Tuesday 01st December 2020,
Equilibri Circolo dei lettori di Elmas

Tre settimane di primavera

Racconto finalista al Premio Letterario Giulio Angioni, promosso dal Comune di Guasila, dal titolo “Le fiabe nei luoghi fantastici dell’Altrove. La pandemia e i suoi risvolti immaginari” Anno 2020 – IV Edizione

 IL BARATRO

Era la prima settimana di marzo e tutti i programmi che già mi frullavano in testa stavano per essere stravolti. Stavo già assaporando quel sentore di primavera che allieta le giornate, l’annuncio della stagione giovane, quella delle giornate che si allungano, dell’erba fresca sotto i piedi, del sole che si fa piacevole tepore, delle prime avanguardie delle rondini, quando il tam tam dei telegiornali  cominciò a farsi  forsennato. Non avevo dato troppo peso alle prime avvisaglie, e ai primi annunci che già a fine gennaio e poi in febbraio parlavano di un’epidemia in Cina, con epicentro in una città per me fino ad allora sconosciuta,  Wuhan, nella remota e altrettanto sconosciuta provincia dell’Hubei. Non immaginavo che la Cina, così lontana, fosse invece così vicina.

Poi le cose avevano assunto un ritmo più concitato: cittadini cinesi rimpatriati, italiani provenienti dalla Cina tenuti in isolamento, ponte aereo dell’aeronautica militare per riportare in Italia cittadini italiani residenti a Wuhan, focolai in Lombardia e in tutto il Nord Italia, zone rosse nei luoghi del contagio.

Io seguivo il mio ritmo: lavoro e programmi. Avevo chiesto alla mia anziana madre dove avesse messo in miei scarponi da trekking, perché volevo salutare l’arrivo della primavera a modo mio, con una bella camminata, e lei aveva ripetuto la solita solfa del mio disordine, la sua solita battuta tra il serio e il faceto “po tui ci bolit una femmina”…”la ca ses imbeccendi…ita ses apettendi a ti circai picciocca…? ”.

Mia madre era per me un modello. Dopo la morte del babbo mi aveva supportato in tutto, sembrava che quella morte non avesse intaccato le sue energie, che avesse sublimato il dolore, e già questo era per me un insegnamento, mi aveva incoraggiato a continuare gli studi, lei che non aveva che la terza elementare, ma una fame di conoscenza che io ammiravo, una forma di curiosità che si faceva condivisione…”e ita ses studiendi de bellu?” – ripeteva spesso – “D’as intendiu su telegiornali? Ita ndi nasa de su guvernu?…”.

Nell’ultimo anno di liceo aveva sondato…”Ma a tui, nara sa beridadi, ti praxit prus sa matematica o sa storia?” “Poita immoi depis decidi po s‘universidadi…” Lei aveva già deciso per me, aveva le idee più chiare… A volte scriveva su un foglio una parola che non aveva capito alla TV e, inesauribile, mi chiedeva “E ita bolit nai custu fueddu?”. In quei giorni di marzo a un certo punto mi aveva chiesto “Ascurta, ma ita est custu  locdaun? Tottus ndi chistionant…”Faimmi biri cumenti si scriri “… E io “È una parola inglese, si scrive  lockdown, e significa confinamento, chiusura, blocco d’emergenza”.  

In  quei giorni di marzo cominciai a sentirmi male. Tutto era partito da un fastidioso cola cola di naso, niente di particolare, un classico raffreddore, pensai, tanto che mia madre aveva scherzato “sonadì su muccu… e ita ses torrau pippieddu?” “D’onnia annu cun tui est sa propria cosa…est sa primavera…”. Poi era subentrata la tosse, il mal di gola e un po’ di febbre. Il medico di famiglia, consultato per telefono, mi aveva consigliato di stare in guardia, di non uscire, di lavarmi spesso le mani e di tenere lontana mia madre. E infatti le avevo proibito di avvicinarsi a me, di stare lontana dalla mia camera e di portarmi un po’ di roba calda depositandola sulla porta della stanza. Lei non capiva “E de gandu schivasa a mamma tua?”

