Free Porn
30 Maggio 2024
No menu items!
HomePrimo PianoDi luoghi, di passi, di gente

Di luoghi, di passi, di gente

L’impiegato accompagnò Alias nell’ufficio del dottor Lucano Laoris. Il funzionario stava seduto alla scrivania: un tavolo con qualche cartella, fogli, penne, libri, un computer acceso. Scriveva qualcosa su un quaderno, a fianco un libro aperto. Sollevata la testa, salutò.

“Bene” –  disse – “vengo direttamente al punto. Cerchiamo un collaboratore particolare che abbia spiccate capacità di scrittura e di sintesi. Dovrebbe saper raccontare l’anima aliante e sfuggente, quell’indefinito che esala da certi luoghi. È nostro intento rivolgerci a rari turisti (se esistono) e suggerire di visitare quelle realtà che sono state raccontate con l’immaginazione. Si tratta di scrivere una sorta di schede snelle e luminose, essenziali e pulsanti di immagini. Le città, i villaggi, le contrade raccontate, non è detto che debbano essere famose, rinomate. Né solo della nostra isola, ma anche di altre regioni di là dal mare. Per nulla, però, come si dice panorami da cartolina, proprio no. Certi posti, a volte, possono anche essere morsi da malinconia e suscitare quell’attrazione data da un seducente desolìo, quando soffia il maestrale nella luce pomeridiana; o in certi spiazzi polverosi ai margini della città. Inoltre: evitare divagazioni ridondanti; e per gli aggettivi, un uso accorto. Attenzione e misura, dunque”.

La sua voce era calma e profonda. Alias aveva pensato che, in un convegno o in una assemblea, il dottor Laoris avrebbe suscitato quel silenzio dell’attesa e l’attenzione di coloro che si preparano all’ascolto. È probabile che il dottor Laoris fosse il capo area di una ripartizione turistico-sperimentale alquanto insolita. Alias non sapeva dire se si trattasse di un ente, né ricordava la sua denominazione o sigla. Forse si trattava di una fondazione tra pubblico e privato o qualcosa di simile. Non era a conoscenza se specificamente regionale o articolazione decentrata dello Stato. Il viso del dottor Laoris era magro e intenso, il suo fisico asciutto. Gli occhi luminosi di quella luce mediterranea che si espande oltre il colore, non facile così da determinare. Le mani, accompagnando le parole, si muovevano espressive.

Dopo una breve pausa meditativa, riprese: “I modi di dire ormai logori, le parole abusate e stanche, sono sempre in agguato. Tentano di insinuarsi meccanicamente ad ogni nostra distrazione. Nessuna sciatteria, quindi. Intendo ribadire che non si tratta di aride schede, ma di una sorta di quadretti che potremmo anche definire distillati. Sarebbe anche auspicabile contenere la quantità, il volume di ciò che si scrive, compensando con la densità. Mi intende? ” Infine aggiunse: “Ci dovrà portare un testo che sarà oggetto di valutazione”. Alias si congedò, meditando sulle cose che erano state dette.

Cominciava dopo l’inverno la buona stagione. Tra i viali delle jacarande soffiava un vento leggero. E nuvole bianche passavano, nei riquadri di cielo, agli incroci. Alias camminava, considerando questa città, con i suoi giardini pensili, che guarda dai terrapieni le lagune, le saline e  più in là le colline. E il porto, il mare, il mare fino all’orizzonte. C’era la luce che conosce chi abita la città, quella luce che si diffonde dal cielo stupefatta e insondabile. Era il tempo in cui tra maggio e giugno il vento, messaggero dell’estate, risaliva le strade strette di Castello portandovi sentori di mare.

Dopo qualche giorno Alias tornò alla sede dell’ente-fondazione. Il dottor Laoris stava chino alla scrivania, intento su certe carte. “Salve” – rispose al saluto – “si accomodi”. Portava i capelli corti, ma non tanto da poter fare a meno del pettine. Indossava una giacca grigio chiaro di buon taglio (non come oggi se ne vedono in giro, cadenti sgraziate, con le spalle a siluro). Al collo una cravatta rosso amaranto su una camicia lilla tenue. Alias consegnò lo scritto consistente in due quadretti di poche righe e una altrettanto breve nota a commento.

