2 Dicembre 2021
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Rapa Nui

Anche l’uomo è natura, ma capace di modificarla

Porto alcuni punti in discussione su “Cambiamenti climatici”: intendendo quei cambiamenti indotti dall’attività umana. E, specificamente, dalle “forze materiali di produzione”, in sintesi dal lavoro dell’uomo.

Di un eventuale meteorite di grandi dimensioni, indipendente dall’azione umana, che porrebbe fine alla nostra specie, non possiamo prevedere, ma può pur essere evento probabile. Così come non dipenderebbe da noi una naturale era glaciale. Il pericolo attuale non è però quello che può venirci dagli spazi siderali, ma dal nostro stesso dissennato e metodico comportamento.

Quando dico “nostro” in realtà intendo la concreta e complessa “comunità umana” fatta di Stati. E agiscono “organismi” economici e politici, e Istituzioni espressione di poteri nazionali e sovranazionali; dunque responsabilità a diversi livelli. E, di conseguenza, governanti e governati. Facile dire: l’Uomo è il responsabile di tutto questo disfacimento ecologico-ambientale.

Quanto tempo e come?

Riprendo il commento di Tonino Sitzia del 6 luglio 2021 a “Un’ora e mezzo per salvare il mondo”. Commento articolato in titoli evidenzianti diversi aspetti della questione.

Ne “L’apprendista stregone” si fa riferimento al 2° principio della termodinamica. Leggo: “tutte le attività umane, anche quelle ordinate e organizzate, provocano disordine, inquinamento, e decadenza ambientale”. Mi verrebbe da dire: soprattutto quelle attività “ordinate e organizzate”, essendo quelle del vigente sistema industriale capitalistico.

Ecco, allora, il problema è come intervenire sulle attività umane; in special modo come organizzare diversamente il lavoro. Ecco il lavoro, appunto, la produzione.

Poco mi convincono gli appelli ai singoli individui che così diverrebbero masse consistenti di “virtuosi” attivi, capaci di generare cambiamenti. Lasciano il tempo che trovano. Intanto il sistema produttivo continua secondo “ferree leggi” per la sua strada.

L’incontro necessario

Le idee devono diventare politica attiva concreta, organizzata, a partire dai luoghi di produzione. Ecco perché un movimento ambientalista forte, strutturato che condiziona e fa politica (con le forme ad esso più congeniali) è necessario che si incontri con i lavoratori impegnati nelle fabbriche, nella produzione. E il movimento operaio con le sue organizzazioni (il sindacato innanzitutto) con i suoi partiti, se ne ha ancora a rappresentarlo politicamente nelle istituzioni democratiche, deve incontrare il movimento ambientalista. Nessuna chiusura difensiva: insistervi porterà alla sconfitta.

Il sistema

Se non cambia la produzione, se, in certi casi non la si riduce, non c’è via di scampo. Perché questa produzione è dentro un sistema economico-sociale che pervade e adegua a sé l’intera società. E insieme alle cose  produce anche idee, costumi e bisogni. Banalmente: si può comprare ciò che è stato prodotto, non ciò che vorremmo fosse prodotto. Triste constatazione: siamo diventati sempre meno cittadini e sempre più consumatori.

Qualche esempio: l’industria automobilistica. Se la soluzione all’inquinamento è – come vien ripetuto come fosse  l’eureka – la produzione d’auto elettriche, avremo comunque un mondo sfigurato e ancor più coperto d’auto. La soluzione (certo non facile) passerebbe attraverso una riorganizzazione di tutta la società, della mobilità entro un sistema di trasporti collettivo ed efficiente. Ma chi è disposto a rinunciare alla sua auto privata? Più in generale: chi è disposto a rinunciare a un certo “tenore di vita”?

Vien detto e ripetuto –  occorre rilanciare l’economia: dai, allora, con la ripresa in grande della produzione di automobili; bisogna rilanciare l’economia? Dai, allora, con la ripresa dell’edilizia mangia spazi urbani e terreni costieri. E così, sempre per una ripresa dell’economia, dai a rilanciare una agricoltura industriale inquinante, e così via.

Ma ha già detto molto bene Tonino, con sintesi efficace, sotto il titolo “Per una economia sostenibile”.

Nulla è già scritto circa il destino della nostra specie. La Terra può diventare una grande Rapa Nui. Oppure trovare, con grande fatica e anche tormento e dolore, una possibile via d’uscita. Ma ascoltando e guardandomi attorno, mi sembra che l’ipotesi più probabile sia la prima.

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