Tuesday 22nd August 2017,
Circolo di lettura, scrittura, presentazioni libri, Giornata della Memoria, Festa dei lettori

Nino Nonnis – Jack amava Lucy

Si erano conosciuti a un ballo organizzato nella sede di “Italy’s sons”, un’associazione che radunava i figli di italiani, i loro genitori, parenti vari, e amici, compresi gli amici degli amici. Era un ballo che si teneva due volte all’anno, il giorno dell’onomastico e il giorno del compleanno del presidente dell’associazione, Antonio Senzavita, vero benefattore dei tanti connazionali che abitavano a Warningale. In verità era benefattore anche della cittadina di Browser, e della zona nord di Southwave. Quella sud veniva beneficiata da Giovanni Santamarta detto “U scultore”.
Non ballarono insieme, quella volta, lei anzi non ballò con nessuno, seduta vicino ai genitori che erano orgogliosi che la propria figlia non avesse desideri peccaminosi, non avesse grilli in testa, non si annoiasse come invece succedeva alla cugina, che aveva già ballato con cinque ragazzi diversi e altri aspettavano il proprio turno.
Non si scambiarono una parola, lei anzi, a differenza di lui, non parlò proprio con nessuno, se non per chiedere alla madre che ore fossero e dov’erano i bagni, ma sentirono ugualmente una forte attrazione l’uno per l’altro, un’attrazione timida e pudica, tesa e palpitante, come lo sono le attrazioni di tutti gli imbranati che sono alle loro prime esperienze. Anche Jack, preso dalla visione di Lucy e dalla voglia di guardarla, si dimenticò di ballare, non osò chiederglielo, per paura e per timidezza. Si contentò di quel gioco di sguardi furtivi, celati, catturati, verificati.
Beati loro che godevano di quelle sensazioni, io ormai sono diventato uno scafato praticante, realista, pratico e sbrigativo, anche cinico, se mi state ancora leggendo.
Si guardarono per tutta la sera, quasi sempre con occhiate di sfuggita, giusto due secondi e via, per non dare nell’occhio, in questi casi ci si convince di essere controllati da tutti. E infatti tutti notarono che qualcosa stava succedendo, che in questi casi corrisponde all’essere successo.
Non ci dormirono la notte, incapaci di chiudere gli occhi su un sogno che avevano sempre inseguito. E che tutti inseguiamo. Innamorarci di qualcuno che si è con evidenza innamorato di noi.
Vivevano nella stessa città, che era una piccola città, anche se non proprio piccolissima, molto borghese per capirci meglio, con luoghi d’incontro precisi, eppure non si erano mai visti prima di quel giorno. Questa verginità di conoscenza reciproca dava intensità alla loro curiosità e dava al loro incontro un senso di rarità, di eccezionalità, di predestinazione. Quando si dice: il destino li ha fatti incontrare.
E come spesso succede in questi casi, da quel giorno gli capitò di vedersi ogni giorno, anche senza cercarsi e senza appostamenti, finché Jack, esaurito il gusto di quegli incontri a distanza silenziosi, di quegli sguardi di malizia innocente, ma fortemente indagatori, ed esaurito lui stesso, si fece avanti per parlarle, quando la vide andare a comprare il pane per la sua famiglia, nella bottega di Aurelio Cacciuto. Aspettò che uscisse con la busta.
Lucy non aveva mai avuto discorsi intimi con uomini, li aveva sempre un po’ temuti, non aveva avuto neanche semplici scambi di parole con sconosciuti, ma in quella situazione non ebbe il tempo di realizzare che si era sbloccata, non ci pensò affatto, parlò a Jack senza pudori e balbettii, andando lei stessa subito al sodo. Gli chiese se lui la amava. Punto e basta. Non dovevano spiegarsi e non dovevano capire niente, dovevano solo dirselo, usare poche semplici parole per sancire qualcosa che già sapevano, che gli sembrava scritta nel proprio destino. Il fatto di essere tutti e due figli di italiani costituiva una garanzia.
– Potrei dirti una bugia. È facile dire ti amo a una donna.
– Tu dici?
– Io insisto perché sono sincero.
– Non voglio sapere quello che già so. Te lo chiedo perché voglio sentirtelo dire, con timidezza e sfacciataggine, pudico e impulsivo.
– Ti amo.
– Esagera.
– Non ho spazi per esagerare.
– Come ti chiami?
– Jack. Jack Consortino. E tu?
– Lucy Quagliarulo.
– E tu, Lucy Quagliata…
– Quagliarulo.
– Quagliarulo, mi ami?
– Non ho capito, mi…?
– Mi ami? Ti ho chiesto.
– Ti amo.
Dopo quel giorno decisero di vedersi di tanto in tanto, forse per verifica e forse anche per non dare nell’occhio, ma riuscirono a rispettare questo proposito solo per poco tempo. Due giorni appena.
L’amore che si portavano sembrava ogni giorno più forte e non avevano paura di lasciarsi andare totalmente a un sentimento così difficile da capire, da governare, totalizzante e annullante, con entusiasmi che hanno nella loro esagerazione l’agguato del trauma della caduta.
Ma i due giovani erano alla loro prima esperienza sentimentale, verini totali, erano figli unici, non avevano letto grandi romanzi, e neanche piccoli, non andavano mai al cinema, e non avendolo sperimentato, di questo meccanismo non avevano paura. Si amavano senza aggettivi e senza troppi discorsi, senza chiedersi mai quanto, anche per non porre limiti.
Decisero di sposarsi, saltando le fasi rituali del fidanzamento. Era un passo che facevano tutti molto in fretta a quei tempi, ed era inutile sprecare tempo. Lui aveva trovato un discreto lavoro sicuro presso un amico di uno zio, e lei stava facendo un corso di cucito. Non rimaneva che mettere a parte del proposito le rispettive famiglie.
Dopo molte indecisioni, finalmente, una domenica, Lucy si decise a presentarlo ai propri genitori e Jack venne a sapere dal padre di Lucy, mister Frank Quagliarulo, nel breve attimo di un momento in cui, forse non a caso rimasero da soli, che loro due, i promessi sposi, non potevano coronare il grande sogno: erano fratello e sorella, in quanto lui era nato da una relazione tra sua madre e il padre di Lucy, mister Frank Quagliarulo appunto.