Avevo telefonato alla mia azienda e chiesto congedo per malattia. In pochi giorni la febbre era salita a trentanove e mezza, una condizione di stanchezza diffusa, il respiro affannoso, dolori articolari, la chiamata al 118, il baluginare delle luci bluastre dell’ambulanza, il suono ovattato della sirena…win won win won, le tute da palombaro degli operatori del 118, la mascherina chirurgica che mi era stata da subito applicata, la concitazione del ricovero in codice rosso, il trasferimento diretto nell’ospedale di riferimento per le malattie infettive gravi,  l’arrivo all’ospedale e l’immediato isolamento. “Date la grave insufficienza respiratoria  lei è un sospetto e probabile malato di Covid 19, siamo in attesa di conferma dal test previsto  per la SARS-CoV-2 e dagli esami radiografici, poi decideremo il da farsi domani mattina, per ora lei deve stare in totale isolamento”. Alcuni infermieri, anch’essi bardati e protetti come dei palombari, mi hanno chiesto le generalità “Cerchi di ricordare con chi è entrato in contatto nelle ultime  settimane, e stia tranquillo”.

Quelle fu la notte più lunga della mia vita, e fu anche l’ultima volta che sentii mia madre al telefono.  Nel dormiveglia, sempre più affannato, cercavo di ripercorrere le mie ultime settimane, le tante persone con cui ero entrato in contatto,capire chi poteva avermi trasmesso il virus, ma era uno sforzo inutile, ero sempre più stanco e spossato.

La mattina, di buon ora, il primario della terapia intensiva mi comunicò una grave insufficienza polmonare, e la necessità di essere intubato e sedato. “Lei è giovane e ce la può fare, ma non è detto… si ricordi  di lasciare un numero telefonico di riferimento ”…

Poi il nulla…solo dopo tre settimane mi venne raccontato della terapia intensiva, del coma, del buio e poi, finalmente, la luce, la respirazione autonoma il contatto con mia madre che piangeva al telefono.

IL SOGNO

In quelle tre settimane, come da un fiume carsico, dalla profondità dell’incoscienza, come in un mare lattiginoso, tra le tante e indistinte forme, sicuramente intontito dalla sedazione e dai farmaci, mi appariva di tanto in tanto Il Personaggio che si accovacciava sul mio letto e che svolazzava nella mia stanza, non so se ghignante  o pietoso per la mia condizione.

Non potevo muovermi ma le sue le sembianze, che vagamente ricordavano un pipistrello volpino, mi incutevano un istintivo ribrezzo e terrore, io che da bambino invece apprezzavo il volo notturno dei piccoli zurrundeddus nostrani. “La ca su zurrundeddu nci pappat su sinzu” mi ammoniva mia madre quando con i miei amici, nelle nostre scorribande notturne, cercavamo di colpirne qualcuno con il nostro tirollasticu, impresa pressoché  impossibile data la loro abilità nello schivare gli ostacoli anche nel buio più pesto. Mia madre, come molti anziani del paese, diceva che is zurrundeddus aiutavano a combattere la malaria, e dunque erano estremamente utili.

-Ma la chi ses leggiu…Non sei  molto bello con quelle orecchie a sventola appuntite e quel naso strano…- dissi nel sogno come per esorcizzarne la presenza

– Ma tu non sei da meno, certo non ti puoi guardare, imbalsamato come sei in quel letto con tutti quei tubicini che ti escono dal corpo…e poi cosa vuol dire bello? In natura non esiste il bello, piuttosto l’utile e tutto è in equilibrio…per esempio il mio naso serve per l’orientamento notturno e per cacciare di notte insetti e falene

– Ma tui, zurrundeddu, innui bivis? Dove vivi tu? E ti prego gira al largo da me perché hai già combinato tanti guai a noi umani…e magari io sono inchiodato in questo letto per colpa tua

– Siete curiosi voi umani!…Siete animali come noi e dettate le leggi del mondo e della natura, e si vede il risultato…tanto gei ses acconciu! Come dite nella vostra strana lingua…però, per rispondere  alla tua domanda sappi che io sono un Rhinolophus, un pipistrello ferro di cavallo, e noi pipistrelli popoliamo il mondo con più di mille specie, siamo molto socievoli e ci piace viaggiare…

– Mio padre buon anima aveva un ferro di cavallo in cantina…avrei fatto bene a toccarlo quando ti ho incontrato…

– Spritoso…sappi che il mio sederino è a forma di ferro di cavallo, da qui il nome volgare…ma non lo puoi toccare perché sei imbalsamato nel tuo scafandro e mi fai davvero pena…

– Non hai risposto alla mia domanda. Innui bivis? Dove vivi?