Il dottor Laoris era rimasto immobile durante la lettura. Restò poi ancora un poco in silenzio, quindi: “Ho letto con attenzione, riga per riga; il risultato è buono, dunque riceverà l’incarico. Concorderemo un tempo ragionevole entro il quale ci consegnerà il lavoro. Riceverà tramite e-mail un file contenente in allegato tutti i termini del contratto; nonché i dettagli riguardanti sia le questioni legali, sia quelle circa la quantità di pagine e l’articolazione del testo. Troverà anche una scheda di adesione che, in caso di accettazione, dovrà rispedire via e-mail. Fra qualche giorno ci faccia sapere”. Sorrise, gli tese la mano augurandogli buon lavoro e  lo accompagnò alla porta.

Alias si mise all’opera già dal giorno dopo l’incontro definitivo con il dottor Laoris. Consultò carte, mappe, guide, vecchi appunti conservati. Riandò a ricordi emersi da lontano e ricchi di immagini. Avrebbe disposto i quadretti senza seguire un criterio o un ordine scelto.

***

Sardegna – Tra Marmilla e Trexenta.

Aveva trascorso una giornata piena di sole tra le colline ondulate. Ascoltato, fra il cielo e le stoppie pallide, il trillo breve e luminoso delle allodole in volo. Poi arrivò la notte in quelle terre silenziose. Imboccata una strada di penetrazione agraria, poi svoltato in un’altra, e in un’altra ancora: si era perso. Fermata la macchina per riordinare i pensieri sul da farsi, così gli erano apparsi i villaggi lontani: grappoli sospesi di lampadine ammiccanti. Da dove veniva ora quel vento scialbo e dove, incespicando, andava nel buio? Ecco, anche la luna, ma come un frutto sfatto, menomata e stanca. Sapeva però che l’avrebbe  rivista, luminosa come sa farsi, la luna.

Roma – Villa Giulia.

Meravigliosa villa rinascimentale, dove si alternano spazi interni ed esterni. In successione tre cortili e una elegante loggia che li armonizza. Villa ricca di decorazioni, di fontane e freschi giardini. Ma soprattutto è la sede del Museo etrusco di Villa Giulia ricchissimo di reperti. Tra le statue in terracotta policroma il Sarcofago degli Sposi, opera splendida ed enigmatica. Vi sarà capitato di vedere il sorriso lieve, appena accennato, di chi dormendo (forse) fa sogni belli. Ecco, aveva pensato che nel sarcofago etrusco gli sposi  riposavano da millenni  in un sonno beato.  E guardando nelle teche le ricche e varie collezioni di bronzetti, si era immaginato alle radure sentinelle etrusche su corsieri snelli vigilare attorno ai tumuli.

Sardegna – Capo Spartivento.

Eravamo i vagabondi delle estati. Ciascuno, chi più chi meno, con la sua solitudine.  Con i primi venti del levante sul fico dell’orto lasciavamo le case guardando le nuvole bianche. Al mare, al mare! Ci sorprendevano i tramonti, tra uccelli e spiagge stanche, nel silenzio delle orme. Ai piedi delle dune dei ginepri, con il sole basso, l’arenile era quasi deserto. Alla luce radente rimaneva un esteso calpestio: ogni orma aveva la sua piccola ombra. E un’orma è il ricordo che il passo lascia di sé. Testimonia un cammino (lungo o breve che sia) o un aggirarsi senza meta; un susseguirsi di passi: e ogni passo, mentre avanza, subito non è più, dilegua. Solo l’impronta resta a ricordo del suo passato. Nella quiete, allora, si sentiva l’onda lunga sulla battigia; si sentiva di nuovo il respiro del mare.

Assisi

La clarissa parlava mormorando – una preghiera? – di  fronte ad una cappelletta con lumini, sotto il portico di una strada stretta. Assisi ancor più tranquilla in quell’ora del mattino. Parlava basso, non coglievo le parole, ma solo l’intonazione interrogativa: domande insistite con inflessione di rimprovero. Che fosse andata fuori di testa, benché ancora giovane, la monaca? Poi vidi una gatta che si stiracchiava ai piedi dell’edicola. Rimbrottava la Vergine o la gatta (e per che cosa) la consorella di Santa Chiara? Passai oltre e girovagai per Assisi, curioso della gente e dei luoghi. Attento alle piccole cose  nel paese di Santo Francesco.

 

Siena.

