9 Maggio 2021
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Esercizio n° 1 (Nota) Certus

La porta del bar era piccola e angusta, bisognava scostare i filamenti di plastica colorati che proteggevano l’entrata a mo’ di zanzariera, e qualche monello di passaggio più di una volta li faceva tintinnare festosamente.
Varcata la soglia il piccolo locale era una bolla d’aria fumosa e umida, un acre odore di caffè, anice, di fil’e ferru e spuma impregnava l’atmosfera, il chiacchiericcio degli avventori creava un sottofondo indistinto di voci, qualcuno faceva sentire il suo o goppai andat beni? O s’amigu e ita buffas? E lo squillare scoppiettante del flipper, accompagnato dai colpi di ginocchio del giocatore si univa alla sinfonia. Un lungo e buio corridoio portava alla sala biliardo, dove i fanatici della goriziana disegnavano le loro traiettorie con le lunghe stecche a inseguire le magiche biglie bianche gialle e rosse, e si concentravano ad ogni colpo con la birra in mano e la sigaretta.
Incredibilmente nel bar c’era posto anche per dei tavolini dove gruppi di persone bevevano e discutevano. L’unica presenza femminile, in quel luogo rigorosamente maschile, era la ragazza di là dal banco, era bella e sveglia, pronta a rintuzzare i pesanti ammiccamenti che qualcuno le rivolgeva e che lei liquidava con un esplicito e risolutivo bai a di croccai ca ses imbriàgu, a volte spalleggiata da qualcuno che aggiungeva fai a bonu e lassa traballài sa pippìa…
Quel giorno era speciale, 22 giugno 1970, lunedì, come lo era stata la domenica, 21 giugno, quando allo stadio Azteca di Città del Messico si era giocata la finale della Coppa del mondo di calcio, e il Brasile si era portato a casa la favolosa coppa Rimet, quella che spetta a chi ha vinto i mondiali per tre volte.
Le discussioni erano tutte sulla partita del giorno precedente, nei capannelli dei diversi tavolini, uno dei quali in particolare si distingueva dagli altri per la singolarità dei personaggi, quattro, seduti, impegnati in uno scopone scientifico per cui si scambiavano occhiate e movenze in un imperscrutabile codice, attentissimi alle carte e alla discussione, uno in piedi, che tutti chiamavano “su professori”, un altro seduto a fianco di uno dei giocatori, bonariamente noto come “mali pigàu”, un altro, anch’egli seduto, sciovinista tifoso brasiliano, ex calciatore fallito che vestiva una maglia verde oro numero 10, e che tutti chiamavano “su dribbladori de sa bidda”, un altro ancora, in piedi, sosteneva a voce alta che GiggiRRiva in quella partita non era mai stato innescato…
-Mali pigàu vuoi ricordarci le formazioni, tu che hai una memoria di ferro? – attaccò uno dei giocatori…
– Brasile: Félix, Carlos Alberto, Piazza, Brito, Everaldo, Clodoaldo, Gerson, Rivelino, Jairzinho, Tostao, Pelé; Italia: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Cera, Rosato, Bertini, Mazzola, De Sisti, Domenghini, Boninsegna, Riva.
– Bravu ti sei guadagnato una birra! – uno dei giocatori ordinò da bere per mali pigàu, ma era una scusa per vedere sa pippìa tutta intera e non solo a mezzo busto da dietro il banco…
– Come vedi il Brasile ha giocato con un uomo in più, Carlos e Alberto…aicci bincit su burriccu puru …
– A me non mi prendi per il culo, lo so che Carlos e Alberto sono la stessa cosa, la stessa persona…non seu aicci mali pigàu…
– Il fatto è che il Brasile – aggiunse su dribbladori de sa bidda – ha davvero un uomo in più, Pelè, su Rei, la perla nera…anzi ne vale quattro…berus mali pigàu?
– Si, infatti il suo nome vero era Edson Arantes do Nascimento
Mali pigàu ne sapeva davvero di calcio e si arrabattava a difendere la nazionale italiana, a suo dire drommìa e fadiàda dalla storica partita con la Germania
-C’è del vero in quello che dice l’amico – intervenne su professori con aria sentenziosa – la nazionale era veramente stremata…ma forse c’è dell’altro…
– A mei mi faidi incazzai su professori… non è che uno che parla come un libro stampato tenit arrexoni po forza… ita stremmata e stremmata…è Valcareggi chi s’est drommìu, hat cunfindiu is numerus…
– Certu ha messo il numero 2, Burnich, a marcai a Rivelino che c’aveva l’11 e faceva il centrocampista, e Bertini cun su numeru 4 a marcai a Pelè che era una punta…candu s’est accattàu de sa cazzada, Burnich che si era appena spostato su Pelè e fiat pighendi is misuras, non est arrennèsciu a sartai in cielu po bloccai a Pelè. Uno a zero e ciao…
