conosciute di un passato più o meno lontano. Ogni paese ha la sua Spoon River, le sue storie, i suoi personaggi, sebbene oggi non si dorme più sulla terra ma in quelli scatoloni, i moderni loculi, che saranno certo pratici ma, diciamolo pure, brutti.  

All’ingresso del cimitero vecchio di Elmas, immediatamente oltre il cancello di entrata, sul lato sinistro addossate sul muro di una vecchia cappella, ci sono due lapidi, una dedicata ad Antonio Boy, e l’altra ai morti della terribile alluvione che colpì il paese il 26 ottobre del 1946. Mentre questo fatto luttuoso è molto conosciuto, perché impresso nella memoria collettiva, poco si sa di Antonio Angelo Boy, a cui è dedicata una lapide, probabilmente la più antica conservata nel cimitero. Si fa fatica a leggere la scritta incisa in latino, le cui lettere sono ormai abrase dal lavorio del tempo 

ANTONIO BOY

PATRITIO. SARDO. DOMO. ELMAS

MORTUO .IV. NON. SEPT. MDCCCXXVII (1827)

AETATIS.  SUAE. A .LXXII

ROSA. ET MARIA

FILIAE. MORENTES

PATRI. AMANTISSIMO

Veniamo dunque a sapere che era un patrizio sardo domiciliato a Elmas, deceduto nel 1827 all’età di 76 anni, essendo nato il 2 settembre 1751 e che la lapide fu posata dalle figlie Rosa e Maria probabilmente nel 1872, in ricordo del “molto amorevole” padre. Ai piedi della scritta il simbolo della morte (il teschio) con le due tibie incrociate. La parola latina “patritio” potrebbe significare che apparteneva ad una sorta di élite sarda contadina, non certo nobiltà di sangue, che era di pertinenza spagnola, oppure che era un patriota sardo, poiché nel diploma di cavalierato e nobiltà si legge “Ad Antonio Angelo che, col consiglio e con l’opera, aveva concorso a difendere l’indipendenza della Sardegna contro le aggressioni straniere, il re Vittorio Emanuele I, con i diplomi del 26 febbraio 1813, concesse i privilegi di cavalierato e di nobiltà, trasmissibili ai suoi figli e discendenti da maschi. Da quel momento sarà Don Antonio Boy”. Boy in seguito si tramuterà in Boi, e nello stemma di famiglia infatti ci saranno effigiati due buoi con al centro un albero di cocco, chiaro richiamo ai suoi genitori: Antioco Boi di Villamassargia e Antioca Cocco di Iglesias.   

Descrizione dello stemma della famiglia Boi: “D’azzurro, all’albero di cocco fruttifero, con due buoi nella pianura erbosa, fiorita, uno verso l’altro in atto di lottare con le corna, attraversanti sul tronco dell’albero, il tutto al naturale”

Don Antonio Angelo Boy,  ricco proprietario terriero originario di Villamassargia, aveva sposato, il 24 aprile 1778, Caterina Pintus, “agiatissima proprietaria di Elmas ”, come si legge nell’albero genealogico della famiglia. Nel suo “Elmas paese di Sardegna” Antonio Asunis conferma come la famiglia Pintus fosse “la famiglia con più alto reddito” del villaggio, che poi si sarebbe imparentata nel susseguirsi delle generazioni, attraverso accordi matrimoniali, con le famiglie più ricche di Elmas, con gli Asquer, con i Suella, con ramificazioni a Cagliari e in tutta la Sardegna. Caterina Pintus e Angelo Boi ebbero 15 figli.  Il 27 febbraio 1836 Catharina Bintura Clara Doloretta sposa il nobile Giuseppe Asquer dei Visconti di Fluminimaggiore. Le poche proprietà degli Asquer si sommarono ai molti possedimenti dei Pintus.

L’iter che portò il Boi ad avere il diploma può essere seguito dai documenti d’archivio. Dal 1771 erano stati istituiti i Consigli Comunitativi, introdotti nel quadro delle Riforme del governo sabaudo, ed embrione dei futuri consigli comunali. Anche Elmas, che nei documenti è citato a volte come Il Maso e come El Mas, come tutti i paesi del regno, ebbe il suo, anche se dei primi consigli non rimane documentazione fino al 1817, sebbene alcuni atti del consiglio precedenti siano presenti nell’Archivio di Stato di Cagliari.   

Dai verbali del Consiglio Comunitativo  del Maso degli anni 1812/13, riportati integralmente da Antonio Asunis nel suo “Elmas paese di Sardegna” (a proposito: quando questi documenti d’archivio, opportunamente catalogati e ordinati potranno essere messi a disposizione dei cittadini?) si ricostruisce il processo che portò all’attribuzione del diploma di Cavalierato e nobiltà di Antonio Boi.

