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22 Luglio 2024
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L’INVENZIONE DELLE RAZZE – Guido Barbujani

“Xenofobia e razzismo, fino a pochi anni fa percepiti come residui di un sottosviluppo destinato a scomparire, sono diventati problemi globali, e non c’è area del mondo che ne sia immune.”

Nel libro “L’invenzione delle razze” il genetista Guido Barbujani affronta un problema ancora oggi scottante: la parola “razza” è tornata di attualità con un certo clamore. Ma esistono davvero le razze umane? Già il titolo contiene, netta, la risposta, e l’argomento viene affrontato con grande chiarezza in tutto il libro, a partire dal dibattito sulla razza che attraversa il Settecento e l’Ottocento e si infiamma, diventando carico di conseguenze, nel Novecento, al richiamo dei più grandi studiosi della biologia, da Linneo a Darwin, a molti contemporanei, che si sono occupati  delle basi biologiche della diversità umana (razze umane).

Esistono i “confini”? Nell’ultimo ventennio si sta manifestando la tendenza a definire sempre nuovi confini, intorno a nuove identità, che andranno poi a consolidarsi e dunque sarà più semplice contrapporle ad altre; tutto ciò parrebbe giustificabile mediante il legame che si crea tra il territorio e coloro che ne sarebbero gli unici legittimi abitanti. Prende così corpo l’idea che non tutti possono avere ovunque gli stessi diritti; discriminare le persone sulla base del colore della pelle, della lingua o della religione diventa una consuetudine che si allarga sempre più e sconvolge sempre meno.

Non è tuttavia sufficiente ragionare genericamente sulle similitudini/differenze tra noi e i nostri simili per far scomparire fenomeni come xenofobia e razzismo; è necessario affrontare la questione in termini scientifici rigorosi. C’è ancora chi ritiene che la nostra specie sia un “mosaico” di gruppi ben differenziati biologicamente, per cui le identità etniche sarebbero antiche e radicate nei nostri geni; i rispettivi stili di vita, i livelli di intelligenza e di moralità avrebbero origine da queste differenze. Nel senso che “i ricchi sono ricchi perché sono (geneticamente) migliori. E i bianchi sono più ricchi dei neri perché sono (geneticamente) superiori.”

C’è solo una specie umana vivente. Nel libro si sosterrà, al contrario, che la parola razza non identifica alcuna realtà biologica riconoscibile nel DNA della nostra specie. Pertanto “le razze” sono definite una mera invenzione umana. Non solo perché il termine “razza”sfugge da sempre a ogni tentativo di definizione rigorosa, ma soprattutto perché le scienze biologiche hanno dimostrato che «siamo tutti differenti, ma tutti parenti», in senso letterale. Ogni uomo è diverso da un altro, ma ognuno condivide con ciascun altro almeno un antenato comune vissuto non più di tremila anni fa: siamo un’unica famiglia. La “biodiversità umana” è il risultato di fenomeni quali mobilità e fertilità e non c’è da meravigliarsi se oggi ci sono dovunque le stesse varianti genetiche. Un esempio è la Sicilia: in principio c’erano i siculi, poi sono arrivati i greci, i romani, i bizantini, gli arabi, i normanni, gli aragonesi, i piemontesi. Ognuno ha lasciato qualcosa, e quando i siciliani sono emigrati nelle Americhe hanno portato con sé l’eredità dei loro antenati.

Oggi c’è la certezza che apparteniamo tutti ad un’unica specie umana, ma non è sempre stato così; fino ai primi del ‘900 si è discusso se appartenessimo invece a specie diverse, e si chiamavano teorie poligeniste. Capire se due individui facciano parte della stessa specie è semplice. Due mosche sono della stessa specie se, incrociate, generano mosche in grado di riprodursi, mentre il cavallo e l’asino sono due specie diverse perché dal loro incrocio nasce progenie sterile, il mulo. Per quanto riguarda l’uomo, abbiamo un esempio “rivelatore”: la prima nave carica di schiavi africani è arrivata in America agli inizi del 1600, e la nascita di figli di sangue misto tra schiave e padroni è cominciata poco tempo dopo. Questo dimostra che appartenevano alla stessa specie, ma, nonostante questo fu emanata  una legge che collocava nella categoria di “razza inferiore” i figli delle unioni miste.