Figuratevi lo sconforto di Jack a questa tremenda notizia data in via privatissima, senza preamboli, quasi con brutalità indifferente, come si può dare la notizia di un po’ di pioggia, di un uragano da qualche parte del mondo, e immaginate anche la sua gioia, espressa in modi quasi infantili, con saltelli sul posto, quando seppe dalla propria madre che, non il padre di Lucy era suo padre, ma un agente di assicurazioni di Detroit… o Los Angeles, di una grande città insomma. Di sicuro si trattava di una grossa compagnia di assicurazioni, la sede centrale.
Si pentì della sua precipitazione nell’aver messo Lucy a parte di quella voce sbagliata e si congratulò con se stesso per non avere abbracciato mister Quagliarulo con commozione di figlio. Corse subito a dare la buona notizia alla sua donna del destino. Dovette parcheggiare lontano, non è vero che in America è facile trovare un posto libero, e fece il tratto verso la casa di lei a piedi, correndo come nella scena di un film, quasi controvento, un lungo piano sequenza.
Quando arrivò, col fiatone e un po’ sudato, la trovò in lacrime, coi capelli in disordine, forse qualcuno anche strappato, visto lo stato di un cuscino. Non si era ancora ripresa per le rivelazioni che llui le aveva fatto, e non riusciva a trattenere i singhiozzi, che anzi, alla vista del suo impossibile amore, aumentarono di frequenza. Jack, commosso anche lui, anzi, a quella vista più di lei ma senza i fastidiosi singhiozzi, la rincuorò dicendole quello che aveva saputo: non avevano neanche un genitore in comune.
Lucy lo ascoltò rallentando per la curiosità i singhiozzi, ma poi all’improvviso proruppe in un pianto dirotto, peggiore di quello precedente. Perché lei nel frattempo aveva saputo da sua madre che invece erano proprio fratello e sorella in quanto sua madre, che pure in quel periodo stava con un certo Santino Locicero, che qualcuno scriveva staccato, era stata messa incinta proprio dal padre di Jack, mister Quagliarulo. La madre ne era sicura al novanta per cento, l’aveva anche giurato su suo padre, cioè sul nonno di Lucy. Anzi, l’aveva giurato sui due nonni possibili di Lucy.
Sulle prime Jack non capì bene, si fece ripetere il discorso e ci capì ancor meno. Quando Lucy gli disegnò un grafico con le freccette di tutti gli accoppiamenti possibili, allora finalmente si rese conto, come di una verità che squarcia i suoi veli improvvisamente prendendo corpo inesorabilmente. Di riffa o di raffa erano consanguinei e avevano parenti che avevano reso consanguinea un sacco di gente, almeno come possibilità difficile da accertare. Cercarono di controllare se nella loro intricata discendenza ci fosse qualche scarto favorevole per loro: niente, c’era sempre un elemento che li condannava, un dannato spermatozoo che se ne fregava dei sentimenti.
Jack corse a casa con la disperazione nel cuore, fuori per strada si era levato un forte vento di maestrale che gli rallentava la marcia e gli scompigliava i capelli che gli rimanevano dritti nonostante i suoi tentativi di rimetterli a posto. C’è gente a cui i capelli scarmigliati non stanno male, danno un’aria maledetta, a lui invece davano un’aria buffa e si era sempre sentito ridicolo.
Arrivò alfine, si ricompose una volta per tutte la chioma, salì per le scale al piano di sopra ed entrò nella camera del padre senza bussare e tra i singhiozzi rabbiosi e uno sguardo che non prometteva indulgenze gli chiese se era vero:
– E’ vero? dimmi se è vero. Allora? è vero?
– Ma vero che cosa? (chiese il padre, concitato anche lui per contagio).
– Che Lucy Quagliarulo non è figlia di Frank Quagliarulo!
– E chi minchia è stu mister Quagliarulo? Per caso quello del negozio di abbigliamento?
– Il fratello.
– Ho capito. E cosa dovrei spiegarti? Anzi, fai una cosa, spiegati bene tu prima che poi ti rispondo io.
Jack gli spiegò con durezza i termini della questione. Il padre ascoltò incuriosito, pensieroso, temette, si sorprese, allibì, si calmò, ci rise su, sobbalzò di nuovo, si ricompose, si accese una sigaretta, tirò un sospiro di rilassamento, sprofondando sulla poltrona, e tranquillizzò immediatamente il figlio.
Era impossibile che fosse stato lui a mettere incinta la madre di Lucy, perchè proprio in quel periodo, e ne era sicuro al cento per cento, si trovava in prigione, nella prigione di Winston per l’esattezza, dove era direttore Pat Melville, una gran brava persona, di Cincinnati, nipote di un tale che aveva scritto libri di una certa importanza.
Si trovava temporaneamente in prigione, per scontare una pena per un’accusa di violenza carnale, dalla quale fu assolto per mancanza di prove. Purtroppo si fece sette mesi dentro, perché nel frattempo altre due donne, anch’esse senza prove, l’avevano accusato dello stesso reato.
Jack si sentì sollevato da un peso terribile, i suoi occhi umidi brillavano adesso di riconoscenza e di gioia: la sua Lucy, con tutta evidenza, non poteva essere quindi sua sorella. Superfluo aggiungere che ringraziò i casi della vita che avevano fatto coincidere il periodo delle messa in cinta con la detenzione del proprio padre.
Rise con amici e conoscenti nel raccontare l’aneddoto di queste sue peripezie e non dette ascolto alle voci maligne, specie di parenti, amici, vicini di casa e gente del quartiere, e anche uno di passaggio che assentiva, che rivelavano tra il non dire e il far capire che suo padre in quel periodo, era sì in prigione, ma era evaso due volte, e rientrato sempre puntualmente. Il “fattaccio” con la madre di Lucy poteva essere successo in una o in tutte e due quelle occasioni, più volte anche nello stesso giorno.