Il Consiglio comunitativo si riunisce il 18 maggio 1812, su richiesta del ricco proprietario, che chiede un attestato in forma di  dichiarazione sui suoi “costumi, condotta e maniere di vivere”, a supporto dell’istanza che sarà inoltrata al Re per ottenere il titolo di cavaliere e nobile. Il pronunciamento del Consiglio mette in luce il potere economico della sua classe di appartenenza, dunque il suo potere di condizionamento, i suoi meriti a perorare la causa, e in tal modo si ha uno spaccato della storia locale, e non solo, di quel periodo.

Il Boi viene definito “principale”, e i prinzipales, in tutti i paesi della Sardegna, saranno quelli che, per la loro ricchezza in patrimonio terriero, sostituiranno la vecchia, inetta, e spesso assenteista, nobiltà spagnola. In sette punti si fanno gli elogi di Antonio Angelo Boi, che viene definito ”giusto, leale, zelante e caritatevole”. Egli è un filantropo, e, per quei tempi, onore al merito: il 1812 è l’anno della fame, la carestia imperversa in tutta l’isola, è “su fàmini de s’annu doxi”, i contadini sono allo stremo, e Boi “procurò somministrare grano di sua pertinenza, costituisce una panetteria, vende il grano a “meno di tre scudi lo starello”, così che molti contadini possano continuare a seminare, affitta a credito o a prezzi bassi i gioghi dei buoi…Alla fine del settimo punto si legge “venendo così ad essere in questo villaggio il Padre dei Poveri”.

Con lo stesso ordine del giorno, il 2 giugno, si riunisce il Consiglio Comunitativo di Villamassrgia, che esprime le stesse valutazioni.    

Nel diploma di concessione del titolo nobiliare da parte di Vittorio Emanuele I, e relativi privilegi si fa cenno al fatto che Antonio Boi “aveva concorso a difendere l’indipendenza della Sardegna contro le aggressioni straniere”. È un chiaro riferimento a quanto accadde in Sardegna tra il Gennaio e il febbraio 1793, quando la flotta francese al comando dell’ammiraglio Truguet tentò la conquista dell’isola. In particolare il 25 febbraio le truppe francesi, circa 6000 uomini, sbarcarono sul litorale di Quartu, protetti dall’artiglieria navale, ma furono respinti da miliziani locali guidati da Vincenzo Sulis, da Girolamo Pitzolo, dal marchese di Neoneli, dal visconte Asquer, oltre che da esponenti del clero. La conquista militare dell’isola, mascherata dal tentativo di esportare la rivoluzione francese, e la contraddizione tra occupazione militare e pseudo liberazione, furono alla base del fallimento dell’impresa.

Antonio Boi è un realista, un fedele suddito del Re e nella dichiarazione del Consiglio Comunitativo al punto quarto si legge “Al tempo dell’invasione dei Francesi in quest’isola e in questa Capitale diede alloggio e provvista nella sua casa medesima a circa 200 cavalli delle truppe di difesa del Regno somministrando orzo e paglia ai medesimi senza il minimo interesse né pagamento, oltre di essere stata gratuitamente aperta la sua casa ad un grande numero di famiglie e persone di carattere della Capitale che si rifugiarono presso di lui”.

Anche lui, come tanti prinzipales di Sardegna, temette l’insurrezione antifeudale di Giovanni Maria Angioy (1796) e al punto cinque della Dichiarazione consiliare si legge “Nell’epoca in cui questa Capitale temeva l’insurrezione del fu Don Gio Maria Anjoy con grossa moltitudine di ribelli, il detto Boi alloggiò in sua casa le truppe del reggimento servizio coi cannoni che si spedivan a Cagliari somministrando ugualmente per molto tempo orzo e paglia per i cavalli ed ogni aiuto in difesa della Corona e dello Stato”.

Ma ciò non basta per ottenere l’agognato diploma: occorre dimostrare, attraverso  testimonianze giurate, al Giudice della Reale Udienza che esaminerà ad ultimo l’istanza, di avere un tale patrimonio da poter pagare il dovuto al sovrano, onde rimpinguare le casse del regno, poter impiantare gelsi e ulivi, proteggerli con muri di recinzione, costruire ponti e parti di strade, secondo l’idea che instaurare la proprietà privata della terra avrebbe migliorato l’agricoltura sarda. Questi provvedimenti anticipano quando sarà organicamente deciso con l’Editto delle Chiudende del 1820.  

