6 Ottobre 2022
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SA DIE DE SA SARDIGNA

 Il 14 settembre 1993 il Consiglio Regionale della Sardegna ha istituito “Sa die de sa Sardigna”, che rappresenta la festa del popolo sardo. Le manifestazioni legate a questo evento si svolgono in tutta l’isola il 28 aprile di ogni anno per ricordare i “Vespri sardi”.
IL  28 aprile 2022 si è celebrata a Elmas, a cura dell’Amministrazione Comunale, Sa Die de Sardigna (a cui hanno collaborato Equilibri, la Proloco, l’associazione Memorias, i gruppi folk Su Masu e Sa Nassa, la Schola Cantorum di Elmas)    

“Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas”, ha dato il suo contributo con l’introduzione agli avvenimenti del 28 aprile 1794, e con i racconti di quella giornata scritti da Tonino Sitzia e letti da Angelica Piras)

INTRODUZIONE

La serata del 28 aprile, presso il teatro di Elmas, è stata introdotta dalla Corale “Villa del Mas, col canto di “Procurade’ ‘e moderare, Barones, sa tirannia,”, la Marsigliese sarda che Francesco Ignazio Mannu, magistrato di Ozieri, scrisse nel 1795, nel pieno del triennio rivoluzionario sardo che va dal 1793 al 1796.

“Su patriotu sardu a sos feudatarios” recita il titolo dell’inno che, nella sua complessità, 47 ottave perfettamente rimate, in tutto 376 versi, con la forza che solo la poesia e l’arte sanno esprimere, va alle radici profonde che portarono alla cacciata dei piemontesi del 28 aprile 1794 fino alla sfortunata epopea angioiana due anni dopo.

Le rivoluzioni, i moti popolari, non nascono per caso, e Mannu nei suoi versi ne sintetizza le ragioni profonde, che sono di natura economica,  politica e sociale. Dopo quattro secoli di dominazione spagnola i Savoia, che avevano acquisito la Sardegna dal 1720, non hanno voluto e  saputo risolvere i nodi strutturali di quella che sarà chiamata “La questione sarda”, tema di lunga durata che è in parte ancora presente. Tali nodi si possono sintetizzare per punti. In primo luogo il permanere dei rapporti di produzione feudale, col loro insopportabile peso in tributi, angherie e soprusi da parte di baroni, che continuavano a caratterizzare la vita nelle campagne sarde, e che impedivano all’agricoltura di uscire dall’arretratezza e dalla sussistenza.

Un secondo punto è la mancanza di una qualsivoglia rappresentanza del popolo sardo in seno all’amministrazione piemontese: addirittura quella parvenza di Parlamento che erano gli Stamenti, un retaggio delle Cortes spagnole, che dovevano essere riunite ogni dieci anni, erano state convocate l’ultima volta nel 1699.

In terzo luogo le timide riforme del Bogino nella seconda metà del ‘700, alcune anche positive,  furono verticistiche e venate di paternalismo verso una realtà specifica come era quella sarda. Questo atteggiamento fu sottolineato da diverse ottave del Manno. Per esempio nell’ottava n.32 si leggono versi che paragonano un certo colonialismo spagnolo a quello piemontese

Fit pro sos piemontesos

Sa Sardigna una cucagna;

Che in sas Indias s ‘Ispagna

Issos s ‘incontrant inoghe;

Fu per Piemontese l’isola

 Nostra una gran cuccagna;

Come l’Indie la Spagna

 Egli ci mette in croce;

Antefatto

27 gennaio 1793: una flotta francese, composta di 27 navi da guerra e 42 da carico, con 6000 tra fanti e volontari corsi e provenzali, si affaccia sul golfo di Cagliari. Nei giorni precedenti i francesi avevano occupato Carloforte e Sant’Antioco.

L’arcivescovo Filippo Vittorio Melano dal Bastione di Sant’Efisio invoca la protezione del santo e, a vittoria ottenuta, ne attribuirà parte del merito.

Le milizie cittadine, pagate dalla nobiltà con 5 soldi a giornata, si sono organizzate per resistere ai francesi e suppliscono all’inerzia delle truppe regie piemontesi, che delegano ai sardi la difesa della città.