Purtroppo il dubbio è un tarlo che ingrandisce il suo buco e Jack volle informarsi meglio. E’ vero che voce di popolo è voce di Dio, ma perché Dio doveva mettere in giro simili voci?
Voleva sapere se il suo amore per Lucy doveva limitarsi a essere un affetto fraterno con grosse voglie represse e profondi sensi di colpa o poteva pretendere di diventare una passione totale. Arrivò anche a pensare che, in fondo, non poteva razionalmente impedire ciò che già si era sentimentalmente formato tra loro due. Pazienza se erano fratello e sorella, si sarebbero amati carnalmente cercando di non avere bambini, perché quello è il vero e unico pericolo.
Un suo amico figlio di immigrati greci gli chiese se poteva trarne spunto per un lavoro teatrale e gli fece firmare una liberatoria preventiva, nel caso si fosse suicidato. Un altro suo amico, figlio di immigrati arabi gli promise di informarsi se il problema poteva essere aggirato con la conversione all’Islam. Prima di prendere decisioni e lasciarsi andare a disperazioni infondate, Jack volle chiarire meglio le cose e confrontare le varie e tante ipotesi che aveva sentito. Il reverendo Tyson gli sembrò la persona più affidabile, decisiva per dirimere queste questioni ingarbugliate.
E il reverendo, un uomo di ormai 70 anni, una vera istituzione, cioè il depositario di tutti i segreti della città, anche di quelli appartenenti a chi non andava mai in chiesa, gli dissipò ogni residuo dubbio.
Quello che Jack temeva, non poteva essersi verificato, per un motivo molto semplice. Il suo parrocchiano, a lui devoto sin da bambino, a pensarci bene anzi, solo quando era bambino, non poteva che essere figlio di suo padre. Che sembra una frase banale in questo contesto, ma tale non era.
– Potrebbe dirmi anche il nome ed il cognome reverendo Tyson.
– Certo figliolo. Ci arriverai da te. Come fai di cognome?
– Locicero. Tutto attaccato.
– Ecco. Tu sei figlio di Locicero.
– Quindi Quagliarulo non è mio padre?
– No. E quel che più conta, la madre di Lucy non è tua madre. E Lucy… insomma mi hai capito.
Quando sentì quelle conclusioni Jack gli si prostrò quasi sui piedi per baciargli una mano. Il reverendo Tyson lo lasciò bonariamente fare, erano molti anni che nessuno gli dimostrava in quel modo gratificante la sua riconoscenza, la sua stima, il suo slancio religioso, e fu per questo che sopportò la pressione del ginocchio di Jack sul proprio piede destro, per non rompere quell’incanto. Con la mano libera gli fece una carezza sui capelli e gli spiegò meglio le ragioni della propria sicurezza.
Il buon Geremy, che questo era il vero nome di suo padre, non poteva essere il padre anche di Lucy perché…
– Perché i carcerati sono l’unica categoria di uomini con cui la madre di Lucy non è mai stata.
– Possibile?! disse il giovane stupito.
– Pare impossibile anche a me, adesso che mi ci fai pensare (rispose il reverendo Tyson pensieroso) ma ne sono sicuro. Clarissa, la madre di Lucy, in questo è stata una donna dura, diciamo inflessibile, non tanto per moralismo riguardo alla giustizia, quanto per tener fede a un dispetto giurato a un carcerato che aveva abusato di una sua amica.
– Il giuramento comprendeva anche gli ex carcerati? Anche gli evasi, perché questo è quello che mi interessa.
– Certo figliolo. Era un giuramento senza cavilli e furberie. E Clarissa è sempre stata una testona. Con delle gambe notevoli. Così dicevano i miei parrocchiani.
Jack si ricompose, se lo impose. Già troppe volte si era lasciato andare a facili entusiasmi, per cui andandosene si limitò a un pacato ringraziamento e il reverendo Tyson si schermì ugualmente con studiata umiltà. Non aveva fatto che il proprio dovere. Così come li confessava i peccati, così li rimetteva.
Jack gli promise che sarebbe diventato un buon cristiano e avrebbe frequentato la chiesa e dato le offerte. All’ultima promessa il reverendo Tyson manifestò visibilmente il suo apprezzamento e gli chiese se avesse un lavoro e quale. Appena fuori dalla chiesa Jack si pentì dei suoi empiti di riconoscenza pensando alla fatica di dover rispettare tutte quelle promesse che aveva fatto. Avvertiva con fastidio il peso futuro di una vita fatta di regole ferree, anche se era già laicamente in regola: poteva definirsi ed era, posso assicurarlo, una persona seria, onesta, generosa. Quello che lo spaventava erano i riti cui doveva ottemperare per dimostrare di essere un buon cristiano a tutto tondo… agli occhi del reverendo Tyson.
Per la prima volta, grazie a quell’incontro, si poneva concretamente per lui il problema della chiesa e del genuino discorso religioso, dei modi per dimostrare di essere un buon cattolico. Per quanto riguardava la fede quella più o meno ce l’aveva sempre avuta, specie nei momenti di difficoltà.
Quella figura di prete, col suo carisma, lo aveva pervaso di grande sicurezza, come se gli avesse parlato a nome di tutta la comunità, come se avesse messo un indubitabile sigillo legale alla definizione della sua situazione. Ne parlò con gli stessi che si erano mostrati scettici e gli avevano messo quella pulce nell’orecchio, quel tarlo roditore, e capì che lo scetticismo oltre che un giudizio superficiale o fondato, può essere un modo d’essere, un gusto maligno, un pervicace dubbio. Ma nello stesso momento in cui capì questo meccanismo che appartiene anche alla meschinità delle persone, così decise di liberarsi dalla soggezione. In che modo? Non immediato ma progressivo: la sua sicura e ostentata noncuranza pe le voci maligne avrebbe imposto la verità.
