Nei giorni attorno alla morte di Papa Francesco, avvenuta a Roma il 21 aprile 2025, “Il Manifesto” ripubblicava, al costo di 10 euro, il libro sui Movimenti Popolari, che era stato pubblicato nel settembre del 2017. Esso raccoglie i tre discorsi tenuti da Bergoglio, e rivolti ai Movimenti Popolari (Emmp, Encuentro mundial de movimientos populares), da lui convocati a Roma dal 27 al 29 ottobre 2014, a Santa Cruz (Bolivia) da 7 al 9 luglio 2015 e di nuovo a Roma dal 3 al 5 novembre 2016.
Si tratta di tre discorsi di grande rilevanza e fondamentale interesse perché mettono al centro del ragionamento di Bergoglio la Questione Sociale, non una residuale e marginale tema, quasi di natura ottocentesca, ma “il tema” più importante di questi tempi di neoliberismo e capitalismo voraci, che richiama tutti, e dunque la Chiesa, ad una presa di posizione netta.
Il libro è corredato dalla prefazione di Gianni La Bella, da un’intervista a Juan Grabois, della direzione nazionale della argentina Confederación de trabajadores de la economía popular e dalla postfazione di Alessandro Santagata, collaboratore del Manifesto. A chi ci si riferisce quando si parla di Movimenti Popolari? Di quali istanze sono portatori? Da quale punto di osservazione si guarda ad essi?
Nell’editoriale del Manifesto Luca Kocci (4.10.2017) scrive “Rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali dell’area della Sinistra dai Sem Terra del Brasile agli operai delle «fabbriche recuperate», dalla Via Campesina ai metallurgici della United Steelworkers, fino al Centro sociale Leoncavallo” e altri. Una rappresentanza variegata e significativa se si pensa che essi provenivano da 68 paesi diversi, e al fatto che molti altri non erano potuti intervenire all’incontro con il papa.
Rispetto alla domanda sull’angolatura dell’osservazione la risposta è chiara: Bergoglio viene da un paese extraeuropeo, e già il suo sguardo non è occidentalocentrico, ma ciò non è sufficiente: si guarda ai poveri e agli sfuttati, ai dannati della terra di questo nuovo millennio, di tutte le latitudini, da un’angolatura mondialista in quanto i danni dell’attuale sistema dominante riguardano i cinque continenti, chi più e chi meno.
Nel primo discorso (Roma 28 ottobre 2014) il papa dice “ Questo nostro incontro risponde a un anelito molto concreto, qualcosa che qualsiasi padre, qualsiasi madre, vuole per i propri figli; un anelito che dovrebbe essere alla portata di tutti, ma che oggi vediamo con tristezza sempre più lontano dalla maggioranza della gente: Terra, Casa e Lavoro. È strano, ma se parlo di questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, Casa e Lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa”
Su questi tre temi si articolano i discorsi di Bergoglio: egli parla di “diritti sacri” per cui bisogna “esigere” che siano soddisfatti. Si delinea, nella Chiesa che vorrebbe Bergoglio, uno scarto, quasi un cambio di paradigma: occorre una politica non per i poveri ma dei poveri. Ancora il discorso di Roma: “Questo incontro dei Movimenti Popolari è un segno, un grande segno: siete venuti a porre alla presenza di Dio, della Chiesa, dei popoli, una realtà molte volte passata sotto silenzio. I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa!
Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di Ong, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare, questo è piuttosto pericoloso. Voi sentite che i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare”.
Ovviamente il Papa non è un comunista, né un marxista rivoluzionario, sebbene nella destra più conservatrice, in primis quella americana, sia stato tacciato di “Bolscevico in tonaca bianca” o “nemico del capitalismo e del mercato”, “Papa dei verdi”, e sappiamo quanto su alcuni temi, per esempio sul ruolo della donna o sull’aborto, le sue posizioni siano state contradditorie e discutibili, eppure sui temi al centro degli incontri con i Movimenti popolari, Terra, Casa, Lavoro, la sua denuncia è palese. “Il comunismo non c’entra – scrive Luciana Castellina – al momento della pubblicazione del libro sul Manifesto – ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari: per via dell’insistente richiamo alla soggettività, al protagonismo delle vittime, che debbono prendere la parola e non solo subire” .