Sulla spiaggia di Quartu si costruiscono fortini e sul colle Sant’Elia prende forma il forte di Sant’Ignazio. La città viene bombardata una prima volta il 28 gennaio, poi il 15 febbraio per ben 12 ore, e poi ancora il 16 febbraio. Alcuni tentativi di sbarco vengono respinti dai miliziani, guidati da Girolamo Pitzolo, per esempio quello sul Margine rosso sul litorale di Quartu. Il 20 febbraio la flotta francese lascia il golfo di Cagliari: la conquista della Sardegna è fallita.

Il merito è tutto dei sardi, che hanno combattuto per se stessi, e per reclamare i loro diritti presso la corte piemontese.

Il re nelle ricompense per la vittoria privilegia i piemontesi. In tutta la Sardegna, e a Cagliari soprattutto, montano la delusione e il malumore.

Nel marzo del 1793 si riuniscono gli Stamenti, che non si riunivano dal 1699 (quello militare (in rappresentanza della nobiltà), quello ecclesiastico (il clero), e quello civile (delegati delle città regie, Cagliari, Sassari, Iglesias, Oristano, Bosa, Alghero e Castelsardo).

Gli Stamenti preparano le richieste da formulare al re, che saranno presentate da una delegazione che si recherà a Torino. Sono le famose 5 domande, che in forma di petizione, e per punti  sono le seguenti:

1) il ripristino della convocazione decennale dei Parlamenti, interrotta dal 1699;
2) la riconferma degli antichi privilegi, soppressi pian piano dai Savoia nonostante il Trattato di Londra;
3) la concessione ai Sardi di tutte le cariche, ad eccezione della vicereale e di alcuni vescovadi;
4) la creazione di un Consiglio di Stato, a fianco del viceré, per la gestione degli affari ordinari;
5) la creazione a Torino di un Ministero per gli Affari di Sardegna.

Questi punti, che hanno una chiara valenza autonomistica, verranno tutti respinti dal re.

Vittorio Amedeo III riceve i deputati sardi solo dopo tre mesi, le cinque richieste vengono tutte respinte, salvo la 4. L’irritazione dei sardi è palese e molti ritengono che non si otterrà nulla se non si cacciano i piemontesi dall’isola.

8 aprile 1794

Era una bella giornata di sole, quel 28 aprile 1794, era di lunedì e la città riprendeva la sua normale vita di tutti i giorni. Cagliari aveva allora poco più di 25.000 abitanti e, per chi ci abitava, ma anche per chi veniva da fuori, si presentava come divisa in due, castedd’e susu, dove c’era il Palazzo viceregio, la sede del potere del Vicerè , il piemontese Balbiano e del vescovo, la guardia regia, e castedd’e basciu, dove brulicava una umanità di lavoranti, piscadoris che ormeggiavano le loro barche, bastaxius che scaricavano le navi, piciocus de crobi con le loro ceste a vendere il pesce e scherzare con le popolane che lo compravano, panetteras arremangadas e cun su pannieananti, carri di contadini che venivano a casteddu dai paesi vicini, is biddaius. Tutti guardavano castedd’e susu col naso per aria, dove spiccavano le torri e il profilo della cattedrale, perché era così da sempre, da quando i Pisani nel XIII° secolo avevano fortificato quel colle calcareo a circa 100 metri di altezza sul livello del mare, dopo aver distrutto Santa Igia, la capitale del Giudicato di Cagliari.

Castedd’e susu era circondato dai quartieri popolari di Stampace, Villanova e la Marina, come un cuore che ha le arterie che lo fanno vivere, ma i Piemontesi, i Savoia, che avevano ottenuto la Sardegna nel 1720, a seguito del Trattato internazionale de L’Aia, non se ne accorgevano, guardavano i popolani dall’alto in basso, erano sprezzanti e altezzosi e in senso dispregiativo li chiamavano molentis, asinacci, non sapendo che su molenti, e i contadini sardi lo sapevano bene, è un animale nobile, affidabile e instancabile, proprio come i sardi.