Volle che fosse il reverendo Tyson in persona a celebrare le sue nozze. Accorse una moltitudine di gente in chiesa, molti dovettero sostare fuori, fu una cerimonia piena di allegria e commozione, celebrato secondo l’antica usanza del meridione d’Italia, con qualche piccola innovazione americana che aveva fatto facile presa sulle giovani generazioni. Gli anziani dissero che non si era mai visto un matrimonio con una tale partecipazione di folla e di calore umano. A parte quelli che si vedono in televisione. Gran parte della gente convenuta erano semplici curiosi, richiamati dall’evento, dal sospetto avanzato da molti, penso, altrimenti perché sarebbero dovuti andare proprio a quel matrimonio?
Uscirono dalla chiesa tra due ali di folla festante, coi visi radiosi e sorrisi che trattenevano a stento l’emozione, premurosi di attenzioni e di sguardi pieni d’amore.
“Come si vogliono bene” disse sospirando Carmela Santarita, pensando al marito che da un po’ di tempo la tradiva e non la guardava più.
“Gli italiani sono speciali” pensò Jenny Carter, che si era preso un polacco che non era né biondo né rosso. Un polacco moro. Non proprio moro ma quasi. Però freddo come uno stereotipo biondo.
Carmelo Cavaterra commentò realisticamente, era uno che non si lasciava andare agli entusiasmi “Sono tutti contenti i primi giorni, si danno baci in continuazione. Mi collegherò tra un paio di mesi, per sentire lei che si lamenta”.
Lui aveva 23 anni, lei 20. Sembravano due adolescenti che abbiano fatto una scelta prematura, così giovani e già pronti a immettersi nelle difficoltà della vita, ma la gente che urlava la sua partecipazione emotiva li avvolse in un abbraccio di sicurezza, in un sincero augurio di felicità. Una cerimonia grandiosa per un matrimonio eccezionale nel vero senso della parola. Nella particolarità della loro genitura.
Ai loro lati molte mamme piangevano con lacrime silenziose, anche qualche padre si lasciava vincere dall’emozione, per quel processo di immedesimazione che si attua ai matrimoni e ai funerali.
Il reverendo Tyson si mostrò visibilmente commosso anche lui, officiò forse la sua messa migliore, sino a quando… sino a quando, guardando casualmente tra la folla e scorgendo il sorriso beffardo di un certo Harry Calford, non gli venne un piccolo dubbio… legato a una “confessione” di molti anni prima che giaceva inerte nel suo cervello. Cercò di cacciare quel dubbio dalla mente ma lo chiarì invece sino alla certezza. Eh sì, si convinse, altro che dubbio, la verità che aveva negato con sicurezza si impose inesorabile, mentre dava le spalle alla folla di fedeli. “Se qualcuno ha qualcosa da dire parli adesso oppure taccia per sempre”. Ci pensò su, attese per qualche secondo, si girò e senza farsi vedere si toccò con molto tatto. Oltre che molto religioso era anche molto superstizioso. Harry Calford resistette allo sguardo accusatore del prete e stette in silenzio, sempre con quel sorriso che somigliava a una paresi. Tanto che lui asseriva di avere avuto una paresi. Anche lui era commosso, anche se non lo dava a capire, per via della falsa paresi, e guardava con affetto praticamente paterno quei due ragazzi, ora uno e ora l’altra, senza fare figli e figliastri.
La prima notte dei due novelli sposi non fu facile. A quei tempi del resto non era mai una situazione fluida, se non nei casi rari di coppia esperta. Lei aveva paura di fare l’amore, era la prima volta, ma lui la capì, ne fu quasi orgoglioso, gli avevano già detto, lo sapeva e anche voi lo sapete, che la prima notte, quando è veramente la prima, non è mai facile. Per un certo verso lui ne fu anche contento. Ma fu così per altre 3 notti, 10 notti, per altre 30, per altre 60. Che sono due lunghi mesi, dall’attesa coccolata all’attesa esasperata.
Jack, sempre con molta dolcezza e comprensione, cercava di curare le paure di lei, parlandole e verbalizzando l’atto per banalizzarne le paure eccessive e le aspettative esagerate. Ogni tanto, ma è umano, scantonava in qualche durezza non colpevole, sia verbale che fisica, di cui si scusava puntualmente. Gli americani hanno sempre coltivato l’ipocrisia del politically correct, e così fu per Jack, sino a che non ne parlò più e non tentò neanche di fare l’amore.
Le paure di Lucy a questo punto non potevano considerarsi normali paure dovute all’inesperienza, di quelle che si superano col tempo, banalizzandole, abituandosi e rilassandosi nel contatto cercato a poco a poco. Le sue erano paure annidate nella mente, negli angoli reconditi della sua psiche, qualcosa di ineliminabile e di inspiegabile allo stesso tempo. Non aveva subito traumi, violenze, attenzioni morbose, ve lo posso assicurare, eppure il suo rifiuto del sesso era totale, senza spiragli e miglioramenti. Se ne sentiva immaginosamente attratta, fantasticava, ma poi finiva invariabilmente per negarselo, del tutto, senza potersi permettere il minimo inizio che favorisse una voglia di concessione totale, un’arrendevolezza.
Sentivano e accusavano entrambi il fatto che al loro splendido amore, perché si amavano come i primi tempi, mancasse il suggello dell’affetto fisico totale e dopo molte riluttanze si risolsero ad andare da uno psicanalista, come gli aveva consigliato l’esperto molto famoso di un rotocalco settimanale di grossa tiratura a cui avevano confidato il proprio caso. Li consolava il fatto che avevano saputo, sempre tramite il giornale che il loro caso era meno raro di quanto pensassero. Chiesero anche di poter sapere chi erano gli altri, ma il giornale in questo caso neanche gli rispose.
Andarono da uno molto bravo, di una città vicina, uno che curava e aveva già risolto molti casi uguali a quello loro, così disse il dott. Solmembain, uno che forse era visibilmente ebreo. Questi spiegò con parole semplici e molto chiare, che Lucy colpevolizzava il sesso e perciò se lo negava avendone paura. Chiese a Jack di usare grande comprensione e pazienza, cioè proprio le cose che non c’era bisogno di chiedere e Jack acconsentì, fiducioso nella scienza e quasi convinto adesso, dopo quella visita, che sua moglie prima o poi, questione di giorni, si sarebbe sbloccata.