Piazza del Campo dove si trova il Palazzo Pubblico in stile gotico e la Torre del Mangia, del XIV secolo, alta, slanciata. Dentro si ammira l’affresco imponente, opera di Simone Martini, raffigurante Guidoriccio da Fogliano: il capitano, altero e solitario, cavalca una landa desertica tra due castelli conquistati. L’ocra pallido del terreno, e nei castelli quasi trasparente, fa da contrasto con un cielo color indaco. E gli steccati irti di lance assecondano la linea ondulata dell’orizzonte. Ma la sintesi del vagabondare in questa città è un luogo di muraglie antiche, dove la patina dei secoli racconta che lì hanno corso venti, sogni, storia e storie. E permane la scia di una solitudine remota. Alla fine di via Vallerozzi nei pressi di Porta Ovile, oltre la quale posa una campagna di colline distese (azzurre quelle più lontane) una sera a Siena. Siena stupenda di cotti rossi, di terre ocra e d’acque fredde e terse. Come la Fonte Branda dove nuotano pesci lenti.

Sardegna – Marmilla.

Un paesaggio tutto collinette, di villaggi sparsi e case, oltre piccoli cortili, con il limone e l’alberetto del cotogno. Viaggiatore in transito che sosti in un bar d’uno di questi paesi: del paesaggio vagato dal silenzio e da parvenze stranite potrai coglierne una sintesi nel volto dell’avventore, chino sulla nuvoletta d’anice e gassosa imprigionata nel suo bicchiere. Come sulle terre di Marmilla, mai viste così le stelle belle.

Roma – Appia Antica.

C’è diffusa una luce chiara e il vento leggero tra gli alberi. Qui sull’Appia Antica il complesso delle  catacombe di San Callisto, dove riposano i martiri San Ponziano e San Fabiano, con Sant’ Anterote, San Lucio e Sant’ Eutichiano. Luogo d’una malinconia struggente tutt’attorno con le rovine sparse. Malinconia mai scontata, classica come quelle vestigia, nella calma pomeridiana, più antiche dei primi santi. Da un tetto volano colombe, nella luce del cielo terso, verso la campagna e i ruderi. Giù nei cunicoli le colombe, incise sulla pietra, tremolano inquiete alla luce delle torce.

Sardegna – Costa orientale.

In un’ora della sera quando la sabbia del litorale si era fatta  più pallida e il vento marino muoveva gigli bianchi, arrivai ad una torre che allungava la sua ombra. Di questo vagabondare (ricordo emerso dal tempo) trovai un appunto in un vecchio taccuino. Due versi rimasti isolati (un poco grezzi nel ritmo, con metrica traballante) che non hanno trovato la loro poesia: una torre in faccia al mare rauco/ là dove è desolato il grido del gabbiano. Ma la poesia, difficile che si lasci ingannare: non basta uno spunto, una facile emozione.

Pisa – Piazza dei Miracoli.

Una folla variopinta e tumultuante si accalca e si agita a mezzogiorno nel Campo dei Miracoli. L’Africa e l’Asia sono qui. C’è chi vende camminando (la mercanzia in spalla) e chi fermo a terra, o dai chioschi. Il prato è un vasto suk. La calca e il vociare non danno tregua: una ti trascina, l’altro ti stordisce. Parte della folla è la torma dei turisti nord-atlantici (delle due sponde) di pelle pallida come di pesce bollito. Folla grande sotto la canicola di luglio. Riusciranno mai queste perdute genti a raggiungere la via di fuga? Pesanti e immoti stanno il Duomo e il Battistero, discosta la Torre  famosa che pende. Ma nel prato si compirà un miracolo, uno solo: quando, a notte fonda, tutto è deserto sotto la Via Lattea e le altre stelle, ecco la Piazza come per incanto è sbalzata nel cielo di un oriente sognato.

Cagliari – Colle di Tuvixeddu.

Viaggiatore che approdi all’isola dei Sardi, qui nell’antica Karalis di pietra bianca, prima d’ogni altra cosa, visita la necropoli fenicio-punica. Visitala quando il sole comincia a scendere verso gli stagni di Santa Gilla (l’antica Igia). E l’ombra delle cavità meglio si alterna con la luce. Dall’altura del sito potrai anche indugiare a guardare la distesa lagunare, più in là il mare largo, e navi che arrivano e navi che partono. Visita la necropoli con la luce di quell’ora (e le sue ombre) che obliqua sbalza da quelle pietre le rugosità e i segni antichi; coglie di traverso il timido geco; si china su fiorellini azzurri; e accarezza con i toni dell’oro la grande parete di calcare con i cespi dei capperi, qui e là abbarbicati, che delimita il sito a nord. La grande necropoli che si affaccia sul Mediterraneo: visitala in tutte le stagioni, ma propendi per l’autunno e la primavera.

Laguna di Venezia – Torcello.

