Tuesday 27th June 2017,
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Maria Giacobbe – Un sogno

Maria Giacobbe - Il sogno

di Maria Giacobbe

Il mio sogno è così semplice che basterebbero pochissime parole per raccontarlo, ed è così logico e chiaro che è strano sia solo un sogno e non una normale realtá, accettata e irremovibile. Una realtá nella quale la maggior parte dei problemi globali che oggi sembrano quasi insolubili – inquinamento, riscaldamento del pianeta, diminuzione delle risorse non rinnovabili, etc. – avrebbero già trovato la loro naturale e indolore soluzione.
In breve, io sogno un mondo che somiglia al nostro ma nel quale le fabbriche d’armi sono messe fuori legge, e tutti i paesi – piccoli e grandi – che attualmente le ospitano s’impegnano a trasformarle in “industrie di pace” e a combattere ogni tentativo di riaprirle sotto qualsiasi pretesto. S’impegnano a combattere le fabbriche d’armi come sono obbligati a combattere tutte le altre imprese nocive e illegali, come per esempio la fabbricazione e la vendita di droghe e il mercato di carne umana.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (l’ultima guerra al mondo che iniziò con una dichiarazione di guerra e si concluse con un patto di pace) abbiamo avuto una serie infinita di guerre infinite e non dichiarate, che vengono condotte senza grandi movimenti di truppe, senza battaglie memorabili e con relativamente piccole perdite di militari combattenti. Ma con moltissimi morti fra le popolazioni civili e, particolare non trascurabile, enorme consumo e distruzione di costosissime “apparecchiature belliche”. Apparecchiature uscite dalle redditizie fabbriche d’armi che spesso hanno anche te e me e altre persone per bene come piccoli azionisti.
Perché un’industria sia redditizia occorre che la vendita dei suoi prodotti sia ininterrotta e possibilmente in crescita. Ragion per cui, se le merci prodotte sono armi, la conclusione delle guerre in corso non è proprio una buona idea.

Mentre scrivo queste righe, in molti paesi del mondo si stanno usando armi di produzione italiana, francese, inglese, tedesca, russa,cecoslovacca, americana, belga, israeliana, svedese e danese per combattere e uccidere uomini che allo stesso fine usano armi che, come quelle dei loro antagonisti, provengono esattamente dalle stesse fabbriche in Italia, Francia, Inghilterra, Germania, Russia, Cecoslovacchia, Belgio, Israele, USA, Svezia, Norvegia, Danimarca. E a questi si potrebbero aggiungere tutti gli altri paesi cosidetti “emergenti” e già presenti con i loro prodotti nel mercato mondiale della morte.

E mentre io scrivo e tu leggi, con i raffinatissimi prodotti di questi paesi che continuiamo a considerare rispettabili, civili e umani vengono uccisi e torturati nel corpo e nell’anima degli uomini delle donne e dei bambini, le loro città e la natura che le circonda vengono ferite a morte, materiali già scarsi e insostituibili vengono sprecati e si contribuisce a infittire la cappa d’ozono attorno al pianeta. E con questi ordigni che vengono chiamati “di difesa” ma la cui funzione essenziale è quella di seminare morte, distruzione e terrore, si fa aumentare l’odio fra i popoli, si riducono le risorse destinate ad aiutare i disabili, i malati, i vecchi, i bambini e i giovani e a incrementare le scuole, i teatri, i musei e tutte le altre istituzioni che possono abbellire e ingentilire la vita.

Nel civile mondo del mio sogno, gli eccellenti ricercatori, i bravi operai, i coscienziosi impiegati occupati oggi nelle fabbriche d’armi che portano morte, fame e disperazione a tanta gente, userebbero la loro intelligenza, capacità e forza per inventare e produrre strumenti e condizioni per migliorare la vita di tutti sulla terra.

Forse, anzi probabilmente, anche in questo mondo del mio sogno ci sarebbe qualche Caino tentato di uccidere Abele, e qualche Otello convinto di dover uccidere la sua amata Desdemona, e i lupi non diventerebbero automaticamente agnelli.
Ma nessuno più avrebbe il permesso di arricchirsi sulla loro follia vendendo le armi che la rendono più efficace e che ne prolungano l’effetto, e gli Stati non continuerebbero a macchiarsi dell’orribile colpa di tollerare e lucrare con le fabbriche di odio e di morte finalmente equiparate alle fabbriche di droghe e ai mercati di carne umana.