– Io vivo nella Cina meridionale e centrale, in bellissime grotte come ce ne sono nella regione di Guangdong, che prima si chiamava Canton, assieme a tanti miei fratelli e sorelle…hai presente il paradiso? Tu pensi che il paradiso sia nell’aldilà del mondo? Per noi era quello il paradiso…eravamo tranquilli appollaiati nelle rocce in alto, addormentati  a testa in giù ma pronti spiccare il volo a migliaia nelle notti calde e luminose, ma negli ultimi anni il nostro paradiso è stato rovinato…voi umani cacciate, disboscate, incendiate, costruite e poi,  nel Guandong o nell’Hubei, e non solo, sono ghiotti delle nostre carni…non so cosa ci trovino di tanto buono… come delle carni di altri nostri confratelli, zibetti, tassi, tartarughe, ratti, serpenti che vengono venduti, macellati, e i loro cadaveri esposti nei mercati…come quello di Wuhan…dunque non siamo noi ad aver combinato tanti guai agli umani, semmai è il contrario…

– E così ci avete portato il virus, la peste che mi invade i polmoni e che mi impedisce di respirare…io dico: ma perché non ve ne state lì buoni buoni, nel vostro paradiso? Invece no, venite qui…e se mi guardi ti rendi conto di cosa hai combinato…

– Tu sei ignorante o solo ottenebrato dal dolore e hai bisogno di un bersaglio su cui scaricare la tua rabbia impotente…un classico vizio di voi animali che vi definite Sapiens…noi siamo dei serbatoi di virus, che sono animali come noi, seppure invisibili, e, se capita l’incidente o la causalità, dal serbatoio quale noi siamo, possono  spostarsi in altri animali e in voi e poi in altri come voi, in altre parti del mondo, poiché a voi, come a noi, piace viaggiare. Se ci lasciate in pace tutto rientra nell’equilibrio tra le specie, non siamo  noi a cercarvi ma voi a cercare noi…

Mi verrebbe da gridare “Infermiera venga a liberarmi!” ma è solo una vaghezza…non può essere vero che unu zurrundeddu mi si appoggi nel letto…è un sogno, un delirio, uno scherzo della febbre…in quelle tre settimane di nulla.

RINASCERE

– Buongiorno signore!  Stia tranquillo va tutto bene… finalmente apre gli occhi!  Non si rende conto di quanto tempo è passato dal suo ricovero, e delle condizioni disperate in cui si è trovato…pensavamo che non ce l’avrebbe fatta e invece eccolo qui, come rinato!

Sono le prime parole che ricordo al mio risveglio, quelle di un’infermiera che mi era apparsa sul bordo del letto, una fatina mascherata e rassicurante…roteavo gli occhi  per vedere se Il Personaggio svolazzasse nella stanza…ma per fortuna era proprio sparito…Solo ora mi accorgo che il tubo non c’è più, ho una maschera  per l’ossigeno che mi  aiuta a respirare, un sondino al naso, e una sensazione di nausea e di stordimento, voglio andare in bagno ma da solo non ce la posso fare…nascere è faticoso ma rinascere ancor di più.

– Stia  tranquillo..ora cominceremo la ginnastica fisiorespiratoria e poi, quando avrà finito il tagliando potrà tornare a casa – dice l’infermiere con un sorriso appena accennato – Siamo contenti  per lei…non sa quanti come lei non ce  l’hanno fatta…ogni volta che uno rinasce per noi è una gioia.

– Che ore sono? – Sono le prime parole che ricordo di aver pronunciato. Chiedere l’ora è un modo di regolare il tempo,  o di ricollocarsi  nel tempo dopo un lungo sonno.

– Posso fare una telefonata?

Dopo un lungo sonno il telefono ti rimette in contatto col mondo…povera madre..sarà ancora viva? O sarà morta e io non ho potuto salutarla? L’angoscia si aggiunge al dolore e sono preoccupato perché sapevo che il virus attacca soprattutto gli anziani data la loro fragilità.

– Mi scusi, infermiera, posso fare una telefonata a mia madre…è anziana e voglio capire come sta…

– Ma castia custu!…Si nd’est appena scidau e giai est chistionendi troppu! – dice l’infermiere burlone  – Quanto mi dà se le presto il mio cellulare e le faccio il numero?

-Tuuu Tuuu Tuuu Pronto? Mamma ci sei?

All’altro capo del telefono sento solo il suo respiro…non riesce a rispondere, sento che trattiene le lacrime…non è tipa che piagnucola facilmente ma questa volta è diverso, fa fatica a trattenersi

– Fillu miu…cumenti stais?

– Io sto meglio e tra poco tornerò a casa…tu piuttosto come stai?

– Est  unu mesi chi non t’appu poziu  biri e intendi..

– Tranquilla ora è tutto passato…ma tu come stai?