Raramente Francesco usa il termine Capitalismo, più spesso egli parla di “sistema economico incentrato sul dio denaro”, “Cultura dello scarto” , oppure “idolatria del denaro”. Questo sistema iniquo incide sui bisogni elementari delle periferie del mondo, sui beni che sono interconnessi. Nel discorso di Roma, che appare come la dichiarazione teorica della dottrina sociale della chiesa come la vede papa Francesco, ed è quello che ha suscitato scadalo e irritazione anche all’interno del mondo cattolico si legge a proposito del tema Terra: “L’accaparramento di terre, la deforestazione, l’appropriazione dell’acqua, i pesticidi inadeguati, sono alcuni dei mali che strappano l’uomo dalla sua terra natale…” dunque” “La riforma agraria diventa pertanto, oltre che una necessità politica, un obbligo morale”.
Casa “Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi”.
Lavoro “Non esiste peggiore povertà materiale — mi preme sottolinearlo — di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro. La disoccupazione giovanile, l’informalità e la mancanza di diritti lavorativi non sono inevitabili, sono il risultato di una previa opzione sociale, di un sistema economico che mette i benefici al di sopra dell’uomo, se il beneficio è economico, al di sopra dell’umanità o al di sopra dell’uomo, sono effetti di una cultura dello scarto che considera l’essere umano di per sé come un bene di consumo, che si può usare e poi buttare”.
Questi tre temi poi sono sintetizzati nella formula Pace ed Ecologia “Non ci può essere terra, non ci può essere casa, non ci può essere lavoro se non abbiamo pace e se distruggiamo il pianeta. Sono temi così importanti che i popoli e le loro organizzazioni di base non possono non affrontare. Non possono restare solo nelle mani dei dirigenti politici. Tutti i popoli della terra, tutti gli uomini e le donne di buona volontà, tutti dobbiamo alzare la voce in difesa di questi due preziosi doni: la pace e la natura. La sorella madre terra, come la chiamava san Francesco d’Assisi”.
Juan Grabois, nell’intervista contenuta nel libro, richiama i quattro punti dell’azione politica di papa Francesco, che egli aveva enunciato quando era cardinale di Buenos Aires: 1. Il tempo è superiore allo spazio, 2. L’unità è superiore al conflitto, 3. Il tutto è superiore alla parte, 4. La realtà è superiore all’idea.
“L’affermazione di Francesco secondo cui “L’unità è superiore al conflitto” non implica in alcun modo ignorare la natura conflittuale della società capitalistica e gli interessi contradditori che essa genera…i conflitti, secondo Francesco – continua Grabois – devono essere riconosciuti, affrontati, sofferti e superati per raggiungere una sintesi che permetta l’unità, ma ad un livello superiore di giustizia”.


Alcune brevi considerazioni. Senza organizzazione, senza “strutture” di lungo cammino, atte al conflitto, a poco serve invocare, a tratti genericamente (popoli e genti), che “tutti i popoli della terra, tutti gli uomini e le donne di buona volontà; tutti dobbiamo alzare la voce in diffesa della pace e della natura”.
Nel sistema economico-sociale globale segnato e dominato dal capitalismo, tutto è merce: l’operaio e l’operaia, il lavoratore e la lavoratrice sono merci del mercato del lavoro. Gli scarti di questo mercato sono i disoccupati (paradosso è che in gran numero sono giovani, o precari a basso salario).
In questa società tutto è “contratto” governato dal capitale, dal profitto. Una società sbilanciata: c’è chi il contratto lo propone e chi lo sottoscrive. Mai paritario. Conseguenza ne è la “cultura dello scarto”; la dura e ingiusta realtà dello scarto della quale abbiamo, ogni giorno, visione attorno a noi. Cultura insita e immanente nella natura del capitalismo.