16 Ottobre 2021
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Da un’intervista e da un libro

Spunti di riflessione (attuali) su sanità pubblica (Edgar Morin) e sul Capitalismo di Emanuele Severino (di qualche anno fa)

Segnalo l’intervista del filosofo francese Edgar Morin a “La Lettura” supplemento culturale del “Corriere della sera”. Riprendo anche parti di una mia recensione, già apparsa in Equilibri anni fa, su “Capitalismo senza futuro” di Emanuele Severino. Dall’intervista di Edgar Morin “Fratelli del mondo” leggo: “Non c’è dubbio che la sanità debba essere pubblica e universale. In Europa, negli ultimi decenni, siamo stati vittime delle direttive neoliberiste che hanno insistito sulla riduzione dei servizi pubblici in generale. Programmare la gestione degli ospedali come se fossero aziende significa concepire i pazienti come merci da inserire in un ciclo produttivo…”
Nella società capitalistica – capitalismo, parola che si evita di usare e chi la pronuncia è guardato con sufficienza come un attardato d’altri tempi (al potere non piace mettersi in mostra, preferisce stare defilato, velato magari dietro paraventi di democrazia): più spesso si parla di neoliberismo, cosa nuova che avrebbe determinato una degenerazione dell’economia liberale sulla cui bontà non si discute; così come si parla di eccessi del capitalismo, o di capitalismo fuori controllo, senza regole…– con il capitalismo tutto è ridotto a merce, sia l’uomo che lavora sia l’essere umano che si ammala. C’è infatti un mercato del lavoro come c’è un mercato, un business della malattia.
Ecco – mi sembrano attuali – alcuni brani dal libro “Capitalismo senza futuro” del filosofo Emanuele Severino: “…contraddizione tra lo scopo del capitalismo (l’incremento indefinito del profitto) e quel carattere distruttivo, presente nella produzione capitalistica della ricchezza, per il quale questa forma di distruzione, distruggendo la Terra, è insieme autodistruzione del capitalismo”. Qui a mia volta osservo che non sarebbe il caso di attendere le dinamiche di ‘autodistruzione’ del capitalismo, ma agire (è una necessità) – la questione è, così impotenti come siamo, in che modo, con chi, con quali mezzi, con quali forze. Questione davvero ardua, inestricabile forse, oggi – mi ritornano in mente le parole del poeta: “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Ancora E. Severino: “Poiché le norme giuridiche di una società sono il risultato del conflitto tra le forze sociali per il controllo del potere, nelle società dove il capitalismo è la forza che attualmente prevale sulle altre […] – e dunque, innanzitutto, nelle democrazie parlamentari del mondo occidentale – il diritto esprime soprattutto la volontà capitalistica di controllare la società, sia pure temperata dalle norme con cui le altre forze (ad esempio di ispirazione cristiana o democratica) tentano di limitare il suo intento di porre il profitto privato come scopo dell’intera società. Soprattutto nel mondo occidentale il diritto contiene le norme che, appunto, promuovono e tutelano la configurazione capitalistica dell’economia e della società”.
Interessanti anche le considerazioni che E. Severino svolge su il fine e il mezzo: con il mezzo, con lo strumento si persegue lo scopo, un fine. Lo strumento usato (come tutti gli strumenti) si logora, si indebolisce; più lo scopo si serve del mezzo, più il mezzo deperisce nel tempo. Venendo meno lo strumento (che lavora per il fine) anche lo scopo si allontana. Può succedere allora che avvenga una inversione: il mezzo diventa lo scopo, il fine.
Porto un esempio di quanto sopra affermato. Premetto che il sistema sanitario italiano, pur con tutti i suoi limiti strutturali, di gestione pratica e con il suo divario tra il Nord e il Mezzogiorno del Paese, si mantiene – a parte il tiket, una sorta di tassa aggiuntiva – pubblico e gratuito. Quando in Italia nel 1978 ci fu la riforma sanitaria che istituì le Unità sanitarie locali (USL) – poi (1992 autonome e in capo alle regioni) chiamate Aziende sanitarie locali (ASL) – lo scopo era la sanità, la salute e la cura delle persone. I partiti che fecero la riforma poi occuparono le Usl che divennero lo scopo, il fine; per cui la salute divenne da scopo mezzo e lo scopo divenne il potere da esercitare dentro le strutture sanitarie. Anche il Partito comunista allora privilegiò il potere e considerò la salute come mezzo sottomesso al potere. Il PCI considerò, dunque, il partito come scopo, facendo decadere da scopo la salute, il benessere della collettività. Il PCI fu preso dal timore di restare tagliato fuori dalla sciagurata spartizione delle cariche politiche dentro le strutture sanitarie. E partecipò, in proporzione della sua forza, alla spartizione pensando così di diventare più forte mentre perdeva di vista l’essere strumento per un fine. Anche l’aver chiamato aziende quelle strutture sanitarie non è indifferente o innocuo (fu il segno, comunque, del prevalere d’una cultura ancora minoritaria agli inizi degli anni 70): azienda infatti è termine mercantile tipico di società dove lo scopo primario è il profitto in continua espansione e tutto il resto è in subordine. In questa situazione poi si è inserito il potere distorcente dei partiti politici.