– Deu beni…la ca t’appu preparau is crappitas po camminai, po fai  su trekkin…

– Eja appena rientro gli scarponi li rimetto a lavorare…

Incredibile. È come se tre settimane siano state cancellate dalla storia, è come se la vita possa riprendere e continuare senza quel segmento di tempo che invece si è dilatato come l’eternità. Ma forse è un trucco di mia madre per superare il dolore e guardare avanti.

Quando sono tornato in paese invece quel tempo ha acquisito un senso, niente era più come prima. A parte mia madre, che è una donna e dunque resiliente,come si dice oggi, oppure come dicono i parenti e i paesani che la conoscono: “Mamma tua est fatta de fil’e ferru…”. Lei si schermisce “Ma cali fil’e ferru! Est sa vida chi m’hat provau …nd’appu biu de d’onnia colori…nanta ca custa est una guerra…d’assimbillat ma sa guerra est un’atra cosa…”

Niente è più come prima: i paesani mi fermano per strada come un Lazzaro ritrovato, gente per strada che mi saluta da lontano, qualcuno avvicina e mi fa “ O s‘amigu zacca de guidu!..e poi stesiadì poita toccat a abarrai a su mancu a unu metru s‘unu de s‘atru…”

“A mei mi praxit custa moda noa –dice un altro – zaccaus de guidu po’ si saludai…e ita non fiat tottu cussu basa basa, tottu cussu mummungiu…e tui ita ndi nasa?

Io rispondo “Ci vuole, ci vuole…la mascherina e il tenere le distanze” Non la conoscete la mia storia?”

Qualcuno ricorda la spagnola, altri richiamano l’asiatica, altri ancora  parlano della peste delle cavallette…

– Bolis ponni su pibiritziri cun su Coronavirus? Assumancus su pibiritziri du bisi, a ogus mannus e peisceddus a seghettu…

– Tenis arrexioni, custu cazzu de Coronavirus mancu si biri…perou…est troppu togu! Appu biu in sa televisioni cumenti si presentat in su microscopiu: est bellisceddu, parit una boccitedda prena de puncias…

-La ca si chi si narat Corona poita assimbillat a una corona…tipu cussa chi si ponit sa regina Elisabetta… in su vocabolariu esti scrittu “si chiama così per la sua forma elicoidale…”

C’è chi mi incoraggia e chi si informa “Cumenti stais? Tenis abbisongiu de aggiudu?”. E io mi chiedo se davvero non sia cambiato qualcosa…un chiedere degli altri, una nuovo modo di essere solidali..un rispettare le regole, ma forse è solo un’illusione.

-Chi t’intendis in forza la ca is crapittas funti prontas- ripeteva mia madre – E io, dapprima titubante, un bel giorno mi sono armato dei miei scarponi e sono uscito per una camminata in un bosco non troppo lontano dal paese. Sapete come sono i nostri boschi, aspri, pietrosi, a volte fitti di bassa e varia macchia mediterranea, profumata di essenze. Il sole tiepido di quella particolare primavera scaldava l’aria e , finalmente,  nel camminare respiravo a pieni polmoni. Riflettevo sull’atto del respirare, il primo vagito è un respiro, l’ultimo respiro è un saluto alla vita che se ne va.

Avevo deciso di fare quella camminata da solo. Avevo bisogno di riordinare le idee, prima di tornare alla vita normale. La natura mi sembrava grandiosa in quella primavera ormai sbocciata e, in quel silenzio rumoroso, mi rimbalzavano nella mente le parole del Personaggio che aveva accompagnato la mia solitudine nel coma dell’ospedale, le parole del sogno mi si sono impresse nella mente, e su cui continuavo a riflettere: Se ci lasciate in pace tutto rientra nell’equilibrio tra le specie, non siamo  noi a cercarvi ma voi a cercare noi…

 Tonino Sitzia

25 ottobre 2020

 

 

 

 

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2 Comments

  1. Marina Cozzolino 1 Novembre 2020 at 19:17

    Complimenti Tonino!
    Racconto originale nella trama e nel linguaggio.
    Concordo con quanto ha scritto Gabriele nel suo commento.

  2. Gabriele Soro 30 Ottobre 2020 at 12:56

    Complimenti Tonino per essere stato selezionato dalla giuria del Premio Giulio Angioni e incluso tra i primi dieci.
    Racconto il tuo ben costruito e strutturato. Interessanti i dialoghi in ‘limba’, i quali bene inframmezzano il testo.
    Efficaci e coloriti – più che espressi in italiano – come è possibile con le parole del nostro sardo campidanese.
    Più d’un lettore avrà gustato quei nostri modi di dire, quelle nostre espressioni…

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