Tuesday 27th June 2017,
Circolo di lettura, scrittura, presentazioni libri, Giornata della Memoria, Festa dei lettori

Maria Giacobbe – La vera origine del formaggio

Maria Giacobbe

di Maria Giacobbe

Per i miei adulti da bambina devo essere stata una peste. Non era colpa mia, ma di costituzione ero deboluccia e senza esclusione di colpi mi beccavo tutte le malattie infantili che passavano per la città. E questo naturalmente li metteva ogni volta in apprensione.
Ma anche quando ero più o meno sana gli adulti non erano tranquilli e si preoccupavano per la mia tendenza a starmene dentro casa, silenziosa come una pianta d’appartamento. Più di tutto però si tormentavano e mi tormentavano per la mia inappetenza. “Continuando così rischi di restare nana!” “ Sei verde e magra come un filo d’erba!” “ Finiremo tutti in prigione, se un giorno muori d’inedia!” Dicevano.
Inedia. Una bella parola che più o meno significava fame. Ma io non avevo quasi mai fame, e neppure “appetito” come correggeva una zia che, anche lei, preferiva le parole difficili a quelle più normali che tutti conoscevano. Ma io non avevo né fame né appetito. In ogni caso, non di quei cibi che loro dicevano che erano “sani” e che mi “facevano bene”.
La carne mi pareva disgustosa anche da vedere. Figuriamoci a mangiarla. La masticavo e rimasticavo cercando di spingerla giù per la gola, ma era un’impresa disperata. Mi pesava sulla lingua e quando stavo per inghiottirla risaliva provocandomi quasi il vomito. Loro facevano finta di non accorgersene e insistevano “per un altro boccone”.
La pasta al sugo di cui tutti sembravano entusiasti, a me mi dava la nausea solo a
vederla con tutti quei puntini neri in mezzo alla salsa rossa come il sangue. “Prezzemolo” li chiamava mia madre quei puntini che, nel migliore dei casi, potevano essere moscerini annegati nel sugo.
Il minestrone poi aveva un odore disgustoso e in ogni cucchiaiata c’erano dentro tanti pezzetti di tante cose tanto diverse che proprio non sapevi che cosa ti stavi mettendo in bocca.
E il pesce – che altrimenti era bello da vedere e abbastanza buono di sapore – si trovava solo d’estate, quando eravamo al mare in vacanza.
Neppure i dolci mi piacevano. I cioccolatini avevano sapore di chinino, ed erano una medicina che mi davano quando avevo gli accessi di malaria. Per farmeli mangiare loro dicevano che tutti i bambini ne erano ghiotti, e che io facevo la schizzinosa solo per farli disperare.
Ma non era vero perché, per esempio, mangiavo volentieri le verdure che ci portava un vecchio ortolano somigliantissimo a San Giuseppe, il padre di Gesù, e che anzi doveva essere proprio San Giuseppe, anche se si faceva chiamare Pedru che dalle nostre parti è un modo per dire non Giuseppe ma Pietro.
Però anche con le verdure, e cioè i finocchi, il cavolfiore, i carciofi, i piselli, le fave, le lattughe, le carote, i ravanetti, i pomodori e i sedani, c’erano problemi perché per piacermi dovevano essere crude e assolutamente al naturale e non mescolate con olio, sale, aceto e altre cose con le quali gli altri avevano l’abitudine di rovinarle.
Ma, come si diceva in famiglia, se nonostante tutto ero ancora in vita era solo grazie al formaggio. Perché il formaggio mi piaceva senza riserve, e lo mangiavo senza farmi pregare. Niente poteva essere meglio del formaggio. Naturalmente pecorino. Di altri formaggi non conoscevo l’esistenza.
Come le vedure, anche il formaggio ci veniva dai poderi di nonna. Ma a portarcelo non era Pedru-San Giuseppe col suo calesse profumato di menta e di finocchi, tirato dal cavallino baio, ma i pastori che avevano odore di sego e di pecora e arrivavano cavalcando direttamente sui loro cavalli e con le bisacce gonfie e pesanti ai due lati della sella.
Però odore di sego o no portavano il formaggio e a me del formaggio mi piaceva tutto: per cominciare mi piaceva il suo sapore salato e forte, senza strane indefinibili mescolanze, poi mi piaceva la sua consistenza quando lo masticavo e si scioglieva tra il palato e la lingua come una crema, e infine mi piaceva quella sensazione bellissima quando tranquillamente e senza inciampi scivolava giù per la gola e io ero già pronta a infilarmene in bocca un altro pezzo..
Il formaggio oltrettutto era anche bello da vedere, uniforme e senza segreti, non come i cibi stracotti e composti di chissá quante cose repugnanti che io dovevo “almeno assaggiare, per accontentare mamma”.
Del formaggio anche l’odore mi piaceva, e non capivo che mia sorella dicesse che “puzzava”, e scappava di tavola ogni volta che vi compariva.
Ma chi era stato l’inventore d’una cosa perfetta come il formaggio? Questo avrei proprio voluto saperlo, ma non avevo abbastanza fiducia nella sincerità degli adulti per chiederlo.
D’altra parte non era neppure necessario: io lo vedevo come se fossi stata presente quella volta, moltissimo tempo fa, che un vecchio coperto di stracci – che in realtá era Gesù che si era travestito così per mettere gli uomini alla prova – se ne andava di casa in casa in un paese che somigliava al nostro e bussava a tutte le porte per chiedere l’elemosina. Ma le massaie affaccendate, che somigliavano tutte alla nostra vicina più antipatica, gli sbattevano la porta in faccia dicendo che non volevano dare niente a un fannullone come lui.
Allora Gesù se ne era andato in campagna e aveva cominciato a camminare sulle colline verdi, fermandosi negli ovili più grandi per chiedere da mangiare. Ma tutti i pastori ricchi trovavano una scusa per non dargli niente.
Alla fine Gesù, sempre travestito da mendicante, arrivò nella capanna di un pastore che era così povero da non avere neppure una porta. Il pastore povero, che era giovane e anche bello, lo accolse subito con un sorriso, gli diede uno sgabello di ferula per sedersi a riposare e, senza attendere che il povero vecchio glielo chiedesse, gli offrì una scodella di latte appena munto.
E allora all’improvviso la capanna s’illuminò d’una grande luce, gli stracci scomparvero e Gesù si fece riconoscere con la sua tunica bianchissima, il mantello rosso, gli occhi azzurri e la barba bionda come quella di Garibaldi, e disse al pastore povero:
“Sei stato gentile e ospitale, perciò voglio insegnarti a fare il formaggio”.
“Il formaggio?” domandò il pastore che non aveva mai sentito quella parola che Gesù aveva appena inventato.
“Sì, il formaggio! Guarda!” rispose Gesù e cominciò a mostrargli come si faceva.
E così fu che il pastore gentile e pietoso imparò a fare il formaggio e, siccome era tanto generoso non si tenne per sé quel segreto ma lo insegnò a tutti gli altri pastori che da allora cominciarono a volergli bene e ad apprezzare il formaggio.
Poi il buon pastore si sposò ed ebbe molti bambini ai quali piacevano il formaggio e le verdure che la loro mamma coltivava nell’orto intorno alla casa e che mangiavano crude e appena colte. E così diventarono ricchi e vissero felici e contenti tutta la vita.
Fu proprio così che andò l’invenzione del formaggio.
Ne sono ancora (quasi) sicura.