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2 Commenti

  1. Sì è come tu dici Marina. Porto a questa sorta di confronto, di scambio ancora domande: chi controlla le nuove tecnologie? Chi tira i fili di questa rete mondiale che non appare, ma che si svela nelle conseguenze materiali che la sua stessa esistenza determina?
    Forse bisognerà aggiornare i termini; forse la parola capitalismo non è più corrispondente a ciò che esso (trasformandosi e adattandosi) è divenuto per la sua stessa azione. comunque sia si tratta di un sistema economico-sociale (un modo specifico di produzione), ma che è andato vieppiù divenendo finanziario. Bisogna ricordare che la ricchezza nasce dal lavoro. E che bisogna guardare alla qualità della ricchezza – che non venga da produzioni insostenibili e che sia democraticamente ben distribuita.
    Le domande cruciali che si poneva Enrico Berlinguer: che cosa produrre (le compatibilità ambientali); come e dove produrre (la salute dei lavoratori e dei cittadini di una determinata area produttiva); per chi produrre (benessere diffuso).
    Era l’idea-forza della austerità intesa come una più efficiente riorganizzazione della società, della vita, dei rapporti tra le persone e con la natura. In sintesi consumare e produrre in modo nuovo, diverso.

  2. I due temi che Gabriele sottopone alla nostra attenzione, sono temi importanti, attuali e interconnessi tra loro. Mi stuzzicano e mi spingono a fare qualche ulteriore considerazione.
    Da decenni, purtroppo, il diritto alla salute è stato lasciato alle spietate logiche del mercato. La politica neoliberista (che non appartiene soltanto ai partiti di destra) ha sempre decantato le virtù del privato convincendoci che lo Stato deve essere gestito come un’azienda qualsiasi. Ma lo Stato non è un’azienda, è un insieme di cittadini e non di dipendenti. In nome poi dell’austerità, disegno politico-economico ben preciso, attraverso la spending review (tagli alla spesa) si è completato lo sfascio della sanità pubblica giustificando così l’ingresso massiccio dei privati. Noi cittadini siamo rimasti indifferenti, non abbiamo protestato e lo smantellamento è avvenuto sotto i nostri occhi.
    Mi auguro che questa pandemia, che ha messo in luce la fragilità della nostra sanità, spinga tutta la nostra classe politica a rivedere profondamente il nostro sistema sanitario ( era pubblico, solidale e universale) evitando che tanto denaro pubblico finisca nelle tasche dei privati.
    La tecnologia ha molto aiutato il capitalismo ma lo ha anche modificato. Internet, Web, smart working, tanto per citare qualche esempio, hanno sconvolto e ridefinito le comunicazioni, le relazioni, il lavoro, gli acquisti. La speranza è che le nuove tecnologie possano riuscire a garantire ricchezza e benessere diffusi e che siano sostenibili per il nostro pianeta, già abbastanza depauperato.

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