Le parole del medico hanno sempre un grande potere taumaturgico, ti infondono ottimismo, sicurezza, anche se per quel potere Jack spese circa 200 dollari, senza contare la benzina per andare in quel paese che non era poi tanto vicino e il fatto che non gli aveva fatto la fattura. Succede anche in America.
Attesero altri 6 mesi, è inutile e noioso raccontarvi come andarono le cose, ma la situazione non mostrava segni apprezzabili di miglioramento. Bisogna dire che adesso lei si sforzava, si impegnava, si imponeva di provare, di fare tentativi, ma ogni volta la resistenza era immediata. Jack minacciò anche di portarla di nuovo dallo psicanalista, ma non ci fu niente da fare.
Lucy chiese a Jack di andare con altre donne, giusto per sfogare le sue voglie di maschio, lo capiva, ma lui si oppose con sdegno a questa eventualità, pur ringraziandola della generosità che gli dimostrava “Non dirlo neanche per scherzo. Ho fatto trenta, farò anche trentuno”. Non si era reso conto che aveva fatto 240.
La sicurezza che gli aveva infuso lo psicanalista cominciava a vacillare, dopo tanti tentativi. Aveva nel mentre saputo di un altro caso simile al suo, risolto senza psicanalista, così, per caso, in una giornata piovosa. Cominciò a insinuarsi in lui, nel cedimento a qualche crisi di sconforto, il pensiero che Lucy non tenesse poi troppo a dare una smossa a questa situazione e in definitiva facesse solo finta di averne il proposito.
Da un po’ di tempo era sempre lui che tentava gli approcci, che le si avvicinava, indugiava, mentre lei non aveva e non esprimeva più desideri. Ormai, viste le riluttanze di Lucy, Jack limitava sempre di più il suo rituale, sino a mimarlo a distanza. Le faceva un cenno di domanda col capo a cui lei rispondeva col solito gesto fatalista e sfiduciato di conferma negativa. Certe volte lui la salutava con un cenno del capo e lei rispondeva scambiandolo per un approccio: ancora niente. Quasi un riflesso condizionato, una associazione che invadeva e assediava i suoi comportamenti abituali.
Quell’atto impossibile ormai ossessionava i loro cervelli e si inseriva in maniera sempre più ingombrante anche nei loro discorsi comuni. Lui non poteva dire un semplice “Che dici?” riferito magari a un mobile che dovevano scegliere, che lei lo riportava al loro discorso principale “No Jack. Non sono ancora pronta”. A un “Allora?” lei rispondeva “Niente ancora”. Una volta che lui le aveva chiesto che giorno era, lei aveva risposto “Infecondo”.
Ad un certo punto decisero di abolire dai loro discorsi e dai loro gesti qualsiasi riferimento che potesse dar luogo a fraintendimenti sessuali. Per cui lui si abituò a prendersi le cose da solo, perché non poteva dire frasi ambigue come “Me la dai?”. Una volta che lui, mentre stavano in giardino, sentendo un impulso violento e un’idea pellegrina lo tolse fuori e glielo fece vedere con ostentazione, lei gli domandò “Ne hai proprio tanta voglia?” – “Tanta” – “Non vorrai farla qui in giardino, mi secchi l’erba, corri in bagno. E falla dentro la tazza”.
Jack andò in bagno, si fece anche una bella doccia calda e rientrò dopo una mezz’ora.
Di fronte agli altri non lasciavano trasparire niente del loro problema e quando, come succede, in giochi di società o discorsi confidenziali con altre coppie, gli chiedevano come si trovavano sessualmente, per inesperienza o ignoranza, fingevano situazioni talmente eccezionali che facevano sentire carenti e in inferiorità le altre coppie, anche quelle più che normali. Lei assentiva con pudore e modestia, per cui nessuno dubitava delle loro imprese. Quando ne parlavano mostravano una grande naturalezza vitalistica.
Lui passava ormai per uno dei migliori “machi” della città, il migliore a credere totalmente alle sue imprese, e lei veniva immaginata come la donna più lussuriosa e appagata. Oltretutto fedelissima. Per gli altri era quello il vero motivo per cui si volevano così bene e nessuno o nessuna poteva pensare o ambire a loro possibili tradimenti.
Loro stessi non potevano essere gelosi perché lei non poteva e lui non voleva avere storie con un partner diverso.
Dopo altri due mesi di questo esausto tran-tran, Lucy ebbe una geniale e coraggiosa idea: di farsi l’anestesia totale, per dare al suo uomo almeno il piacere e l’orgoglio di fare l’amore con lei, e magari poter avere anche un figlio, che era un desiderio che si stava affacciando a poco a poco nei loro discorsi. Sulle prime lui non fu d’accordo, gli sembrava una resa senza speranza, una risoluzione che non poteva essere definitiva, ma poi si convinse e accarezzò come normale l’idea di quello che poteva essere uno stratagemma che poteva aprire una breccia per sempre. Forse il sapere di averlo fatto, anche se sotto anestesia, avrebbe liberato Lucy da tutte le sue ossessioni. Ed era gratificato dal fatto che quell’idea fosse venuta a lei, proprio in un periodo in cui già da un bel po’ non la forzava per niente.
Jack ne parlò a un medico suo amico, proprio un ginecologo che si era aperto uno studio privato in una cittadina distante 40 miglia, e questi, dopo essersi molto stupito di quella situazione, si dichiarò ben disposto ad aiutarli, mettendogli a disposizione il suo ambulatorio, dove c’era uno stanzino con un comodo letto, che anche la sua infermiera-segretaria assicurò essere ben adatto per quella necessità. Non ci sarebbe stato bisogno di una grande anestesia, sarebbe bastato addormentare la paziente per qualche minuto, dieci sarebbero stati più che sufficienti, visto l’accumulo di desiderio di Jack.
Si recarono nello studio per tempo, Lucy voleva ambientarsi nel luogo dove avrebbe accettato di perdere la sua verginità e di accogliere gli slanci del suo paziente compagno.
