2 Ottobre 2022
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Presso le rovine di Bithia

Avverto nell’aria una sorta

di  brusìo, di voci bisbigliate

miste al suono del mare,

voci risalite dai millenni.

Sono i temibili Shardana

signori dell’onda e del vento,

d’improvviso all’orizzonte;

e i marinai Fenici

dal Libano lontano,

usi a scrutare il volo degli uccelli

figurandosi segni d’alfabeti;

e i Cilici pirati dalle vesti

ruvide rapidi nell’assalto. E altri

dispersi giù lungo l’abisso del tempo.

Stirpi asiane di Ur ed Uruk,

che furono città mesopotamiche,

e qui ancora risuonano

nei nostri diffusi toponimi in Ur…

I Popoli del Mare:

ammutoliscono al loro passaggio

le ferali Sirene.

(Nel mezzo di queste acque,

terra d’approdi

e di partenze, l’Isola di Nur

scabra e compatta.

Disseminata di possenti torri

dove è chiuso un silenzio ancestro e sta

tumulata la lingua dei nuragici…)

Genti del mare:

le sento nella cresta

dell’onda che rompe l’azzurro,

le sento presenze diffuse

nel soffio salato.

Indugiano poi per un poco

qui attorno divenendo un silenzio

sospeso nelle tempie.

Stanno dentro il respiro

di questo mare.

E sta qui Bithia maceria ed impronta

d’un tempo assai remoto

-Affiora dalle sabbie tra forti arbusti

nel rialto sulla rada di levante,

mentre la parte franata traspare

sommersa nell’approdo di ponente…

Sosto in un chiosco

nell’ora sospesa della sera:

bevo una birra dorata alla salute

di quegli antichi e intanto

mi accorgo che è sorta la luna.


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1 commento

  1. Bella poesia, quella di Gabriele. In essa si colgono tratti profondi della nostra identità, proprio quella identità che più volte abbiamo razionalmente contestato quando si fa dato immobile, fisso nel tempo, al massimo collocabile nella sfera del folklore, che comunque è cosa seria…(Gramsci), o ancora prodotto da réclame turistico, perché noi siamo prodotti della storia che continuamente si evolve. Eppure nei “nostri” luoghi ci sentiamo bene, a nostro agio, avvertiamo il senso del tempo, le sue stratificazioni, le sue fratture, i popoli che si sono succeduti. Possiamo chiamarli, come dice Leopardi, rimembranze? Oppure archivi della memoria, che ci aiutano ad orientarci nel presente in continuo e contradditorio mutamento.

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