I piemontesi sonnecchiavano, ma  il vicerè Vincenzo Balbiano mandava  dispacci preoccupati al re Vittorio Amedeo III, e al ministro per gli affari di Sardegna Pietro Granieri, perché si concedesse qualcosa ai sardi, qualche contentino per evitare possibili proteste. Ma Torino era lontana e si riteneva esagerata la preoccupazione del vicerè.

Pavido e irresoluto, Balbiano non era certo all’altezza della situazione e Giuseppe Manno così lo descrive: “I tempi cominciavano a diventare fortunosi, e il Balbiano non era l’uomo che potesse porre felicemente la mano al governarle… non aveva la sagacità necessaria a giudicare rettamente delle cose di stato, non la perizia a trattarle….” Ma riprendiamo il racconto…

Il viceré aveva un atteggiamento altezzoso e sprezzante, era monocolo e orbo da un occhio, e il popolo, ricambiando il suo disprezzo, lo chiamava “”su visurrey baiocu“, il viceré orbo.

Si vociferava di una possibile sollevazione popolare, ordita da magistrati, nobili, ecclesiastici, artigiani, popolani, tali erano il malumore e del malcontento che covava da tempo, come un fiume sotterraneo, o come un vulcano dormiente ma pronto a esplodere. Qualcuno accennava anche ad una data già stabilita, il 4 maggio, che era il giorno in cui la statua di Sant’Efisio, in forma solenne e scortato dai miliziani, tornava da Pula.

Si facevano anche i nomi di chi poteva guidare la rivolta , per esempio il capopopolo Girolamo Pitzolo, che faceva parte dello Stamento Militare e che era stato, con Vincenzo Sulis, a capo dell’esercito sardo che nel 1793 aveva respinto il tentativo francese di invadere la Sardegna.  

Sa dì de s’acciappa (seconda lettura – Angelica)

Tirilì tirilà, crepino i sardi

Noi piemontesi restiamo qui

Tirilì tirilà. Crepino i sardi

Noi piemontesi restiamo qua

Si racconta che questa  filastrocca venisse cantata dai funzionari piemontesi che circondavano il viceré, e questo non faceva che aumentare la tensione, già altissima in città. Ma certo non è una canzone a far esplodere una rivoluzione, in tutta la Sardegna già da tempo si protestava contro il permanere degli insopportabili tributi feudali, contro la fame strisciante, ed era diffusa ormai l’idea che in un secolo di dominio piemontese le cose non fossero granché migliorate rispetto al periodo spagnolo. Si era agli albori delle istanze autonomistiche che sono all’ordine del giorno ancora oggi.

Era una bella giornata di primavera, quel 28 aprile 1794, era di lunedì e il sole era già alto quando intorno alle 12 si cominciarono a rafforzare i corpi di guardia alle porte di entrata in Castello e alla Marina, poi intorno alle 13, quando gran parte del popolo è a pranzo, un rullìo di tamburo battente fa capire che sta succedendo qualcosa: i soldati del reggimento svizzero Smith, una ventina circa, al comando di un Capitano Tenente, due Aiutanti di campo e il Maggiore di Piazza, si recano nel quartiere di Stampace per procedere all’arresto di Vincenzo Cabras, avvocato assai stimato in città, il genero, avvocato Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che sfugge alla cattura perché non in casa in quel momento.

I primi due vengono condotti alla torre di San Pancrazio, mentre come una scossa elettrica la notizia si diffonde in città. Efisio Luigi Pintor percorre a cavallo le stradine di Stampace e fa suonare a martello le campane della chiesa di Sant’Anna a cui seguono quelle degli altri quartieri cittadini. Il popolo è in rivolta, insorge tumultuoso, sfonda le porte che dividono i sobborghi tra loro, urla “Ajò a Castedd’e susu!”..”Ajò tottus impari” “Ajò ca ci ddus bogaus”, abbatte la porta  di entrata al Castello, brucia la porta di Sant’Agostino e si ammassa sulla Porta Cagliari, nei pressi della Torre di San Pancrazio, che diventa come una sorta di Bastiglia cagliaritana, chiedendo l’immediata liberazione dei due prigionieri.