Tutti i testimoni, “persone di rilievo” del Maso, confermano che il Boi  è “senza contrasto alcuno” il più ricco del villaggio, elencando con precisione tutti i suoi beni, in terre, vigne, bestiame, case. Lo stesso affermano i testimoni di Villamassargia, dove egli ha ereditato il ricco patrimonio del padre Antioco. Alcuni testimoni affermano che un reddito come quello del Boi può essere paragonato solo a qualche feudatario.

Antonio Angelo Boi morì nel settembre del 1827, sette anni dopo l’Editto delle Chiudende.

Proprio a seguito dell’Editto, quando le chiusure, anche di terreni facenti parte de “su connuttu” cioè del patrimonio comune, quali abbeveratoi, passaggi di pascolo, mitzas o tratti di fiume, furono “fattas a s’afferra afferra”, si scatenò una lunga diatriba, durata più di dieci anni (1820-1831) tra suo figlio Salvatore, uno dei suoi eredi, e il Consiglio Comunitativo del Mas, Don Antonio assecondò il figlio: il “prinzipale” prevalse sul filantropo.

Tonino Sitzia

26 marzo 2023

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2 Commenti

  1. Grazie Sandra, ottima integrazione ad allargare e completare ruolo e funzione dei nostri “prinzipales”. Ciò consente anche di riflettere sul rapporto tra storia locale e storia generale: come fenomeni apparentemente più universali vanno ad impattare su fatti localistici (La Rivoluzione francese e le reazioni alle sue idee, le istanze autonomistiche di Gio Maria Angioy, come si collocarono i nuovi ricchi…). Una ulteriore precisazione: la via Boi, che anticamente era chiamata cammino di mezzo, è sicuramente riferita ad Antonio Angelo Francesco Giuseppe Boi, il fondatore della Cappellania (Atto di donazione 1841), il decimo figlio di Antonio, ma questa è un’altra, intricata, storia.

  2. Bene, adesso sappiamo chi era il titolare di “via Boi”. Un reazionario, uno di quelli che hanno impedito alla Sardegna di assaporare gli ideali illuministici e che poi hanno combattuto contro Giò Maria Angioy per conservare i loro privilegi. E non credo neanche che fosse un filantropo.
    A questo proposito, voglio riportare quanto ricostruito dallo storico Francesco Manconi sulla carestia del 1812. In quell’anno di estrema miseria, impresso nella memoria popolare come “su famini de s’annu doxi”, i contadini delle ville rurali del Campidano – scrive Manconi citando una fonte dell’epoca – “presero a pascersi a modo di bruti, d’erbe silvatiche, anche nocive alla salute”. Privati di pane e pasta, si indebolivano, si ammalavano e morivano a frotte. Inoltre, la mancanza di acqua potabile provocata dalla siccità dell’inverno precedente, aveva causato il diffondersi del vaiolo e una conseguente fortissima mortalità infantile.
    Gli abitanti delle ville “informata dalle ossa la pelle, lacere le vesti, a passi stentati e con gemiti e grida compassionevoli”, abbandonavano le campagne e si riversavano nella città, sperando di sopravvivere con le elemosine dei conventi e dei privati. A Cagliari infatti, i cittadini potevano contare sulle riserve di grano accumulate nei magazzini municipali che, grazie ad antichi privilegi, i contadini delle ville erano tenuti a conferire ad un prezzo politico. Per di più – riferisce Manconi – in quell’anno per far fronte all’emergenza, specifici provvedimenti governativi avevano disposto che tutto il grano proveniente dai mercati stranieri dovesse confluire in città, dove poteva essere venduto a un prezzo maggiore ma non poteva essere riesportato nelle ville. Paradossalmente, osserva Manconi, in quella circostanza gli abitanti delle ville ricevevano in carità ciò che in gran parte gli era stato precedentemente sottratto.
    Inoltre, poiché allora (solo allora?) i poveri erano associati agli oziosi, la gran massa di mendicanti provenienti dalle ville per cercare soccorso fu utilizzata dalle autorità cittadine per rifare selciati, ripulire le strade e le piazze, aprire e sistemare le vie di grande comunicazione. L’ “adeguato compenso” che veniva offerto non doveva essere tanto allettante se l’alternativa ai lavori – come riferisce Manconi – era quella di venire espulsi dalla città. Si può dire che per Cagliari quell’emergenza sociale divenne una straordinaria opportunità per rifarsi il volto a poco prezzo.
    Allo stesso modo, a mio avviso, il nostro illustre concittadino Antonio Boi, amorevole padre di Rosa e Maria, trasformò la fame dei contadini, nutriti in quanto braccia da lavoro per i suoi campi, come benemerenza per comprarsi l’agognato titolo nobiliare.

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