In realtà, la nozione di razza è utilizzata in biologia. Sono tipiche le razze canine: ciascuno di noi è in grado di distinguere un cane bassotto da un pastore tedesco. Questa nostra capacità di distinguere cani di razza diversa ha dei fondamenti biologici. Ci sono milioni di altre specie, oltre all’uomo, animali e vegetali, che possono essere divise in “razze” per classificare insiemi di individui di una stessa specie che esibiscono caratteristiche comuni e peculiari; tra i cani, chi appartiene ad una determinata razza ha qualcosa di specifico in comune con gli altri membri della stessa razza (pastore tedesco, alano stazza grossa, bassotto) ed è separato da chiari confini biologici dai componenti di razze diverse (gli alani sono grossi, i bassotti sono piccoli). Nel senso che la variabilità genetica interna all’insieme dei cani bassotto è inferiore alla variabilità genetica media che esiste tra l’insieme dei bassotti e l’insieme dei pastori tedeschi. Benché siano interfecondi e appartengano, quindi, alla medesima specie, un bassotto è geneticamente «altro» da un pastore tedesco. La domanda appropriata è dunque: esistono razze anche all’interno della specie umana?

La storia della biologia evoluzionistica. L’autore esplora quindi la storia della teoria evoluzionistica e come a partire da Buffon e Lamarck che ritenevano che organismi simili tra loro siano discesi da antenati comuni, si arriva a Charles Darwin con la pubblicazione nel 1859 de “L’Origine delle specie” che pose alcuni punti fermi nel dibattito. Il primo è che le specie viventi, compresa quella umana, non sono entità statiche, ma si modificano nel tempo ed evolvono adattandosi ai cambiamenti dell’ambiente. Non ci sono “specie” o “razze” migliori, ma solo specie e razze che tendono ad adattarsi a sopravvivere in un ambiente che cambia. Il secondo e più diretto punto fermo Darwin lo pone con la pubblicazione de “ L’origine dell’uomo” nel 1871. Darwin sostiene che c’è una grande uniformità nelle caratteristiche più importanti, comprese quelle mentali: malgrado le apparenti differenze che gli africani o gli indigeni d’Amazzonia mostrano rispetto agli europei, Darwin si dice colpito ogni volta che evidenzia persino dai tratti più piccoli del carattere «come le loro menti siano simili alle nostre». La variabilità che esiste tra gli uomini è una variabilità individuale, e questa è una marcata caratteristica della specie. Quello di Darwin può essere considerato un autentico e autorevole manifesto antirazziale. Tuttavia, Darwin non conosceva (perché non poteva conoscerla) la genetica: Darwin era dell’idea che la variabilità fosse dovuta all’azione diretta e indiretta delle condizioni, il che dimostra come gli sfuggisse un aspetto fondamentale della trasmissione ereditaria. Le regole della trasmissione ereditaria, le leggi della genetica, le stava intanto scoprendo Gregor Mendel, più o meno nello stesso periodo.

Sarà quindi la genetica, l’antropologia e in particolare l’antropologia molecolare a porre la parola fine al dibattito sulle razze. Nel 900 si scopre il meccanismo di replicazione del DNA: il DNA si replica prima di ogni divisione cellulare, di modo che da una cellula con un certo contenuto di DNA se ne ottengano 2 con lo stesso identico contenuto. Quindi, ogni volta che una cellula si riproduce, il suo DNA viene ricopiato con grandissima cura, ed è per ciò che il DNA di un figlio è la copia esatta di metà del DNA materno e metà di quello paterno. Nel suo complesso, la diversità umana (= la somma delle differenze tra i membri della nostra specie), dipende solo in parte dalla diversità genetica; in parte dipende dai fattori ambientali e culturali, ovvero quello che mangiamo e abbiamo mangiato, quanto esercizio fisico facciamo e abbiamo fatto eccetera. Non è sempre facile separare l’effetto dei geni e quello dell’ambiente e della cultura. Solo alla fine degli anni ’60 si comincia a conoscere abbastanza bene il nostro genoma ( totalità del DNA contenuto in una cellula di un organismo vivente) da potersi porre queste domande in maniera scientifica.