A me pare che in questo mio mondo sognato i soli perdenti sarebbero i commercianti d’armi e alcuni banchieri. Ma, per dire le cose come stanno, non mi sentirei particolarmente obbligata ad avere rimorso nei loro riguardi.

Autore

La letteratura per Maria Giacobbe è un modo per esprimere, certo nelle forme specifiche, il suo impegno civile, che ha trovato modo di esplicitarsi nei romanzi ma anche nei numerosi interventi apparsi in giornali, in riviste e nei periodici sardi, nazionali e internazionali. Questo tratto del suo essere si è manifestato anche ad Elmas il 14 maggio 2012, quando la scrittrice Mariangela Sedda ha presentato “Euridice”, edito da “Il Maestrale” nel 2012, ma già pubblicato in Danimarca (Eurydike, Copenaghen, Gyldendal,1970), nell’incontro organizzato da “Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas”. In quella occasione , mentre si parlava dei suoi libri e di letteratura, lei aveva richiamato la sorte allora ancora incerta di Rossella Urru, una delle tante Euridici, sparse per questo nostro pianeta dove ancora, in molti luoghi, comandano gli uomini con gli stivali neri, che nel romanzo sono simbolo di un potere che soffoca libertà, ansia di amore, di giustizia e di solidarietà. Sono gli stessi uomini “con gli stivali neri ”che perseguitarono Dino Giacobbe, suo padre, esule antifascista, combattente antifranchista nella guerra civile spagnola, tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione, e la cui presenza/assenza, descritta in “Piccole Cronache” (Laterza, 1961) è così importante nell’infanzia e adolescenza di Maria. Il nome di Maria Giacobbe è legato al “Diario dei una maestrina” (Laterza, 1957) con cui vinse il Premio Viareggio-Opera prima e la Palma d'oro dell'Unione Donne italiane. Già l’anno prima aveva cominciato una intensa collaborazione di pubblicista nel settimanale “Il mondo” di Mario Pannunzio,e presso Comunità, Mondo Operaio, L’Avanti!, TempoPresente di Ignazio Silone. Dal 1958 Maria Giacobbe vive in Danimarca, riconosciuta nel mondo della cultura danese come “una scrittrice danese nata in Sardegna”. Così negli anni sono arrivati altri libri, Il mare (Vallecchi, Firenze 1967), Le radici (Edizioni della Torre, Cagliari 1977), Gli arcipelaghi (Biblioteca del Vascello, Roma 1995 e Il Maestrale, Nuoro 2001), Maschere e angeli nudi: ritratto d'infanzia( Il Maestrale, Nuoro 1999), Scenari d'esilio. Quindici parabole (Il Maestrale, Nuoro 2003), Pòju Luàdu (Il Maestrale, Nuoro 2005), Chiamalo pure amore (Il Maestrale, Nuoro 2008); da segnalare i saggi Poesia moderna danese, (Edizioni di Comunità, Milano 1971), Grazia Deledda. Introduzione alla Sardegna,(Bompiani, Milano 1973), Giovani poeti danesi, (Einaudi, Torino 1979). Maria Giacobbe, a proposito di sardità, in una recente intervista (www.altri italiani.net,11 febbraio 2010) ha affermato “non credo a una “standardizzata sardità impermeabile ai tempi e ai luoghi”, piuttosto come sanno i miliardi di emigrati di questo mondo, “parlerei di disterru”. La parola in Sardegna, ma anche in Sicilia, significa sterrarsi, togliere le radici dalla terra in cui si nasce, per trapiantarle altrove, processo “difficile e drammatico lungo e doloroso, l’albero da trapiantare deve portare con sé le sue radici - senza di quelle sarebbe un fusto destinato ben presto a seccarsi - ma deve subito fare del suo meglio per adattarsi alla nuova terra, cercandovi un humus che, senza far marcire le vecchie radici, possa farne spuntare di nuove e vitali”.

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