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23 Giugno 2024
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Wendy Brown “Il Disfacimento del demos. La rivoluzione silenziosa del neoliberismo (Luiss University Press, Roma 2023)

L’etimologia greca demos/kratia, governo del popolo, è da sempre fonte di dispute teoriche e ambiguità di senso, fin dalle origini, perché “Chi era il popolo dell’antica Atene? I possidenti? I poveri? Quelli che non erano censiti? Le masse? Persino ad Atene era un punto dibattuto, ed è per questo che per Platone la democrazia è vicina all’anarchia, mentre per Aristotele è il governo dei poveri” (pag. 24). Se tali sono state, e ancora oggi lo sono, le dispute sulla democrazia, e su quale sistema è più consono ad avvicinare il popolo al governo, il sistema liberale, la socialdemocrazia, il socialismo, il comunismo, il totalitarismo, il fascismo, i sistemi plutocratici o corporativi, ci troviamo oggi, secondo l’analisi della Brown, ad un punto cruciale della contemporaneità: il neoliberismo sta “disfacendo” la democrazia, ed è talmente pervasivo da essersi ormai fatto “sistema”, avere cioè invaso tutte le sfere della nostra vita individuale e collettiva. “Il neoliberismo è una caratteristica modalità della ragione, della produzione di soggetti, una ‘condotta della condotta’ e uno schema di valutazione” (p. 24). In sostanza il neoliberismo non è solo, o non è solo diventato, a tutte le latitudini, una pratica dell’economia, ma “Un ordine normativo della ragione che […] assume la forma di una razionalità di governo che estende una formulazione specifica di valori, pratiche e misurazioni economiche a tutte le dimensioni della vita umana” (p. 32). 

È questo il ragionamento centrale del libro di Wendy Brown, professoressa di Scienze politiche a Berkeley, già autrice di “Stati murati, sovranità in declino”(Laterza), nota per le sue battaglie per l’istruzione pubblica negli USA e nel mondo, schierata con il movimento Occupy Wall Street contro le degenerazioni del sistema della finanza mondiale, studiosa di Marx e di Foucault. L’osservatorio privilegiato dell’analisi è quello degli Stati Uniti, che hanno imposto il modello a livello mondiale, più di una volta con la forza (vedi il Cile di Augusto Pinochet ai danni di Salvador Allende), ma fornisce chiavi interpretative per le derive neoliberiste affermatesi in tutto il mondo. Il tema è complesso perché richiede vari livelli di analisi, riguarda gli stati, l’economia, la giurisdizione, i sistemi educativi, i sistemi sanitari e di welfare, la vita individuale e collettiva, e tutti quegli ambiti di azione che sono ormai pervasi dal neoliberismo: l’homo œconomicus ha fagocitato l’homo della polis, l’homo politicus.

La logica del libero mercato, che sta alla base del neoliberismo, mina alla base la democrazia “Parliamo di deregolamentazione delle industrie e dei flussi di capitale; di una drastica riduzione delle misure statali di welfare e protezione per i più vulnerabili, della privatizzazione e dell’appalto dei beni pubblici, dall’istruzione, dai parchi, i servizi postali, le strade e il welfare sociale alle carceri e agli eserciti; della sostituzione di regimi fiscali e tariffari progressivi con regimi regressivi; della trasformazione di tutti i bisogni o desideri umani in un’impresa redditizia, dalla preparazione per l’ammissione al collage ai trapianti d’organi, dall’adozione ai diritti di emissioni, dell’evitare le code ad accaparrarsi un posto in cui stendere le gambe su un aeroplano; e, più di recente, della finanziarizzazione di ogni cosa, e del crescente predominio del capitale finanziario sul capitale produttivo nella dinamica dell’economia e della vita di tutti giorni” (Pag.30). Le politiche restrittive degli Sati e delle imprese ai danni dei lavoratori, e l’indebolimento del walfare ai danni dei più deboli, sono diventate “sacrifici da condividere”: “Questi sacrifici possono comportare l’improvvisa perdita del posto di lavoro, la cassa integrazione o tagli stipendi, ai benefit e alle pensioni…tagli agli investimenti nell’istruzione o nei servizi…”(pag.185). La diseguaglianza come sacrificio dei più a vantaggio di una ristretta minoranza.     

Il neoliberismo, nella sua pervasività strutturale, scavalca gli stati, ne condiziona le scelte, a volte le determina, e ha invaso la sovrastruttura. Anche il linguaggio, il nostro linguaggio, è pieno di parole che fanno parte della sfera economica liberista, silenziosamente ha invaso il nostro spazio mentale: governance, devolution, manager, merito, e l’uomo e la donna, il lavoratore o la lavoratrice, perfino gli studenti, sono diventati capitale umano, e come tali essi lottano individualmente contro i propri simili, come in una guerra feroce dove la solidarietà come elemento della socialità viene meno, e le diseguaglianze profonde sono accettate come facenti parti del gioco.  Mi vengono da fare due soli esempi per l’Italia: le USL, Unità Sanitarie Locali sono diventate ASL (Azienda Sanitaria Locale), i Presidi sono diventati Dirigenti Scolastici, e dietro i nomi la logica aziendalista del capitale: non conta il servizio alla persona, ma la redditività dell’impresa, dunque ben venga il privato, anche laddove, vedi sanità e istruzione, e tutti i beni comuni e pubblici, e anche l’acqua in tante parti del mondo, tendono ad essere privatizzati.      

Quando tutto è capitale, scompare la categoria del lavoratore, così come la sua forma collettiva, la classe […]…Allo stesso tempo viene smantellata la stessa ragione d’esistere dei sindacati, delle associazioni di consumatori e di altre forme di solidarietà economica all’infuori dei cartelli tra capitali” (pag.39) Il benchmarking, cioè il criterio di redditività delle aziende, si è trasferito nella scuola, negli ospedali, nei trasporti, e da ultimi nell’ambiente, nelle conoscenze (Internet) e nei brevetti a valenza universale (vedi vaccini).

Cosa fare per ridare un senso alla demos/kratia? All’utopia della democrazia?  Al primato dell’homo politicus su quello œconomicus?  La Brown intitola l’ultimo capitolo del suo libro “Disperazione: un altro mondo è possibile?” “Incaricata dall’arduo progetto di pungolare il senso comune neoliberista e di sviluppare un’alternativa praticabile e attraente alla globalizzazione capitalista, la sinistra deve anche contrastare questa disperazione della civiltà” (pag. 192) La strada di questa “alternativa praticabile” viene indicata con un richiamo al giovane Marx, che già nel saggio “La questione ebraica”, e poi negli scritti maturi, sosteneva che bisognava andare oltre la democrazia politica borghese (che pure era stata un passo avanti rispetto ai rapporti feudali e all’assolutismo), e Gramsci sosteneva che bisognava guadagnare le posizioni e occupare gli spazi (egemonia e case matte, secondo Gramsci) verso una società più giusta così che l’uomo potesse riscoprire il lato sociale e umano di se stesso.

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