Da una guida con carte e piante il viaggiatore apprende che tra barene e paludi c’è l’approdo per Torcello. Una campagna ricca d’orti, di giardini, di vigneti e presso i canali canneti e verdi tamerici. Centro urbano, Torcello, cresciuto tra il V e il X secolo, via via abbandonato per impaludamento inarrestabile. È rimasto solo il centro monumentale attorno ad uno spiazzo erboso: la piazza di una città che non c’è più, dove sta la sedia di Attila (strano sedile di pietra grezza, rimasto lì). Chi volesse saperne di più della cattedrale con i marmi preziosi, i mosaici straordinari; del museo e d’altri palazzi attorno, potrà per suo conto provvedere con guide e libri nelle biblioteche. Ecco venire sul prato due bambine con passo lieve. Chi sono? Com’è che sono qui? Da dove? Appaiono come la visione di un altrove. Una originaria dell’Africa (nubiana, etiope?): il viso e i capelli neri splendono al sole. L’altra bionda, del grande nord, occhi color glicine le illuminano il viso. I loro passi hanno l’incanto della grazia. Poi sedute vicine, parlano tra loro con voci chiare e sommesse sfiorandosi le mani. Mi allontano in silenzio senza voltarmi: non voglio mandare in frantumi quel momento fatato.

Cagliari – Il porto.

Ecco, la nave si muove, comincia a staccarsi dal molo. Sul ponte salutano a voce, salutano con le mani. Allo stesso modo, anche gli altri giù nel molo a voce e con le mani rispondono. Piccoli gruppi ancora indugiano, guardando l’acqua, mentre fa sera e il distacco stringe il cuore. Andate, andate e fate che troppo non vi gravi l’assenza;  attenti che non vi prenda la tristizia. Ma vi accompagnino sempre la luce e il vento di questa terra. La nave ora è fuori dal porto. Nel molo è rimasto solo il vento, solo il grido dei gabbiani. Qualcuno, avvolto di pensieri, se ne torna a casa da solo. Dalla nave si guarda alla città alta (un castello tutto di luce come nelle favole) accesa dal sole nella curva del tramonto. Mille e mille vetri riluccicano, sembra un incendio. C’è chi guarda stupefatto la città che si allontana. Città fattasi tutta d’oro per il commiato.                                                              

***

È tempo di saluti, giunto al termine di questo vagare frammentato e percorso a balzelloni. Per congedarmi due righe, scritte in un foglietto, dimenticate e  ritrovate in un cassetto: I galli di quelle terre cantarono tutta la notte, a tratti risposero i cani delle paludi. La gente, che abitava quelle contrade, dormì sognando lunghi viaggi e paesi stupendi.

Articoli correlati

3 Commenti

  1. Dalle note di Marina e Tonino vengono belle parole di apprezzamento. Anche di riscontro per me (perché il dubbio sempre si insinua): dunque il racconto regge. Tonino rileva anche un tratto “kafkiano, ma che non ha niente di angoscioso, inquieto, o assurdo”. Non ci avevo pensato. Sia Marina che Tonino dicono che ci sia un “saper vedere luoghi, passi, gente” (Tonino). “Quadretti distillati che ci stimolano a guardare con occhi più attenti e più empatici” (Marina).
    Il racconto ha partecipato alla VII edizione 2023 del premio letterario Giulio Angioni per la narrativa inedita. Non è stato selezionato.

  2. Quella di Gabriele è una lunga e bella poesia in forma di racconto, vale a dire che il raccontare utilizza spesso il linguaggio poetico. Lo si capisce dalle consegne che vengono date ad Alias, da un ufficio un po’ kafkiano, ma che non ha niente di angoscioso, inquieto, o assurdo, e invece, poiché “Dovrebbe saper raccontare l’anima aliante e sfuggente, quell’indefinito che esala da certi luoghi”, è un qualcosa di importante e piacevole, seppure venato di malinconia: saper vedere luoghi, passi, gente.
    I luoghi elencati hanno un nome e cognome, ma anche un che di indefinito, lontano, poiché filtrati dal ricordo, evocano atmosfere, e persone che li hanno animati nei secoli, dunque hanno una loro magia. Per questo sono suggeriti alla visita di un turista non frettoloso e distratto.

  3. Sembra di vederli ” i villaggi lontani come grappoli sospesi di lampadine ammiccanti e i piccoli cortili con il limone o l’alberetto di cotogno, l’impronta che resta a ricordo del suo passato e la Piazza dei Miracoli sbalzata nel cielo di un oriente sognato”.
    Bellissimi, luminosi e struggenti questi “quadretti distillati” che ci stimolano a guardare i luoghi con occhi più attenti e più empatici.

Rispondi

Please enter your comment!
Scrivi il tuo nome e cognome

TAG

I più letti