– Ma kalli ciao…eravamo ancora in partita e Bonimba infatti aveva anche pareggiato…ma se manca l’innesco per GiggiRRiva non c’è niente da fare – riprese il tipo in piedi – e Rivera perché non l’ha messo?
– Mi ses pighendi a cu cun cussu innesco…la ca non est un’ allummiu…. – ribattè uno dei giocatori che approfittò per fare degli strani movimenti con le ciglia degli occhi al compagno di scopone…
– Il fatto è che in queste partite gioca anche il fattore psicologico, i messicani, che erano presenti in massa all’Azteca, facevano il tifo per il Brasile…non dimenticate che l’Italia aveva eliminato i padroni di casa con un sonoro 4 – 1 nei quarti di finale e ora volevano farcela pagare –
– O su professori is messicanus fiant ciuccus de tequila, lasci perdere la psicologia…il Brasile era una squadra di fuoriclasse, cussu Carlos Alberto pariant diaderus dus, curriat cumenti una locomotiva nella fascia destra, cussu Rivelino, unu pei scetti, su sinistru, ma cuàda su palloni, atru che tui…
Su dribbladori de sa bidda, punto nel vivo, si lamentava della sfortuna…- La ca deu seu ambidestro, giogàmmu con tutti e due i piedi, nel calcio, come nella vita, ci vuole fortuna…berus su professori? Si deu femu nasciu in Brasile mancai emmu giogàu cun Rivelino…
-Segundu mei potevi giocare con Tostao, poita tui fiast conca dura, volevi un pallone per conto tuo…guarda che il calcio è un gioco di squadra, non serbinti is giogheris…
– Lo dici te che is giogheris non servono, ello i nostri giocatori che sono sempre accappiàus e pronti a fare i compiti, a seguire la tattica…ma lassa giogài…
– Tenit arrexoni –intervenne il tipo dell’innesco- ma vi ricordate Garrincha, quello sciadau morto povero e alcolizzato? L’ala destra più grande della storia? Quello con le gambe impossibili per giocare a pallone? I brasiliani andavano allo stadio per vedere i suoi dribbling e le sue finte, mica per vedere i gol…
– Ma cosa c’entra Tostao con conca tostada? Lo sapete cosa significa in brasiliano?
– Aspetta ca pigu appuntus…vada avanti o su professori…
– Tostao era un fuoriclasse già dall’età di sette anni, e poiché era piccolino e fragile quando giocava nella squadra del suo quartiere con ragazzi molto più grandi di lui, gli diedero il soprannome, su lomingiu, di tostao, che significa piccola moneta…era molto intelligente in campo e fuori, tanto che finita la carriera di calciatore si è perfino laureato in medicina…
– Sa beridadi – riprese mali pigàu – è che i brasiliani si spassiano quando giocano, gioghendi a palloni si ndi scarescinti de essi poburus, giocano scalzi, scurzus, nelle strade, con la polvere e su ludu, nelle spiagge, e candu diventano famosi mica si dimenticano di divertirsi…
Sembravano parole insulse e al vento, buttate lì nell’atmosfera umida e fumosa di un bar di paese, eppure tutti si fecero silenziosi…forse perchè anch’essi, da tempo, avevano smesso di divertirsi, e su professori, che voleva dire come il calcio può anche essere la poesia di un popolo, si lasciò prendere dai sui pensieri perché in fondo mali pigàu aveva detto le cose più giuste… e tanto bastava.

Nota
Nel libro “Il mestiere di scrivere” (Einaudi Tascabili Stile Libero, 1997) di Raymond Carver, William L. Stull, che assieme a Riccardo Duranti ha curato l’opera, suggerisce 50 esercizi di scrittura, tratti da esempi di racconti di Carver. Cercherò di svolgerne tre. Il primo recita: “nei racconti di Carver, punti di vista opposti spesso portano ad accesi scambi di parole. Provate a scrivere un racconto in cui due persone litigano”
Nello sviluppo del racconto “Certus” (Litigi) il litigio prende la piega di una discussione da bar tra più persone…Carver, nel sostenere che c’è molto artigianato nella scrittura, era convinto che non si può insegnare a scrivere ma che si può imparare a scrivere…,con l’esercizio appunto, e ricordava una poesia trovata in una lettera di Renoir “Indifferenza a tutto tranne che alla tela/ La capacità di lavorare come una locomotiva/ Una volontà di ferro”. Neanche Carver seguiva quegli imperativi (e forse neanche Renoir…)…tuttavia si può provare.

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