Proprio quel giorno, dopo quasi un anno di voglie represse, con la moglie che giaceva sotto di lui perfettamente anestetizzata, cioè addormentata, in quell’offerta di nudità tante volte ambita come possibile, non riuscì purtroppo ad avere un’erezione, provò per molto tempo, cioè quello dell’anestesia, ma niente… era la prima volta che gli succedeva, di solito anzi aveva avuto il problema opposto, poi finalmente quasi all’improvviso, il sesso è un grande mistero psicologico, si sentì pronto, come un arco teso a lanciare, pronto proprio quando Lucy si stava risvegliando dall’anestesia. Il solito panico di lei lo dissuase da qualsiasi ulteriore tentativo.
L’amico medico scambiò le grida di Lucy per esplosioni di piacere e quando queste cessarono andò a congratularsi, seguito dalla sua assistente. Dalla faccia di Jack capì che aveva diagnosticato male. La segretaria-infermiera fu delusa come se fosse successo a lei e più tardi volle mettere in scena col dottore quel rapporto che l’aveva eccitata mentre aspettava impaziente l’esito nella stanza accanto.
Jack e Lucy vollero tentare ancora, dopo un mese, di nuovo dall’amico, che si mostrò come sempre disponibile, quel caso lo stava interessando, la segretaria-infermiera, Susy Bolton, si mostrò addirittura entusiasta, come se toccasse a lei perdere la verginità.
Questa volta Jack si preparò per tempo, mentre il suo amico anestetizzava Lucy. L’infermiera, in un altra stanza gli diede professionalmente una mano, lamentandosi per quel dono di… si corresse, della natura, che era andato in bianco per tutto quel tempo. Jack le confermò in uno slancio di sincerità e in una voglia di comprensione che era ancora vergine. Lei provò un’eccitazione poco professionale e lui capì che l’educazione cattolica lascia un segno. Altri 5 secondi e sarebbe venuto nelle mani dell’infermiera, che si bloccò sentendo la chiamata del medico.
Questa volta l’anestesia fu più forte, Jack aveva a disposizione tutto il tempo per non fallire. Quando entrò nella stanza era già pronto, si spogliò velocemente del tutto, sentiva che non avrebbe fallito, andando proprio male avrebbe pensato all’infermiera… che aveva un qualcosa di molto eccitante… ben distribuito da tutte le parti.
Ma appena fu sopra il corpo inerme della moglie, bello, sexy, indubitabilmente anche erotico, ma inerte, le sue voglie vennero tradite. La toccò, la baciò, pensò alla infermiera, alle sue abili mani, ma non successe proprio un bel niente, si accorgeva di pensare… di pensare, l’organo che funzionava meglio era il suo cervello. Si immaginò le sue attrici preferite, cantanti, modelle, una sua vicina di casa che ogni tanto si spogliava maliziosamente a luce accesa, ma non otteneva risultati tangibili. Sì, ogni tanto gli sembrava di avvertire un inizio, un formicolìo, una speranza, ma subito veniva delusa.
Come la volta precedente, gli occhi di Lucy si aprirono sul suo membro prepotentemente eretto e quella visione le provocò inevitabilmente quello che ormai era diventato un vero e proprio terrore psicologico. Jack tentò ugualmente di dar sfogo alla sua voglia che sentiva montare prepotente, ma riuscì soltanto a far svenire la moglie e a lui di venire nel trambusto proprio sul cuscino.
L’infermiera intervenne prontamente ma troppo tardi. Osservò con pena quasi personale quell’uomo che veniva su un cuscino anche vecchio e scadente.
Jack si scusò con l’amico e ringraziò l’infermiera. Lucy si scusò con l’infermiera e ringraziò l’amico.
Jack non si diede mai pace per questo nuovo e definitivo insuccesso, addossandosi tutte le colpe. Non solo la moglie, ma anche lui era schiavo di meccanismi che gli avevano impedito di portare a termine il progetto, perché tale ormai era. Con l’andare del tempo riacquistò la propria considerazione di uomo, e come succede in questi casi, qualcosa mutò nel suo atteggiamento, dal momento che cominciava a reagire con fastidio alle ritrosie della moglie, anche lei infastidita da quel pensiero pulsante che da troppo tempo li assillava.
Ai parenti che con sempre maggiore insistenza chiedevano notizie su eventuali figli in arrivo o in cantiere, rispondevano che non volevano averne, che era ancora presto, che non erano tempi per mettere al mondo dei figli. Che non volevano figli unici, troppo viziati. Purtroppo intorno a loro si muovevano famiglie numerose e i loro cugini erano indaffarati genitori che non li invitavano mai.
L’infermiera telefonò varie volte a Jack per sapere se il suo caso avesse trovato dei miglioramenti. Aveva preso molto a cuore quella situazione, lui si sfogò con lei, era l’unica donna che sapeva tutto di loro, di lui, e ancora voleva sapere, chiedeva i particolari, le modalità, e Jack le spiegava tutto in dettaglio, proprio come si fa con un confessore. Scoprì che raccontare quelle cose alla ormai sua amica confidente infermiera lo tranquillizzava e lo eccitava allo stesso tempo. Gli piaceva raccontarle il fallimento delle sue erezioni, sempre prepotenti, di come se lo sentiva al mattino appena sveglio, e di come se lo sentiva la notte, di come se lo sentiva mentre parlava con lei al telefono, le giurò anche che non si masturbava, nè durante, nè prima, nè dopo. Lei accompagnava quei racconti con sospiri, piccole frasi di partecipazione, comunanza drammatica, disponibilità diffusa.
Prese a chiamarla anche lui, direttamente a casa, quando poteva dedicarle il suo tempo senza obblighi di lavoro. Lei era single e viveva da sola. Si sentivano per ripetere sempre lo stesso copione, per ripeterle le stesse cose che le aveva detto tante volte, uguali ma recitate con sempre maggiore trasporto. Era come le fiabe dei bambini che vengono dette e ridette con le stesse frasi e gli stessi aggettivi. Sai bene quali emozioni ti daranno, ma tu vuoi proprio quelle, in un crescendo di sfrontatezza e libidine. Nell’uso dei termini più crudi, al limite della volgarità. Le loro telefonate erano diventate delle telefonate a tre, lui lei e il suo membro.