La folla continua a dilagare per le vie di Castello, si canta

Tirilì tirilà,

 piemontesi via di qua”.

In pochi attimi si impossessa delle armi, avendo facilmente ragione delle deboli resistenze dei soldati piemontesi. Poi la marea si dirige verso il Palazzo viceregio e dopo poche fucilate lo conquista. Lorenzo Balbiano, “su visurrey baiocu”, si rifugia nell’arcivescovado, che viene risparmiato dalla furia popolare. I portavoce degli insorti chiedono che i Piemontesi tutti, uomini e donne, compreso il viceré, lascino immediatamente la Sardegna, non ci sarà spargimento di sangue, anche se nella concitazione e tra i più esagitati, si sentono voci che gridano “buttiamoli a mare tutti”, “maladittus”…

Lo scontro non fu particolarmente cruento: tra i soldati e popolani ci furono una decina di morti e un centinaio di feriti.

La Reale Udienza, massima autorità di governo in quel momento e secondo le leggi del regno, si riunisce d’urgenza e in permanenza con la sola partecipazione dei membri sardi, tra cui si segnala Giovanni Maria Angioy, che sarà protagonista delle vicende sarde due anni dopo. La Reale udienza decide di distribuire pane al popolo e alle milizie, e il pronto imbarco dei piemontesi, con eccezione dell’arcivescovo Melano per rispetto alla chiesa.  

Si riuniscono anche gli Stamenti, quello militare, quello ecclesiastico, e quello civile, e viene deciso lo scommiato dei piemontesi, vale a dire la loro cacciata dalla Sardegna.     

I giorni tra il 28 e il 29 sono quelli de ”s’acciappa”, si cercano in piemontesi, per invitarli a raccogliere le loro cose e abbandonare l’isola. Si racconta che molti di essi venissero identificati con la formula “nara cìxiri” poiché era facile identificare chi non essendo sardo non sapeva come pronunziare la x e molti infatti dicevano cicsiri, o cichiri o cicciri e a chi non rispondeva a tono i popolani dicevano “Tui a cunventu!” Infatti era nei conventi di Santa Rosalia, San Michele e San Francesco da Paola che vennero sistemati i piemontesi prima della definitiva partenza, che avvenne il 30 aprile 1794.

Quel giorno tutti i piemontesi residenti a Cagliari, in tutto 514 persone, compresi mogli, alcune sarde, e figli. Non erano pochi… il 20% della popolazione.  I carri con le masserizie dei partenti  discesero  da Castedd’e susu fino al porto, e solo i carri del viceré Balbiano erano una ventina. Non ci fu violenza o ruberie, e quando qualcuno dei più esagitati volle tentare l’assalto ai carri “poita cussa est arroba nostra”, il beccaio Francesco Leccis si scagliò contro di loro per consentire il passaggio dei carri. Il Manno riporta le parole del popolano “Fermatevi! non si dica mai che la Sardegna ha bandito gli stranieri per ingordigia di preda piuttosto che per insofferenza di dominio”.

Nei mesi seguenti alcune delle richieste sarde vengono accolte, il re approva l’istituzione del Consiglio di Stato e accorda la riserva, seppure parziale, degli impieghi per i sardi, l’8 luglio viene concesso il condono per quanto accaduto il 28 aprile e gli Stamenti danno l’assenso formale all’arrivo del nuovo viceré Filippo Vivalda.

Tonino Sitzia

28 aprile 2022

(Libri consigliati sul tema:

Giuseppe Manno: “Storia della Sardegna”, Vol. 4;

Girolamo Sotgiu: “Storia della Sardegna sabauda”

Vittoria e Lorenzo Del Piano: “Sa Die de Sa Sardigna”

Luciano Marrocu: “Storia popolare dei Sardi e della Sardegna”)

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1 commento

  1. Importante “lezione” di Antonio Sitzia: una narrazione storica, esente da fastidiosa retorica, come spesso avviene in questa ricorrenza, di quel che avvenne a Cagliari il 29 aprile 1794.

    Non è pedanteria segnalare un refuso: dove detto “…epopea angioina”, anziché “angioiana”.
    Gli Angioini sono altra storia.

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