Maria Giacobbe
Il racconto è stato pubblicato in Danimarca, ed è inedito in Italia

Autore

La letteratura per Maria Giacobbe è un modo per esprimere, certo nelle forme specifiche, il suo impegno civile, che ha trovato modo di esplicitarsi nei romanzi ma anche nei numerosi interventi apparsi in giornali, in riviste e nei periodici sardi, nazionali e internazionali. Questo tratto del suo essere si è manifestato anche ad Elmas il 14 maggio 2012, quando la scrittrice Mariangela Sedda ha presentato “Euridice”, edito da “Il Maestrale” nel 2012, ma già pubblicato in Danimarca (Eurydike, Copenaghen, Gyldendal,1970), nell’incontro organizzato da “Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas”. In quella occasione , mentre si parlava dei suoi libri e di letteratura, lei aveva richiamato la sorte allora ancora incerta di Rossella Urru, una delle tante Euridici, sparse per questo nostro pianeta dove ancora, in molti luoghi, comandano gli uomini con gli stivali neri, che nel romanzo sono simbolo di un potere che soffoca libertà, ansia di amore, di giustizia e di solidarietà. Sono gli stessi uomini “con gli stivali neri ”che perseguitarono Dino Giacobbe, suo padre, esule antifascista, combattente antifranchista nella guerra civile spagnola, tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione, e la cui presenza/assenza, descritta in “Piccole Cronache” (Laterza, 1961) è così importante nell’infanzia e adolescenza di Maria. Il nome di Maria Giacobbe è legato al “Diario dei una maestrina” (Laterza, 1957) con cui vinse il Premio Viareggio-Opera prima e la Palma d'oro dell'Unione Donne italiane. Già l’anno prima aveva cominciato una intensa collaborazione di pubblicista nel settimanale “Il mondo” di Mario Pannunzio,e presso Comunità, Mondo Operaio, L’Avanti!, TempoPresente di Ignazio Silone. Dal 1958 Maria Giacobbe vive in Danimarca, riconosciuta nel mondo della cultura danese come “una scrittrice danese nata in Sardegna”. Così negli anni sono arrivati altri libri, Il mare (Vallecchi, Firenze 1967), Le radici (Edizioni della Torre, Cagliari 1977), Gli arcipelaghi (Biblioteca del Vascello, Roma 1995 e Il Maestrale, Nuoro 2001), Maschere e angeli nudi: ritratto d'infanzia( Il Maestrale, Nuoro 1999), Scenari d'esilio. Quindici parabole (Il Maestrale, Nuoro 2003), Pòju Luàdu (Il Maestrale, Nuoro 2005), Chiamalo pure amore (Il Maestrale, Nuoro 2008); da segnalare i saggi Poesia moderna danese, (Edizioni di Comunità, Milano 1971), Grazia Deledda. Introduzione alla Sardegna,(Bompiani, Milano 1973), Giovani poeti danesi, (Einaudi, Torino 1979). Maria Giacobbe, a proposito di sardità, in una recente intervista (www.altri italiani.net,11 febbraio 2010) ha affermato “non credo a una “standardizzata sardità impermeabile ai tempi e ai luoghi”, piuttosto come sanno i miliardi di emigrati di questo mondo, “parlerei di disterru”. La parola in Sardegna, ma anche in Sicilia, significa sterrarsi, togliere le radici dalla terra in cui si nasce, per trapiantarle altrove, processo “difficile e drammatico lungo e doloroso, l’albero da trapiantare deve portare con sé le sue radici - senza di quelle sarebbe un fusto destinato ben presto a seccarsi - ma deve subito fare del suo meglio per adattarsi alla nuova terra, cercandovi un humus che, senza far marcire le vecchie radici, possa farne spuntare di nuove e vitali”.

Scrivi un commento