Nei geni non si trovano razze umane. È stato Richard Lewontin, un genetista di Harvard, già nel 1970 a mettere a punto il metodo statistico per poter misurare, sulla base dei geni, quanto le presunte razze siano “geneticamente“ diverse  tra loro. L’idea è semplice: si confronta ogni individuo con tutti gli altri, e si misurano le differenze. Supponiamo che tra due persone della stessa popolazione si trovino, mediamente, 50 differenze, e tra due persone di popolazioni differenti se ne trovino 60; vorrà dire che appartenere a due popolazioni diverse (nello stesso continente) comporta, in media, 10 differenze in più di quelle che si trovano confrontando il DNA di due membri della stessa popolazione. Lewontin aveva misurato la variabilità di 17 diversi geni in sette presunte razze (caucasici, africani sub-sahariani, mongoli, aborigeni dell’Asia del sudest, amerindi, oceanici, aborigeni australiani), trovando che l’85% della variabilità genetica umana è presente all’interno delle singole popolazioni, che l’8% è presente tra popolazioni diverse di diverse presunte razze (per esempio italiani e tedeschi) e che, infine, solo il 7% della variabilità totale è presente tra le varie presunte razze. Dopo 35 anni di studi, su un campione di geni sempre più elevato e con tecniche di analisi ottimizzate e sofisticate, non è stata rilevata una variazione significativa nell’attribuzione della variabilità genetica tra 16 diverse popolazioni dei cinque continenti: si conferma l’85% nelle singole popolazioni, il 5% tra popolazioni del medesimo continente e il 10% tra popolazioni di diversi continenti. Si è anche dimostrato che tutte le popolazioni discendono da una medesima “tribù” esistita circa 150.000 anni fa in Africa e diffusasi nei restanti quattro continenti a partire da 100.000 anni a oggi. Siamo tutti migranti africani. Veniamo tutti da lì. Tra gli esseri umani si riscontra invece una grande variabilità genetica tra i diversi individui. Nessuno di noi porta i medesimi geni di un altro essere umano. C’è maggiore differenza tra due italiani posti all’estremo di un profilo genetico, che non tra un italiano e un etiope posti al centro dei profili delle rispettive popolazioni. Tuttavia gran parte di questa variabilità precede la formazione delle diverse popolazioni ed è presumibilmente anteriore alla formazione della specie. Le differenze tra le varie popolazioni della Terra sono continuamente annullate dalle migrazioni e dalla fusione tra individui che abitano le medesime regioni. Le differenze vistose che pure ravvisiamo tra le diverse popolazioni, per esempio il colore della pelle, sono trascurabili, in quanto effetto di lungo periodo dell’adattamento al clima.

Non c’è dubbio, sostiene Barbujani: «più si studiano nuovi geni, più si fa esile la speranza di trovare chiari confini fra gruppi umani a cui possiamo dare il nome di razze».

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2 Commenti

  1. Grazie Anna e Mariano per la bella e interessante recensione e grazie anche a Gabriele per il suo commento puntuale e ben articolato. Fa impressione apprendere che l’Italia é uno dei Paesi con la più alta percentuale di cittadini razzisti (rapporto del Pew Research Centre). Fu proprio il genetista italiano Luigi Cavalli-Sforza che confermò che all’interno del loro DNA le persone appartenenti a “razze” diverse sono molto simili tra loro, ciò a causa delle frequenti migrazioni che , nei millenni, hanno prodotto continui rimescolamenti di geni.
    Le differenze del colore della pelle, degli occhi o altre caratteristiche che l’occhio umano utilizza per catalogare gli individui, sono poco importanti rispetto al DNA per cui il razzismo non ha alcuna base scientifica. Il razzismo è la discriminazione nei confronti di chi non fa parte del gruppo di riferimento e, come la storia insegna, qualsiasi gruppo umano può essere “razzizzato”.