Capitò quello che prima o poi doveva succedere, per caso o per appuntamento. Lei venne nella città di lui e lo chiamò. Si videro, di nascosto, era una cittadina piccola e gli abitanti avrebbero potuto equivocare nel vederlo parlare con una forestiera oltretutto procace, di quelle con le quali chiunque ci farebbe un pensierino sopra. Per tutti poi, Jack era talmente maschio che una sola donna poteva non bastargli, anzi, non poteva bastargli di sicuro. La sua fama si era sparsa nella cittadina, e molti mariti e genitori lo tenevano d’occhio.
Andarono in campagna, in un punto molto appartato, con la macchina di lei. L’infermiera si sentiva eccitatissima, lui lottava per non lasciarsi travolgere dalla voglia di sesso che aveva accumulato in quegli anni. Susy Kendall si sentiva come la grande benefattrice, la vestale del sesso che compiva un rito d’iniziazione, l’unica ad avere accesso al tabù.
Lui nel mentre parlava, parlava, come per inerzia, forse per disagio, lei lo spogliò lentamente, voleva assaporare ogni momento di quell’evento sessuale, bottone per bottone, spostando pur sempre concitata le mani di lui, ancora schiavo di sensi di colpa. Lei coi sensi di colpa degli altri ci andava a nozze, le piacevano queste situazioni trasgressive, era buddista non praticante, e forse questo la favoriva. Finalmente un uomo che faceva resistenza, lui era roso da dubbi e rimorsi… finalmente una donna che non opponeva resistenza.
Si poteva parlare di tradimento? tradimento di che? di che cosa? di chi? Di un’idea morale astratta?
Non stava andando con un’altra donna, perché quella era la sua prima donna. L’unica con la quale, nonostante il digiuno, gli capitava di stare. Forse l’ho già detto, ma voglio ribadirlo, lui era vergine.
Quando tutto sembrava superato, le parole non frenavano le pulsioni, e Jack aveva dato l’assenso al suo corpo per lasciarsi andare, l’infermiera si era ormai stancata di stare lì a cercare di recuperare o dare concretezza alle sue voglie. La scomodità della macchina contribuiva a rendere tutto difficile e disagevole. Jack cercò di dire che non gli piaceva farlo con i calzini e le scarpe.
– Togliteli allora, non vorrai che anche quelli te li tolga io!
– Non intendevo quello. Ecco, finalmente, scusa che li metto dietro, adesso mi sento più libero… quasi quasi mi tolgo anche la camicia.
– Buona idea, anche se è una camicia molto bella che ti sta molto bene. Allora amico, come va? Ci siamo? Che mi dici?
– Calma, non dobbiamo prendere l’aereo. Quasi quasi…
– Cosa c’è ancora. Ormai ti sei tolto tutto. A meno che non voglia depilarti.
– Ti piacciono gli uomini depilati?
– L’intervista me la fai dopo. Accidenti, sono già le sei e mezzo.
– Pensavo fosse più presto. Hai fretta?
– Ma insomma, gringo, perché siamo venuti in questo posto sperduto? Tra queste frasche non si vede neanche il panorama, che oltretutto manco c’è.
– Non potevamo farci vedere da qualcuno. Mi conoscono tutti in paese… e tu non sei certo il tipo di donna che fa pensare a una chiacchierata formale tra due amici.
– Non intendevo quello. Intendevo… insomma, non perdiamoci in fesserie, ti va di farlo o no?
– Certo che mi va, tu mi piaci, mi sei piaciuta sin dal primo momento, lo voglio.
– Lo voglio lo voglio! ma se non ci riesci bello mio… il sesso non si fa mica per dichiarazioni da un notaio. Non siamo mica al telefono adesso!
– Appunto per quello! Stai calma, non mettermi fretta… non è mica una pratica d’ufficio urgente, ho bisogno di non pensarci… parlami di qualcos’altro.
– A quant’erano le Texas instrument oggi?
– Tu ci scherzi, ma è meglio distrarsi dai problemi. Leggerezza ci vuole. Sai per caso cos’hanno fatto i Chicago Bulls?
– Sì. Hanno fatto due scopate a testa e una sega di gruppo.
– Stai diventando volgare, stai distruggendo tutto.
– Ma tutto che? Dimmi un po’, ma qualche volta ci sei riuscito a infilarlo da qualche parte?
– Ma vuoi scherzare? Certo! Solo che mi irrigidisco troppo se…
– Ti irrigidisci troppo? Almeno fosse!
– Sì, insomma… devo lasciarmi andare.
– E allora, lasciati andare. Facciamo questo ultimo tentativo, vediamo se funziona. Ti do tre giorni di tempo.
– Prendimelo! Adesso, dai! Basta chiacchiere! Sento il desiderio che monta. Prendilo, come sai fare tu, lo sento, ecco, dai, forza adesso.
Lei lo ascoltò, stupita come se stesse assistendo a un grande monologo, a una prova d’attore. Aspettò che finisse e glielo prese, glielo prese in carico, rigirandolo da una parte all’altra come un uovo che non vuole stare dritto. Provò in tutti i modi, non lievitava, mentre lui cercava di deconcentrarsi da quella situazione e di pensare a qualcosa e a qualcuna di molto arrapante. Solo che nel suo panorama erotico c’era proprio lei e nessuna altra, con lei aveva tante volte fantasticato, con lei aveva avuto un fugace incontro preparatorio di prepotente virilità. Se l’era immaginata in azione, in tante telefonate vogliose, mentre il suo membro gli chiedeva di non perdersi in chiacchiere, per prendere un appuntamento dal vivo. Per questo motivo non riusciva a pensare ad altre situazioni che non fossero quella nella quale si trovava, non riusciva a pensare ad altre donne che a lei e il problema quindi si riavvolgeva su se stesso. Un meta problema avrebbe detto il prof. Burton.
Nel mentre che realizzava questa ineluttabilità i minuti passavano, lei cominciava ad essere stanca, annoiata, certi momenti divertita, mentre lui sperava che in un lampo senza preavviso succedesse qualcosa. Un ribaltamento improvviso una probabilità impossibile: come si augurano quelli che comprano i biglietti delle lotterie.
