Licancabur
Sono qui dalla notte dei tempi, e dall’alto dei miei cinquemilanovecentoventi metri osservo, laggiù nell’oasi di San Pedro, queste formichine laboriose che da sempre si guadagnano la vita con le loro attività frugali e nel rispetto di ciò che li circonda. Tutti mi chiamano Licancabur, montagna del pueblo, come hanno sempre detto gli Atacameni, che così mi hanno nominato nella loro lingua ancestrale: lickan, pueblo, ckabur, montaña. I pueblos che hanno vissuto in queste terre aride e secche, nei loro ayllu comunitari, mi rispettano, e nei loro antichi culti, assai prima degli Inca e dei Predatori che vennero dal mare, mi offrivano doni e facevano sacrifici in mio onore perché la montagna va rispettata. Se avete la pazienza di fermarvi visitate l’oasi di Tulor, laggiù a valle, laddove passava il fiume di San Pedro, e potrete vedere le tracce del villaggio e delle loro abitazioni circolari, gli adobe con i loro muri di fango e argilla somiglianti ai nostri muri di ladiri, con i tetti sorretti da pali di legno e ricoperti di fango e paglia, con i corridoi perimentrali che univano le famiglie allargate, con un unica porta che si affacciava verso di me, quasi io fossi il loro guardiano protettore.



Le piccole comunità dividevano tutto, il suolo, l’acqua, le risorse, e condividevano le decisioni, perché la Pachamama è di tutti. Coltivavano la patata e il mais, allevavano i lama e l’alpaca. Queste comunità sono presenti ancora oggi in molte aree delle Ande e in diversi paesi andini, e hanno conservato il loro legame con la madre terra.
Convivo con i fratelli volcanos che circondano le aride valli di San Pedro, e molti di loro sono ancora attivi, mentre io mi godo la mia olocenica vecchiaia. Appartengo all’universo andino e non al Cile e alla Bolivia, come gli uomini hanno voluto secondo la loro mania divisoria. Se vi capita di passare da queste parti noterete da subito che la mia forma conica domina il paesaggio, con la cima ammantata di neve, e a sera, quando il sole tramonta, il cono si fa di una bellezza rossastra. Ai miei piedi le aspre e pietrose praterie andine sono abbellite dai rossi cuscini delle opunzie, e dai cespugli di rica rica, talmente pungenti che solo il lama e l’alpaca le possono mangiare.
Questi animali che pascolano tranquilli vivono in simbiosi con l’uomo perché sono stati addomesticati dalle popolazioni precolombiane dalla notte dei tempi, e da cui si ricava la lana, la carne, le pelli. Non è vero che sputano a distanza, piuttosto lo fanno quando non sono educati da piccoli, come fanno spesso gli uomini. I lama, come l’alpaca, sono resistenti al freddo e si adattano al clima estremo dell’altopiano andino. Dall’alto della mia mole vedo le antiche formichine laboriose, le comunità locali resistenti alla modernità, ancora laborantes secondo le tradizioni dei loro padri, gestiscono le meraviglie delle loro valli, in modo sobrio e rispettoso, secondo tempi e modi che sono loro propri, e spiegano calmi il loro stile di vita. Così le formichine in quattro ruote che, veloci e voraci, vanno e vengono nelle strade in parte asfaltate e un tempo polverose e dissestate, sono costrette a rallentare e fermarsi, respirare profondamente per le alte latitudini, nell’incanto indescrivibile dei salar e delle lagune, che con le loro acque chiare ospitano i fenicotteri su cui si specchiano i vulcani omonimi, come nel caso del Miscanti e del Miñique a quattromiladuecento metri.


Le vedi, le formichine veloci, fermarsi nella Valle della Luna, dove si può leggere il tempo delle remote ere geologiche, e dove la Luna non è lontana nello spazio ma vicina, nel tramonto tra canyon e dune, o bianche formazioni rocciose di antichi e ormai estinti laghi salati.


Piante presenti nel territorio di San Pedro nel deserto di Atacama
Ecco alcune piante che crescono in questi luoghi estremamente aridi con precipitazioni rare (inferiori a 100mm/anno), in zone pianeggianti completamente esposte al sole o in pendii esposti a nord. Le stagioni sono secche con una durata anche di 8- 12 mesi.
Jarava ichu, Stipa ichu Paja brava, Festuca ortophilla (Poaceae). Erba comune degli altipiani andini, usata come foraggio.

Alcantholippia deserticola, Rica Rica, Chori – Chori (Verbenaceae). Pianta aromatica e medicinale, cura il mal di stomaco.


Chuquiraga atacamensis, arbusto Asteraceae


Lupinus oreophillus, (Fabaceae), erba, cresce in alta quota.

Atriplex atacamensis, A. imbricata, Cachayuyo (Chenopodiaceae), arbusto, cresce in media e bassa quota, valli interne.


Ephedra breana, Pingo pingo (Ephedraceae), arbusto, cresce in media e bassa quota, valli interne, montagne costiere 500- 2000 m.

Haplopappus rigidus, Aster atacamensis (Asteraceae), erba perenne, con proprietà medicinali.


Cryptantha gnaphalioides (Boraginaceae),arbusto, cresce in alta quota.

Cumulopuntia boliviana, subsp.ignescens (Cactaceae), erba perenne, cresce in alta quota.

Cortaderia speciosa (Poaceae), erba perenne

Echinopsis atacamensis, Cardòn (Cactaceae), albero il cui legno è usato per costruzioni, lavori artigianali ecc.

Prosopis Alba, Algarrobo, carruba bianca in cileno (Fabaceae), albero, cresce in media e bassa quota, valli interne.


Geoffroea decorticans, Chañar (Fabaceae), albero, storicamente molto importante nella zona di San Pedro de Atacama perché i suoi frutti commestibili costituivano un alimento base per le popolazioni indigene locali.

Altri alberi caratteristici del deserto de Atacama: Schinus molle, Pimiento, in italiano Pepe Rosa (Anacardiaceae) , albero ornamentale molto frequente anche da noi (vedi Piazza Cambosu a Elmas). Inoltre lo Strombocarpa tamarugo, Tamarugo (Fabaceae).



Grazie Anna e Tonino per averci introdotto, col vostro racconto sul viaggio in Cile, nello spettacolare mondo di Atacama. Veramente suggestivo il vulcano narrante, Licancabur, capace di osservare i piccoli esseri umani che da millenni vivono nel rispetto e in simbiosi con la natura, tra animali, piante, e l’incredibile vegetazione che riesce a svilupparsi anche nel deserto.