  2. Grazie, Anna e Mariano, come sempre chiari e precisi, per la vostra importante e puntuale recensione, su una questione viva e quanto mai attuale.
    Di seguito un mio commento in quattro punti. Al punto due tre citazioni.

    1) -Le razze non esistono. Ma sorge, qui e là, tuttora il razzismo e si arrampica: ideologia ancora diffusa, difficile da contrastare – solo con il ragionamento, con il sostegno della scienza – perché sostenuta da ottuso pregiudizio.

    2) -Luca Cavalli Sforza: “Non fu la schiavitù a nascere dal razzismo, ma avvenne esattamente il contrario: la necessità di mantenere l’impianto schiavistico poneva delle questioni morali, così che fu necessario convincersi che fosse giusto, morale, richiesto da un dio o dalla ragione”. È ciò che fecero i filosofi della Grecia antica al sorgere della nostra civiltà occidentale.
    Frantz Fanon: “Il razzismo non è una tara psicologica o un semplice atteggiamento mentale, non è semplice paura dell’altro. Il razzismo è prima di tutto violenza materiale, sfruttamento complessivo, strutturato a partire dal dominio di un gruppo sugli altri. Il razzismo è conseguenza non causa. È l’asservimento materiale a comportare inesorabilmente l’inferiorizzazione culturale dei gruppi subalterni”

    Schiavitù, buco nero generato dalla nostra civiltà. (Il colonialismo, la tratta degli schiavi neri dall’Africa, la Shoah).
    Daniela Padoan: “La schiavitù non nacque dal razzismo: al contrario, il razzismo fu conseguenza della schiavitù” […] “Se davvero vogliamo guardare alle origini culturali dello sterminio, credo non si possa prescindere dalla naturalizzazione della figura dello schiavo che alligna nelle fondamenta della nostra cultura, come copertura ideologica della possibilità di sfruttamento”.
    All’apice della potenza di Roma, in Italia si stima che ci fossero tra i 2 e i 3 milioni di schiavi (il 35-40% degli abitanti).

    3) – E se la ricerca scientifica avesse trovato le “razze” nel genere umano, nella nostra specie? Allora la questione sarebbe stata: si sarebbe trattato solo di razze diverse, oppure di alcune inferiori ad altre? E ciò, nella seconda ipotesi, avrebbe, conseguentemente, portato a legittimare la riduzione in schiavitù della razza “inferiore”? Credo proprio di no.
    Al contrario. Avremo dovuto, comunque, aiutare (con concrete compensazioni, con leggi specifiche) la razza, “sfortunata” per natura, a vivere in armonia un rapporto dentro la società, in comunità democratiche, attente e solidali proprio a causa di queste “inferiorità”.
    Quindi più forti e più decise dovranno essere l’impegno e la lotta contro il razzismo, andando a rimuovere le cause sociali ed economiche concrete.
    Povertà e ingiustizie crescenti; l’accumularsi di potere e ingenti ricchezze in poche mani (fenomeno mondializzato); l’accrescersi del divario tra ricchi (sempre più una elite) e i poveri (masse, moltitudini che soffrono) possono essere ancora, in questo tempo, l’humus per un rinnovato e subdolo razzismo.

    4) – Lo stigma della pelle “nera” (o più precisamente scura rispetto a quella occidentale euro-atlantica, che poi non è “bianca”) è automatico e terribile. L’africano, infatti, non può sfuggirvi, non può nascondersi, né “mimetizzarsi”, passare inosservato: si trova ad essere oggetto di razzismo immediato a causa della sua faccia (della sua ‘presenza’), del colore della sua pelle.

    G. S.

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