Dopo altri venti minuti di lavorio faticoso e ripetitivo, che somigliava all’impegno di una che si fa la pasta in casa, che almeno mangia genuino, lei lo accompagnò alla sua macchina e ripartì senza fretta, salutandolo in un cenno d’addio e compatendolo, non provava per lui eccitazione alcuna, aveva perso ogni attrattiva, era il frutto di una situazione particolare. Per questo non gli telefonò più, e quando fu lui a farlo lo liquidò in maniera ingenerosa e definitiva.
Jack la osservò allontanarsi, il suo oggetto del desiderio se ne andava sino a diventare un puntino di luce che si spegneva. Guardò il suo membro e si eccitò, provando oltre che stupore e dispetto, anche un certo spavento. Stava constatando un fenomeno un’alchimia sessuale che evidentemente gli apparteneva.
Doveva guardare dentro il proprio cervello, c’era un interruttore guasto, e la colpa non era di Lucy. O forse era colpa di Lucy, era insorto con lei, ma non poteva stabilirlo con sicurezza. Si mise a posto stancamente i vestiti che aveva in disordine, si infilò i calzini e le scarpe che aveva ancora in mano, e guidò stancamente verso casa, qualche ragazza lo guardò dai lati della strada. Piaceva. Da vestito faceva un figurone. Sempre meglio che niente.
Il menage tra Jack e Lucy andò avanti per un altro anno e il loro amore si spense insieme alle pulsioni che li spingevano l’un verso l’altro e li respingevano inesorabilmente.
Non parlarono più d’amore, progetti erotici, sperimentazioni sessuali, e la sopportazione di una convivenza ormai troppo tesa lasciò il posto a una freddezza e un’insofferenza per cui non avevano il coraggio di stabilire colpe. Il coraggio può portare a lacerazioni definitive.
Come succede in certi casi in cui una coppia non può avere bambini, e il marito ne da la colpa alla moglie, anche nel caso dei nostri due sposi Jack aveva addossato tutte le colpe, cioè l’incapacità realizzativa alla moglie, mentre avrebbe ormai avuto tutti gli elementi per stabilire che anche lui non riusciva a farlo, pur sentendo una forte pulsione.
Le colpe dei padri ricadono sui figli.
In questo caso specifico anzi, la colpa di un padre ricade sui figli. Su entrambi.
Per fortuna in questo caso non sarebbero ricadute anche su dei nipoti.
Jack aveva amato Lucy veramente. E altrettanto sinceramente Lucy aveva amato Jack.
E dire che sarebbe bastato rendersi conto di quello che erano l’uno per l’altra, o l’uno nei confronti dell’altra, e amarsi per un altro amore. Quell’amore che non avevano mai potuto sperimentare, viversi e godersi, e neanche il loro padre aveva mai potuto.

Autore

Autore teatrale, scrittore e giornalista pubblicista, attore e maestro elementare, poi docente universitario di “Memoria” presso la vulcanica Università di Aristan. Ama gli animali in generale, predilige i cani, i cavalli e gli asini e pensa a volte non a torto, che ne valga proprio la pena. “A biliardino non gioca più nessuno”, “Racconti di non solo sesso”,”Hanno ucciso il Bar Ragno”. In poco meno di dieci anni Nonnis attraverso i suoi racconti dipinge la città di Cagliari con i colori dell’amore e del disincanto, lucidamente si espone al rischio delle critiche di molti personaggi autentici e ancora in vita; moltissimi sono anche amici e se hanno equivocato leggendosi, parlandosi si capiscono. Il romanzo Una donna tutta d’un pezzo edito da Aisara, ci consegna lo scrittore capace di padroneggiare un noir intricato il cui titolo stesso ci spiazza e ci porta fuori pista. Attraverso la descrizione dei personaggi emerge il registro ironico e lo scrittore sornione e attento a quella ricchissima umanità che si nasconde dietro la quotidianità di tutti noi. Conferenze, dibattiti, scritti “corsari” sulla stampa sarda, hanno fatto di Nonnis in questi decenni l’uomo dalla dotta chiacchiera, accattivante il giusto e la battuta pronta: rispettosa e irriverente. Mai distrarsi ti perderesti il retrogusto della grande autoironia di Nino Nonnis. Nasce a Sindia un qualche tempo fa, un paese dove il ritmo del tempo è quello dell’andata e del ritorno di uomini e animali verso la campagna: difficile dividerne le fatiche, impossibile definire reali scale gerarchiche. L’interdipendenza economica non è nata oggi, come sicuramente la cifra dei legami degli uomini che trovano “La vita altrove” (questo il titolo del suo ultimo, o forse penultimo romanzo edito da Arkadia) è data dalla lingua che non si dimentica, dalle passeggiate in vigna sugli stessi sentieri percorsi in adolescenza, dagli immutati sentimenti verso una donna avuta solo per un attimo. Il tempo di registrare quel battito essenziale e Nino si trasferisce a Cagliari. Quartiere di S. Benedetto, il Liceo Dettori, gli sterrati per il calcio con gli amici, il Bar Ragno e il biliardino di v. Carrara, il cinema Corallo arena per sberleffi e confutazioni storiche indimenticabili. Nonnis tornerà al Dettori da scrittore, ha tante cose da dire sulla scuola, sugli insegnanti e i ragazzi lo stanno ad ascoltare, la cattedra è per lui solo un luogo dove appoggiare il gomito. Le sue prime poesie, “Le puoi leggere anche in tram”, ottengono il successo alla scomparsa del mezzo di trasporto dalle strade cittadine e quindi all’invasione delle auto: difficile farsi due chiacchiere nel caos del traffico di Cagliari. Nonnis non è un nostalgico, è scrittore e uomo modernissimo che ha in dote la grande capacità di leggere e raccontare la vita con l’arma potente della memoria. A questa, scarnificata appunto da un certo folklore nostalgico egli aggiunge una sapiente ironia e una leggerezza letteraria che gli permette di essere profondo e mai banale.

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